Calcio

0 837

La serie A che sarà

Quando il San Paolo è una bolgia

Quando si parla di Napoli la parola più diffusa in questi giorni è ridimensionamento, forse era inevitabile che fosse così dopo i concitati eventi di inizio estate: la partenza del santone Rafa Benitez verso Madrid, il gran rifiuto di Unay Emery, la chiamata di Maurizio Sarri e le continue voci di mercato che danno per partenti i migliori giocatori della squadra, da Dries Mertens a Josè Maria Callejon e ovviamente la stella Gonzalo Higuaìn, contrapposte a nomi senz’altro più “provinciali” come quelli di Riccardo Saponara e del nuovo acquisto Mirko Valdifiori.

Tutto ciò ha suscitato reazioni di protesta da parte di alcune frange della tifoseria, proteste che danno seguito a quelle dell’estate scorsa, in cui le pareti di Napoli erano tappezzate di manifesti raffiguranti un De Laurentiis perplesso nell’apprendere che “i miei scudetti (quelli del Fair Play Finanziario) non fanno la storia”.

Il grande successo riscosso dalla mistica del “caccia i soldi” è certamente un indicatore della voglia di vincere di una piazza che non si è mai accontentata di un ruolo da provinciale non solo per meriti sportivi, ma anche per fattori geografici, storici e politici . Il Napoli è l’unica società del Sud Italia insieme al Palermo iscritta al campionato di Serie A 2015/2016 con ambizioni sicuramente superiori a quelle della pur storica squadra siciliana, in conflitto con le squadre rappresentative di un Nord considerato irrispettoso della storia di una città che è stata capitale di un grande Regno, con un passato millenario che risale alla Magna Grecia, un patrimonio storico-artistico e un paesaggio senza eguali nel mondo.

Di fatto, in questo secondo decennio del Duemila abbiamo assistito alla caduta quasi contemporanea delle due milanesi, entrambe escluse dalle prossime edizioni delle Coppe europee quando fino a pochi anni fa lottavano costantemente per le prime posizioni in classifica, trascinate da grandi campioni comprati con fior di milioni. L’Inter, alla fine dell’era Mourinho terminata con la conquista del Triplete nel 2010, nello sforzo di evitare il ridimensionamento ha trattenuto i calciatori che avevano conquistato la Champions League con sforzi economici insostenibili: la conseguenza è stata il fallimento del progetto Benitez, che ha rescisso il contratto prima ancora del termine della prima stagione a causa delle promesse non mantenute sul mercato, seguita dal graduale declino sportivo e di conseguenza economico che ha portato, appunto, a dover ridimensionare la squadra fino all’arrivo di Erick Thohir. Lo stesso magnate indonesiano fin dal suo arrivo ha profuso ogni sforzo per accontentare prima Walter Mazzarri, con acquisti onerosi come quello di Hernanes dalla Lazio e accollandosi stipendi pesanti come quello di Nemanja Vidic, poi Roberto Mancini, per il quale sia a gennaio che nel mercato in corso sono stati e saranno spesi ancora fior di quattrini, ma ciò non è ancora bastato a risollevare la squadra dalla mediocrità.

Dall’altra parte del capoluogo lombardo, il Milan ha fatto una fine ancora peggiore. Finita l’epoca dei Ronaldinho e dei Beckham e degli acquisti faraonici al servizio di una politica societaria tutta marketing e vendita di magliette, la partenza degli ultimi due grandi campioni che hanno vestito il rossonero, Thiago Silva e Zlatan Ibrahimovic prelevati a colpi di bonifici milionari dal neonato PSG degli sceicchi, è stata seguita da una totale assenza di progettazione a lungo termine e investimenti non economicamente inconsistenti ma scellerati: squadra affidata ad allenatori inesperti nella speranza di trovare un nuovo Guardiola, presunti campioni rivelatisi non all’altezza (Balotelli), la scelta di puntare su comprimari discutibili (onesti mestieranti come Poli e Muntari che non possono essere all’altezza di predecessori come Andrea Pirlo e Clarence Seedorf, per non parlare di autentici bidoni come Constant e Mbaye) e su giovani sfortunati (De Sciglio, El Shaarawy). Il Milan ha chiuso l’ultimo campionato in decima posizione.

La stessa Juventus, dopo una stagione oggettivamente trionfale (duole dirlo da tifoso del Napoli, ma in quale altro modo definire un’annata terminata con la conquista del campionato della coppa Italia e raggiungendo la finale di Champions League?), sta attraversando una sorta di ridimensionamento. Non stanno certamente mancando i colpi di mercato, da Khedira a Mandzukic a Dybala, ma per tre ottimi giocatori che arrivano sta progressivamente venendo smantellata la squadra costruita negli anni precedenti da Antonio Conte: con le partenze ormai certe di Andrea Pirlo e Carlos Tevez, le voci sempre più insistenti dell’approdo di Arturo Vidal all’Arsenal, quelle più vaghe ma non improbabili che danno in partenza Leonardo Bonucci e Fernando Llorente e il destino blaugrana di Paul Pogba la spina dorsale della squadra che ha dominato il campionato italiano negli ultimi anni verrebbe completamente a mancare e non c’è la certezza di poterla sostituire con giocatori seppur altrettanto validi ma non ancora ben integrati fra loro.

Alla luce di un’analisi di questo tipo, il Napoli di Sarri è davvero così “ridimensionato” rispetto a quello di Benitez? E le accuse mosse al presidente sono giustificate? La partenza di Gonzalo Higuaìn è tutt’altro che probabile: l’argentino ha un contratto fino al 2018 e una clausola rescissoria fuori mercato che, nonostante i suoi malumori, lo rende di fatto quasi impossibile da acquistare. Se, come disse lo stesso presidente, un pazzo dovesse offrire l’intero ammontare della clausola, le posizioni si ribalterebbero ma a quel punto il budget a disposizione di Giuntoli per il mercato permetterebbe di ricostruire la rosa in ogni reparto, come già avvenne con la cessione di Edinson Cavani, i soldi derivati dalla quale furono tutti reinvestiti in acquisti di livello, seppure mal distribuiti fra i reparti. L’ultimo mercato estivo è stato certamente deludente, ma non dimentichiamoci del mercato di gennaio che ha portato a Napoli un talento del calibro di Manolo Gabbiadini. Mirko Valdifiori non sarà più un ragazzino ma è uno dei pochi bravi registi rimasti nel calcio italiano e non solo, delle parate e della grinta di Pepe Reina abbiamo ancora tutti gli occhi pieni, il probabile terzo acquisto Sime Vrsaljko è un prospetto eccellente di un calcio in fortissima crescita come quello croato (vi ricordate di come Modric e Rakitic ridicolizzarono il pressing degli Azzurri di Conte nell’andata delle qualificazioni europee?). La scelta di un allenatore italiano senza un palmares internazionale non significa per forza di cose chiudere i rubinetti. La competenza di Sarri è indiscutibile e il budget a disposizione, con una cessione dolorosa ma magari relativa a un giocatore che non avrebbe posto nel modulo del nuovo allenatore, deve essere solo speso con intelligenza. Se tutto funzionerà bene, non c’è motivo per cui la prossima non dovrebbe essere una grande stagione.

Roberto Palmieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 737

Vargas e la Friendzone

Vargas, la nostra migliore amica
Foto di Jimmy Baikovicius

Notte fonda, sei a letto e guardi il soffitto mentre i tuoi pensieri viaggiano. Hai sonno e non riesci a dormire, i pensieri ti fanno sorridere di felicità, ti fanno andare lontano e guardare la vita che hai sempre sognato. Ma gli stessi pensieri poi ti si ritorcono contro e ti fanno apparire anche tutte le ipotesi negative. Speranze e paure viaggiano sottobraccio e tu diventi uno spettatore della tua stessa vita. Immobile nel tuo letto vittima dei pensieri e assalito dai dubbi… Hai paura di esserti innamorato della tua migliore amica.

Con Vargas purtroppo è così, sono ormai quasi 4 anni che ci frequentiamo in un modo nell’altro, siamo tutti convinti che non possa nascere nulla, che siamo solo amici ma ogni tanto succede qualcosa che fa nascere dei dubbi e sembra che dal nostro rapporto possa nascere qualcosa di più.

Come quella sera con l’AEK Stoccolma, fu la classica serata in cui,  che complice qualche bicchiere di troppo, la mattina ci si sveglia nello stesso letto esclamando “Oddio, che cazzo ho fatto?!?!?!“. Dopo abbiamo anche provato a vedere se poteva andare avanti, se c’erano i presupposti per creare qualcosa ma invece niente, abbiamo avuto almeno la lucidità di rimanere amici.

Con la migliore amica è così, lei si fa le sue storie, tu le tue, però lo vedi che lei non è contenta, che in fondo le storie che sta vivendo non sono nulla di importante e in qualche modo alla fine di ogni storia torna da te.

Ecco adesso Vargas ha appena concluso una di quelle storie e in Copa america si sta mettendo in mostra alla grande, alla volte non ci fai neanche caso a quanto la tua migliore amica possa essere bella, e quando te ne accorgi è la fine. Vargas è capocannoniere, segna più di Higuain, di Aguero, di Vidal, di Neymar, e il goal di ieri non è uno di quei goal che fa chiunque.

Per noi adesso è di nuovo notte fonda, siamo sul letto, guardiamo il soffitto, sappiamo che potrebbe finire male, sappiamo che potremmo rovinare tutto, sappiamo che sarebbe la cosa peggiore per entrambi e che ci abbiamo già provato, non può funzionare. Ma se fossimo tutti più maturi? Se non siamo più quelli di 3 anni fa magari adesso potrebbe funzionare.

Ma allora perchè stiamo semplicemente pensando che sia possibile?

Paolo “Sindaco” Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 870

Da Benitez a Sarri

Ha fascino la rivoluzione. È una parola che riporta agli anni più belli della gioventù, quando si credeva davvero che il mondo intero fosse un prolungamento del corpo, che tutto poteva essere cambiato e tutto sarebbe stato migliore. Per tanti la rivoluzione è stato un poster del Che nella cameretta, per altri è stato più semplicemente vestirsi in maniera stravagante a scuola, per altri ancora è stato andare in piazza a cantare slogan tra colori e fischietti.

CheBillboardCubanHW

Affascina in queste ore anche la rivoluzione greca. La patria natìa della democrazia e della filosofia che si ribella all’eurocrazia e con un referendum si sbatterebbe, da sola, fuori dalla moneta unica. Il ritorno alla dracma in luogo dell’euro. Anche le retromarce verso il passato possono essere atti rivoluzionari, anzi, forse il passato e le sue insopprimibili nostalgie hanno una patina rassicurante che il futuro non sa riservare.

Volonté-Indagine

Intrigano le rivoluzioni pure nel calcio. A Napoli, ad esempio, si è affascinati dal cambio alla guida tecnica. L’eurocrate Benitez, tutto schemi, ortodossia e cosmopolitismo che lascia la panchina a mister “favola” Sarri. Un allenatore che si vuole per forza descrivere come un napoletano verace, un operaio del calcio, un Gian Maria Volontè di pallonelandia. Una classe operaia che va in paradiso, ammesso che Napoli calcisticamente riesca a rappresentare l’Eden. C’è chi si fa ammaliare dal racconto “sarrista” e chi storce un po’ il naso, come se l’ex mister dell’Empoli non fosse all’altezza di una piazza che sente, chissà per quali astrusi motivi, di meritare di più. Come se fossero trascorsi anni luce, ere geologiche da quando sulla panchina azzurra sedevano i più classici “mister provincia”: da Guerini a Mutti, da Ulivieri a Colomba. Passando ai più recenti Ventura, Reja, Mazzarri. Unica eccezione Sir Rafa Benitez.

 

R1_RealRevolutionForse Sarri farà bene più alla città di Napoli che  alla sua squadra di calcio. Il presunto ridimensionamento, di cui pure tanto si è dibattuto sui quotidiani e in tv, serve più alle smanie di alcuni napoletani che al progetto tecnico di De Laurentiis. È una Napoli che con Benitez e Higuain ha sentito il diritto di vincere. Un diritto. E quando si pensa di essere stati privati di un diritto allora si dà luogo alle proteste, alle piazze, ai sommovimenti popolari. Ne sono esempio i cartelli esposti in città, i manifesti itineranti 6×3 che giravano su camion, le invettive dipinte con lo spray sui muri. I napoletani pretendono (PRETENDONO) dalla squadra di calcio quello che spesso neppure sanno chiedere a chi amministra la loro città. Ne è un esempio la sequela di comunicati, di stucchevoli botte e risposte tra il club e il Comune sulla faccenda dei concerti allo stadio. Un’amministrazione comunale che ha persino irriso il club di calcio facendo riferimento alla mancanza di vittorie di scudetti. Un’amministrazione comunale (non solo questa in carica, ma anche quelle del passato) che di “scudetti” forse non ne ha mai vinti. In una città, terza per importanza in Italia, dove diventa irrealizzabile persino avere due luoghi distinti: uno dove fare calcio e un altro dove fare musica. Eppure le punzecchiature del Comune contro De Laurentiis fanno persino breccia tra gli ultrà più agguerriti. Perché a Napoli c’è anche chi pensa che DeLa sia l’origine di tutti i mali. “Pappone romano“, “Aureuro” e via così. Anche le cacciate dei presidenti di calcio, come quelle del passato verso re, occupanti e masanielli hanno il loro fascino rivoluzionario. Le rivoluzioni ammaliano, salvo poi trovarsi spaesati il minuto successivo della rivoluzione ottenuta. Il silenzio fa più spesso paura del rumore indistinto.

È spaesata adesso la Napoli del tifo, si interroga sul nuovo allenatore e se questi sarà capace di tenere la barra dritta per continuare a tenere la squadra ad alti livelli.

Impossibile dire oggi cosa sarà del nuovo Napoli di Sarri. Il calciomercato porterà via alcuni calciatori che saranno rimpiazzati da altri. Ci sarà un nuovo modulo, nuovi metodi, forse anche nuovi metri di giudizio. Non sarà un male se la piazza comincerà a comprendere nuovamente quali siano le proprie radici e il proprio pedigree calcistico. Se al “Devi vincere” si sostituirà un “Proviamo a vincere, insieme, uniti“. Questa si che sarebbe una rivoluzione. Questa si, affascinerebbe assai più dei bancomat greci fuori servizio e delle frasi sui muri di Napoli puerili e irrazionali. Se a Sarri sarà chiesto un ritorno alla lira e ai 12 miliardi per Maradona allora abbiamo perso ancor prima che la rivoluzione possa cominciare. “Ogni movimento rivoluzionario è romantico, per definizione” – scrisse Gramsci. E allora consideratemi l’ultimo dei romantici. Voglio credere che con la rivoluzione nel Napoli, possa rivoluzionarsi anche l’atteggiamento dei tifosi verso la squadra.

 

Valentino Di Giacomo

#IlCaffèMiRendeTifoso

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 825

Quella risposta sul budget

“Quale sarà il budget disponibile per il calciomercato del Napoli?”. La domanda è del giornalista Michele Criscitiello in una serata-evento organizzata in Toscana. Destinatario del quesito è Cristiano Giuntoli, neo direttore sportivo azzurro. La risposta di Giuntoli lascia un po’ tutti sgomenti: “Non lo so, questo è un tema che decide l’amministratore della società“.

Generalmente in una società di calcio di primo livello (ma anche di serie inferiori) esiste un “business plan” (ricordate Benitez?) e un direttore sportivo che, in base alle indicazioni sugli obiettivi prefissati dalla proprietà con un budget indicato, allestisce la squadra tenendo conto delle diverse variabili: costo degli acquisti, introiti delle cessioni, tetto ingaggi ecc. A Napoli non sappiamo come funziona, ma da Sabato scorso possiamo iniziare ad immaginarlo.

La risposta di Giuntoli sembra significare che l’ex Ds del Carpi sia semplicemente un esecutore. Un dirigente qualsiasi che serve soltanto per andare a firmare contratti su ordine della proprietà. Forse non sarà proprio così, ma da queste dichiarazioni emerge purtroppo questo.

Che De Laurentiis avesse una gestione di carattere familiare è stato chiaro a tutti sin dall’inizio della sua avventura in azzurro. Il Consiglio di amministrazione del Napoli, del resto, è formato soltanto da familiari di Aurelio: i figli, la moglie Jacqueline e, unica eccezione, l’amministratore Andrea Chiavelli. Così come giova ricordare che in realtà Bigon non sia mai stato un vero e proprio Direttore sportivo, bensì un Team manager. Ruolo ben diverso.

Non critichiamo le scelte societarie. Del resto i risultati sono tutti AMPIAMENTE dalla parte di De Laurentiis. Sei qualificazioni consecutive in Europa, due Coppe Italia, una Supercoppa, una semifinale di Europa League persa solo per sviste arbitrali, due promozioni (dalla C alla B e dalla B alla A). Una sequela di risultati che forse solo quei napoletani obnubilati da chissà quale demone possono non riconoscere. Lì dove prevale quel sentirsi tifosi di una squadra che “DEVE VINCERE“. Senza pensare che la vittoria è una bellissima eventualità molto più di un obbligo che non rientra ne’ nel pedigree della società di calcio, ne’ nella storia di Napoli e dell’essere napoletani.

Eppure le parole di Giuntoli un certo effetto lo provocano. Sapevamo tutti che ad Aurelio piace circondarsi di persone dal “low profile“, come accaduto negli anni con Ventura, Reja, Donadoni, Mazzarri, Fassone e le cui uniche eccezioni sono probabilmente stati Pierpaolo Marino e Rafa Benitez. Con Giuntoli non ci aspettavamo nulla di diverso.

Non critichiamo l’evidenza che Giuntoli sia stato preso, per tanta parte, solo per semplici mansioni amministrative. Giudichiamo però improvvide le dichiarazioni in pubblico del Ds del Napoli. Va bene tenere un profilo basso, ma una bugia ogni tanto serve. Se Giuntoli, anziché rispondere in maniera così sincera e precisa, avesse replicato ad esempio che “stiamo valutando il budget disponibile, dipenderà anche dalle cessioni” o qualcosa del genere, ci avrebbe fatto miglior figura sia lui che il Napoli.

Ecco, se proprio si volesse ricercare una pecca in questo Napoli, è proprio nella gestione della comunicazione. Silenzi stampa assurdi e uscite improvvide non hanno di certo aiutato il Napoli in questi anni. Manca sia una strategia che quella fantasia necessaria per gestire un piano di comunicazione in questi “tempi moderni”.

Non se la prendano Baldari (ufficio stampa Ssc Napoli) o Lombardo (responsabile comunicazione), ma la prossima volta prima di mandare Giuntoli in pasto delle telecamere, andrebbe assai meglio istruito. Per il momento il nuovo Ds sembra avere ancora un profilo da Carpi. Napoli è ancora lontana.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 2099

E' sultanto pe dispietto

Ma perché se è sempre fatto o è sultanto pe dispietto”. Recita così “A città ‘e Pullecenella”, testo cult di Claudio Mattone del 1992. In fondo è vero, il napoletano spesso campa a dispetto di tutti. Se un napoletano non viene messo nella condizione di fare o vivere come vuole allora reagisce di “schiattiglio”: quella che potremmo definire una reazione uguale e contraria ad un’azione che si subisce.

Nella categoria “campare a dispetto” si inscrivono diversi comportamenti più o meno in uso in città, tutti modi di fare che spesso contravvengono alle regole di una società che viene vista come nemica, contraria alla libertà individuale. Fanno parte delle reazioni di “schiattiglio” l’andare in moto senza casco, non fare il biglietto sui mezzi pubblici, cantarsi da soli allo stadio cori sul Vesuvio. E potremmo continuare con altre decine di esempi tra i quali ci metterei anche il fischiare la squadra a partita in corso. Il comune denominatore è racchiuso in una frase: “Tu Stato (potere) non mi metti nelle condizioni di agire liberamente, anzi mi metti i bastoni tra le ruote? E allora io me ne fotto di te e, anzi, oppongo una mia resistenza”. Questa resistenza è spesso un gesto consapevolmente velleitario. L’andare in moto senza casco, per esempio, non nuoce a nessuno se non a se stessi, ma è un modo per contravvenire alla regola di un potere non riconosciuto.

Di Aurelio De Laurentiis si dice spesso sia un “pappone romano”. E invece Aurelio ha nella caratteristica della “reazione per schiattiglio” un suo picco di napoletanità. E ne sono testimonianza le ultime mosse che il presidente del Napoli ha compiuto.

rafa

Benitez vuole andar via? E allora Aurelio va in Spagna per convincere Emery a venire a Napoli. Perché Emery? Perché era uno degli allenatori che, a differenza di Benitez, aveva vinto l’Europa League. Un altro allenatore con cui dare seguito all’internazionalizzazione che DeLa voleva portare avanti, con Rafa o senza. Poi le cose sono andate diversamente, Emery non è voluto approdare in azzurro. Allora DeLa, sempre per schiattiglio, avrà detto: “Pensate che posso fare bene solo con un allenatore internazionale? Ora prendo un piccolo allenatore da una piccola società e vi faccio vedere chi è Aurelio De Laurentiis”. E così ecco la scelta di Sarri.

De Laurentiis ha avuto poi diversi alterchi con Lotito negli ultimi anni. Ha appoggiato il presidente della Lazio nelle battaglie di Lega, ma sempre senza molta convinzione. Il rapporto controverso tra il presidente del Napoli e quello biancoceleste ha poi ha avuto il suo epilogo sul campo, quando la Lazio è riuscita a strappare agli azzurri l’ultimo posto disponibile per l’accesso ai preliminari di Champions League. Reazione di De Laurentiis? Ecco arrivare come direttore sportivo Cristiano Giuntoli. Perché proprio Giuntoli? Forse perché l’ex Ds del Carpi è stato colui che più di tutti è riuscito a “schiattigliare” Lotito. Giova ricordare le ormai celebri intercettazioni di Lotito nelle quali osteggiava la promozione in serie A del Carpi, salto di categoria poi avveratosi anche grazie all’ottimo lavoro di Cristiano Giuntoli.

giggi

Alla voce “schiattigli” non può non essere annoverata l’interminabile querelle sullo stadio tra il Napoli e il comune. L’ultima mossa di Don Aurelio è stata inviare la Polizia per un sopralluogo nell’impianto di Fuorigrotta finalizzato a compiere accertamenti sull’allestimento del palco di Vasco Rossi. Secondo Aurelio (e anche a quanto emerge dalle immagini) il manto d’erba del San Paolo risulterebbe fortemente danneggiato. Tra Aurelio e Giggino De Magistriis è lunghissima la sequela di schiattigli, ai quali spesso ha replicato proprio lo stesso sindaco di Napoli. E dire che il connubio tra sindaco e presidente era iniziato nel migliore dei modi.

Restando agli schiattigli presidenziali in salsa politica, De Laurentiis ne ha fatti anche all’ex governatore della Campania, Stefano Caldoro. Memorabili, nel pieno della campagna elettorale, gli endorsement per l’avversario di Caldoro, Vincenzo De Luca. Quanto durerà l’idillio tra il neo-governatore eletto (del quale si capiranno le sorti nei prossimi giorni) e Aurelione non è dato saperlo.

S
S

Alla faccia della definizione così in voga di “pappone romano”, insomma Aurelio sembra avere questo modo di fare tutto napoletano: la reazione di dispetto. Vedremo questa strategia quali frutti porterà. Sullo stadio la nostra sensazione è che la “guerra” continuerà ancora per lungo tempo. La costruzione o la ristrutturazione dello stadio sarebbe un successo che De Laurentiis non vorrebbe concedere a De Magistriis. Proprio per questo Aurelio qualche giorno fa dichiarò che “probabilmente aspetteremo l’elezione di un nuovo sindaco”. Con le elezioni fissate al prossimo anno vuol dire attendere ancora tanto per l’avvio dei lavori, sempre che De Magistriis non ottenga la riconferma in nuove elezioni per essere nuovamente il primo inquilino di Palazzo San Giacomo.

Di schiattiglio in schiattiglio, di certo i tifosi del Napoli si augurano che a Don Aurelio riesca il dispetto più grande: quello compiuto alle società del nord. La vittoria di un tricolore sarebbe lo “schiattiglio” più bello da compiere. Non c’è che aspettare qualche provocazione e chissà che Aurelio non ci regali questa soddisfazione. Laddove sembra mancare progettualità, il napoletano campa a dispetto di tutti quanti. Pe dispietto pe dispietto, è sultanto pe dispietto. Pure Aurelio.

 

Valentino Di Giacomo

#IlCaffèMiRendeTifoso

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 2230

Nasce la chiesa di Sarri

Immagine di altissima qualità realizzata con straordinari programmi di grafica

Rafaeliti, Presidenzialisti, Cavaniani, Higuainisti, Mazzarriani… sarà che noi napoletani viviamo il calcio come una fede religiosa ma noi tifosi abbiamo più confessioni del cristianesimo. In questo periodo si respira un clima da nuovo scisma di occidente per cui se esiste già una chiesa Sarrista ne voglio far parte e se non esiste la voglio fondare.

Ho amato profondamente Benitez ma dei suoi atteggiamenti  proprio non riuscivo a capirli, Mazzarri mi ha esaltato moltissimo ma aveva dei limiti enormi che all’Inter sono venuti fuori con prepotenza, Reja è l’antitesi del calcio ma il suo Napoli occupa una fetta importante del mio cuore ed è stato uno degli uomini migliori che abbiamo visto nell’era De Laurentiis; ho voluto bene anche a Donadoni, Ventura, Agostinelli, Mazzone, Ulivieri etc. solo perché allenavano il Napoli e quindi andavano difesi a oltranza, ma vi confesso che la scelta di prendere Sarri con tutti i dubbi che si porta dietro mi ha affascinato e disorientato al punto che la reputo geniale, al di là di quelli che saranno i risultati.

Abbandoniamo la religione per un attimo e guardiamo in faccia alla realtà per un momento. Benitez parlava di strutture di livello europeo, di poter gestire il settore giovanile e il mercato e tutto questo è molto lontano dalla realtà napoletana, o più in generale italiana. Allora perché tenerlo? Perché sostituirlo con Emery che viene dallo stesso mondo e che ha la stessa cultura calcistica?

Se non si vuole cambiare totalmente la gestione, se non si voleva mettere in piedi una vera società sportiva con scouting di livello, infrastrutture, settore giovanile e un piano a lungo termine era necessaria una vera e propria rivoluzione.

Sarri è l’icona di questa rivoluzione, se ci vogliamo limitare all’immagine passiamo dall’impeccabile stile di Benitez alla tuta e sigaretta di Sarri, se parliamo di palmares poi non c’è paragone che tenga, ma il vero cambiamento che interessa noi napoletani è un altro: Sarri è tifoso del Napoli.
La sua dichiarazione “Credevo che ognuno dovesse tifare per la squadra della città dove era nato, ecco perché ero l’unico fiorentino nella mia scuola a tifare per il Napoli.”Riassume la nostra essenza, ha in sé quell’infantile innocenza che abbiamo tutti noi che ancora non capiamo come può una persona nata a Napoli tifare per un’altra squadra, e questo lo rende indissolubilmente uno di noi.

Se a questo aggiungiamo che è cresciuto a Bagnoli, il quartiere che mi ha accolto da qualche anno e dove sto crescendo i miei figli, che è figlio di un operaio dell’Italsider, almeno a me basta a renderlo un idolo e ad aprire questa nuova confessione del tifo Napoletano.

MA mi rendo conto che parlando di un allenatore bisogna anche sottolineare qualche aspetto tattico, non si può non parlare di calcio, ma anche qui non mi faccio trovare impreparato, non solo mi sono andato a rivedere qualche giocata dell’Empoli, ma mi sono andato a leggere la sua tesi di master a Coverciano intitolata LA PREPARAZIONE SETTIMANALE DELLA PARTITA.

Che Sarri fosse un maniaco della tattica lo si era capito, lo si vede dalla quantità di goal su calcio piazzato e dai movimenti difensivi dell’Empoli, ma leggendo la tesi si capisce che il livello di meticolosità è molto superiore a quello che ci si aspetta. Non ho nessuna formazione specifica, se non quella di un semplice appassionato ma difficilmente credo ci sia tanta dedizione e studio nella preparazione di ogni singola partita. Il mister con il suo staff studia tutto della squadra avversaria, portatori di palla, possibili punti deboli, schemi d’attacco, movimenti di difesa, uscite del portiere, sovrapposizioni dei terzini e ha uno studio maniacale dei calci piazzati. Magari tutta questa attenzione sugli avversari ci può portare a vivere non dico con serenità, ma almeno senza terrore ogni angolo o punizione per gli avversari.

La novità più attesa però è un’altra: gli schemi su calcio piazzato. L’Empoli la scorsa stagione è una delle squadre che ha segnato di più sfruttando le palle inattive e i 10 goal di Tonelli, Rugani e Barba parlano chiaro, pensate semplicemente se nella stagione appena trascorsa avessimo avuto 10 goal da Britos, Koulibaly e Albiol? Avremmo salvato un bel po’ di partite!

Certo molti di voi per entrare a far parte della chiesa Sarrista vorranno vedere dei miracoli. Bene, in verità in verità vi dico la fede è alla base della religione e io credo il buon Maurizio meriti almeno un po’ di fiducia.

Io mi sbilancio fin da adesso anche se come ho detto la parrocchia Sarrista non nasce per sperare nei risultati ma solo per esaltare l’umiltà di un uomo che potrebbe essere il figlio del collega di tuo padre con cui giocavi da bambino  e che oggi allena la tua squadra, quella per cui tutti e due avete sempre tifato.

 Paolo “Sindaco” Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1758

La maglia che verrà

La Macron non sarà più lo sponsor tecnico del Napoli, al suo posto ci sarà la Robe di Kappa. Un ritorno alle origini perché Kappa è stato il primo sponsor tecnico dell’era De Laurentiis quando il Napoli ricominciò dalla serie C.

Robe di Kappa è un marchio dell’azienda torinese Basic Net, già proprietaria di Kappa, K-Way, Superga, AnziBesson, Lanzera e Jesus Jeans. È un marchio di moda noto per la produzione di abbigliamento casual.

john

Il marchio nasce nel 1968, a Torino, grazie all’intuizione di Maurizio Vitale, giovanissimo amministratore delegato del Maglificio Calzificio Torinese, azienda tessile di famiglia fondata dal nonno Abramo nel 1916. Durante una trasmissione televisiva, Vitale vede John Lennon indossare la camicia militare di un caduto in Vietnam e comprende come i movimenti giovanili della fine degli anni Sessanta stiano per rivoluzionare anche il modo di vestire. Decide, perciò, di far tingere di verde le magliette Kappa (brand, all’epoca, dedicato a intimo, calze e canottiere) stoccate nei magazzini dell’azienda e rimaste invendute: le arricchisce con stemmi e simboli militari e conquista così il nascente mercato dell’abbigliamento informale. Il nome del brand nasce poco dopo, durante una riunione tra Vitale e Lattes, l’allora presidente del Maglificio Calzificio Torinese. Lattes, osservando le vecchie magliette Kappa rivisitate in chiave sessantottina, domanda a Vitale: “E come le chiamiamo queste robe qui?”. E Vitale risponde: “Robe? Allora chiamiamole Robe di Kappa, dottore“. Robe di Kappa presenta un logo ritraente due giovani seduti con le gambe raccolte, disposti schiena contro schiena. Il logo nacque casualmente durante una pausa di un set fotografico dei costumi da bagno Beatrix, quando due modelli vennero fotografati seduti, controluce, in questo modo.

Della nuova maglia del Napoli per la prossima stagione sono cominciate a circolare le prime indiscrezioni. A quanto pare la divisa principale dovrebbe essere azzurra, la seconda rossa e la terza color canna di fucile come quella prodotta dalla Macron in occasione della prima Champions League giocata dagli azzurri ai tempi di Mazzarri.

Secondo altre fonti sembra invece che De Laurentiis, dopo la maglia camouflage e quella jeans, stia valutando di stupire ancora producendo altre idee shock come la maglia a righe bianche e azzurre (vedi foto). In realtà la maglia a righe, modello Argentina, non sarebbe una novità per il Napoli. Fu già indossata dai partenopei nel campionato di serie B del 2002, annata che non si ricorda per risultati eccezionali, il Napoli si salvò dalla serie C soltanto nelle ultime giornate di quel torneo.

Vedremo quali saranno le proposte della Kappa per vestire gli azzurri. Per adesso, citando John Lennon, l’inconsapevole testimonial dell’azienda torinese, non possiamo far altro che cantare Imagine. Fantasticheremo sulla nuova maglia fino a quando non ci sarà la presentazione ufficiale delle divise per la prossima stagione. Scelte che forse faranno discutere, ma che poi risultano incredibilmente vincenti dal punto di vista commerciale. Le maglie più vendute del Napoli sono state proprio le improbabili camouflage e jeans.

0 1243

Se ne va Don Chitoro, dopo la Tota. Da oggi Diego, nella solitudine dei grandi, sarà ancora più solo. Possiamo solo dire grazie al viejo di aver messo al mondo il più grande calciatore della storia. Se Diego è Dio, allora Don Chitoro è stato il Big Bang, colui che ha dato origine a tutto.

La dignità, l’orgoglio, la forza di lottare: tutte caratteristiche che Diego ha ereditato con fierezza dal papà. E’ andato via, non osiamo immaginare il dolore che sta attanagliando Maradona in questi momenti.

Diego non ha mai smesso di ricordare che se è stato quello che è stato lo deve ai suoi genitori. Lo ricorda sempre, in pubblico e in privato.

diego magliaRicordo quando ebbi la fortuna di partecipare a una conferenza stampa di Diego a Napoli. Fu il mio primo incontro con Lui. Ebbi la possibilità di parlare con Diego e allora volli significargli cosa aveva rappresentato Lui per me, quanto sia stato importante nella mia vita. Avevo una maglia del Napoli della Mars. Gli raccontai che quella maglietta era il regalo in occasione di una Befana da parte di mio nonno. Gli spiegai quanto mi mancasse quel periodo vissuto: lui in campo, io sui campetti e per le strade a cercare di imitare le Sue gesta con la maglia regalatami dal nonno. Queste mie parole non volevano essere soltanto un ricordo personale. Era la prima volta che Diego si apriva al confronto con i giornalisti in Italia, perchè quando tornò in occasione della partita d’addio di Ciro Ferrara venne solo per giocare e non si lasciò fermare dalla stampa. Volevo significargli che, come me, centinaia di ragazzini napoletani avevano legato la propria vita alla Sua. Che i ricordi, la cosa più preziosa che un uomo conserva nella vita, sono attaccati con la colla anche alla Sue gesta.

Alle mie parole Diego si commosse, parlò del papà e di quanto fosse stato importante per lui e di donna Tota che era mancata da pochi mesi. Allora prese la maglietta regalatami dal nonno, la firmò. Ma non fu un semplice autografo, volle scriverci “A Valentino, Diego Armando Maradona y Tota“. Perchè avevamo legato insieme i nostri ricordi per chi non c’era più. Questa è la sensibilità di Diego, questo è l’uomo Maradona. Quello che gli altri non vogliono mai vedere. Quell’uomo venuto su così grazie a Don Chitoro e Donna Tota.

Ma, più di ogni altra parola, lasciamo che sia Diego a raccontarci del papà. In quella Bibbia che è diventata la sua autobiografia: Yo soy El Diego.

Ero un professionista sin da piccolo, lo dico sempre: giocavo con la squadra che per prima mi veniva a chiamare; certe volte a casa non mi lasciavano andare e io piangevo come un pazzo, ma, cinque minuti prima della partitella, la Tota mi dava sempre il permesso. Convincere don Diego era più complicato. Io lo capivo, il vecchio; come potevo non capirlo, quando lui si sfiancava per farci mangiare e studiare? Lui voleva questo, che studiassi“.

Secondo scudetto del Napoli: “Questo titolo, questa nuova gioia, è per il mio vecchio. Appena finita la partita ho parlato per telefono con lui e abbiamo pianto molto entrambi… Mi ha detto che era contento per me e per quelli che mi stavano vicino, ma per nessun altro. Non ha dimenticato che l’ultima volta me ne sono andato dall’Argentina come un delinquente o poco meno… Mi hanno dato dell’irresponsabile, quando tutti sanno che ho realizzato quel che ho realizzato lottando dal basso, che quando ho cominciato non avevo neanche i soldi per l’autobus… Sono state dette cose molto brutte, dappertutto… E lui, che è un vecchio saggio, non perdona; non è così morbido come me. Voglio dire una cosa: mi basterebbe avere il cinque per cento della sua onestà e dei suoi principi…. Ho pianto, abbiamo pianto insieme… Dedico questo scudetto a lui, perché lui ha sofferto per me. E ringrazio Dio per i genitori che mi ha dato“.

0 1042

La clausola rescissoria di Higuain? 94 milioni e 736 mila euro. Il Napoli non ci sta al bailamme che in queste ore impazza sui media circa la cessione del numero 9 argentino. Un giorno dato in partenza per il Manchester City, un altro al Milan e un altro ancora al Chelsea. Attraverso il capo della comunicazione del club azzurro, Nicola Lombardo, la società partenopea ha fatto trapelare a Radio Kiss Kiss la cifra esatta che occorre per strappare El Pipita al Napoli. Numeri da sballo che praticamente blindano il top player albiceleste.  Così come accaduto in passato per Lavezzi e Cavani, Aurelio De Laurentiis non è in vena di fare sconti: chi vuole Higuain dovrà sborsare i milioni della clausola o comunque avvicinarsi di molto.

Un segnale molto chiaro da parte del Napoli indirizzato, più che alle società interessate all’acquisto, allo stesso Higuain e al suo entourage. Insomma il Napoli non accetterà “mal di pancia”. Del resto El Pipita è anche il calciatore azzurro più pagato con oltre 5 milioni a stagione di ingaggio, una cifra certamente non disprezzabile per un attaccante che, pur segnando tanto, è stato anche protagonista di errori decisivi come in occasione del rigore sparato in curva nell’ultima giornata di campionato contro la Lazio. Un errore che è costato al Napoli l’estromissione dai preliminari di Champions e i relativi premi milionari.

Higuain è attualmente impegnato con la sua nazionale in Cile per affrontare la Coppa America. E’ assai probabile che al ritorno comincerà un tira e molla tra il calciatore e De Laurentiis, anche se la società partenopea in virtù della clausola rescissoria potrà affrontare la questione da un punto di forza. Il coltello dalla parte del manico.

0 758
@Gianfranco Irlanda

“Ciao Ciro, sei sempre con noi”.
Così il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ricorda stamattina su Twitter, a un anno dalla morte, Ciro  Esposito. Iltifoso del Napoli morì infatti un anno fa, dopo 50 giorni di agonia, a seguito della ferita d’arma a fuoco subita a Roma nel giorno della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina.
Ciro è ricordato oggi anche dal sito web ufficiale del Napoli, con la frase “D’amore non si muore 25/06/2014-25/06/2015 #CiroVive”.
A ricordare il giovane oggi pomeriggio alle 17 sarà il suo quartiere, Scampia, con una manifestazione dal titolo “Per non dimenticare”, che si svolgerà nell’Auditorium dell’Ottava Municipalità, in viale della Resistenza. Nell’occasione, l’associazione lancerà l’avvio di corsi per pizzaioli e pasticceri destinati ai minori a rischio di Scampia e degli altri quartieri di Napoli. Il progetto vedrà coinvolti l’Associazione Italiana Cuochi e Maitre, con le Associazioni del maestro pizzaiolo Errico Porzio e del maestro pasticciere Sabatino Sirica, che insieme realizzeranno corsi gratuiti per ragazzi a rischio e socialmente disagiati, partendo proprio dal territorio di Scampia per poi proseguire in altri quartieri della città. I migliori allievi dei corsi saranno
successivamente inseriti nel mondo del lavoro. All’evento parteciperanno, oltre ai genitori di Ciro, Antonella Leardi e Giovanni Esposito, autorità e istituzioni, associazioni, scuole e parrocchie del territorio.
Intanto dal punto di vista giudiziario, c’è il processo a Daniele De Santis, rinviato a giudizio per la morte di  Ciro Esposito. La prima udienza è in programma l’8 luglio. Il Comune di Napoli si è costituito parte civile nel processo.

IN PRIMO PIANO

0 7481
Ho 35 anni, ho fatto in tempo ad avere Lui come idolo, i caroselli con via Caracciolo tutta azzurra e 127 scoperchiate, le lacrime...

0 660
Quando, due anni, fa Paolo Sindaco ed io decidemmo di far nascere questo sito web pensavamo di dover dare voce alla nostra passione comune...

0 2148
Pochi mesi fa il signor sindaco Luigi de Magistris, detto Masaniello, pubblicizzò l'iniziativa (meritoria) di un numero verde a cui telefonare per segnalare in...

0 2543
Non è il Centro Paradiso, ma Castelvolturno. Non c'è Ottavio Bianchi, ma Maurizio Sarri. Eppure Diego Armando Maradona è ormai praticamente un membro del...

0 5698
Tutti abbiamo un amico, o meglio un conoscente, che non ci sta molto simpatico,  Magari per le sue continue esternazioni fuori luogo, perchè è...