Attualità

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Dal nostro inviato a Mosca.

Spesso si critica internet, si attaccano i social, senza tener conto di come a utilizzare e ad imprimere una direzione a questi strumenti siamo noi. Quella dell’opinionismo social è una piaga ben peggiore delle punizioni divine dell’Antico testamento, e racchiude tutto il peggio di cui può essere capace l’essere umano: arroganza, ignoranza, polemica sterile. Non si tratta di dover avere una laurea per poter avere il diritto di dire la propria, no, non fraintendetemi, spesso chi è in possesso di un titolo si crede ancora più legittimato a doverci comunicare la propria, arrivando alle vette del “tuttologo” di Mai dire TV, con la differenza di poter sfoggiare un percorso di studi.
Ma poi, bisogna avere un’opinione su tutto? In verità vi dico, non ho un’opinione su tutto, e non me ne pento. La questione non è difficile: la quantità di esperienze e conoscenze che possiamo ottenere è pur sempre limitata, ed è mia intima convinzione che la ricerca è un processo collettivo; per questo mi spaventano i tuttologi, spesso in grado di discettare su intricati problemi di politica internazionale o di medicina senza avere alcun tipo di approfondimento sul tema. Mi spaventano, perché ci vedo il brodo di cultura da cui emergono santoni alla Brigliadori pronti a propagandare pericolose fandonie anti-chemio; li temo perché lì c’è chi crede, come successo ad uno dei migliori scrittori italiani (a mio parere), Amleto de Silva, che esista un bambino dal nome Celardo: Amlo aveva pubblicato una finta lettera dove diceva cosa avrebbe fatto a un ipotetico figlio sfaticato nel caso non avesse fatto i compiti; ebbene, dopo che alcune pagine (quelle che ogni tanto rubano anche a noi foto e post) hanno preso la foto, ci sono stati commenti indignati in difesa del bambino.
C’è una quantità impressionante di opinionisti della home, che ad orari prestabiliti, manco fossero bot programmati, inseriscono commenti del tipo: 8:00 Obama cattivo; 9:00 PD ladro (o M5S falso); 10:00 considerazioni storiche ricopiate da Wikipedia; 11:00 commento della notizia del giorno; 12:00 commento sulle elezioni americane e così via. Questa attività smodata nel digitare rende questi personaggi non dei grandi commentatori su tutto lo scibile, ma solo dei fastidiosi “sapientoni”, le cui fonti spesso sono anche dubbie (inoltre, non pochi di questi si basano su informazioni di terza mano, non conoscendo altre lingue); e non va confusa con l’appartenenza a questa o quella parrocchia, ma è diffusa, e si va sempre più espandendo.
Un anno fa, o giù di lì, ho ricevuto una telefonata da una importante trasmissione TV di un canale russo per commentare il terrorismo in… Turchia. Mi sono rifiutato, per una semplice ragione: non conosco quell’argomento, non ne so più del normale lettore curioso, non parlo turco. Invece conosco, ahimè, connazionali improbabili che appaiono a commentare qualsiasi cosa, “esperti” del nulla, in cerca di un po’ di pubblicità, di una affermazione del proprio ego. E no, non sono d’accordo fino in fondo con quanto sosteneva Umberto Eco, né tantomeno voglio limitare la libertà d’espressione; spesso l’obiezione di questi tuttologi è quella della “democrazia e della libertà di parola”. Ma la democrazia non è urlare una serie di fesserie in un megafono, o avere il diritto di propagandare pericolose idiozie come le cure alternative per il cancro o abbaiare contro i vaccini; la democrazia è partecipazione, è discussione, è confronto. Ed i tuttologi non hanno bisogno di tutto ciò, perché hanno la verità, e la declamano; chi scrive, resta sempre seguace di ciò che insegnava il professor Gennaro Bellavista.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Sesso e social network

Eh si, il video di Tiziana era stato inviato anche a me tramite Whatsapp, ormai molto più di un anno fa. Ci ho riso di quel video, ci ho scherzato con gli amici con i quali abbiamo fatto in vacanza persino la parodia al supermercato con il succo di frutta marca “Bravo”.

La vicenda che ha portato al suicidio la giovane Tiziana può essere osservata da molteplici prospettive: la potenza della rete e degli smartphone, il ruolo della donna, la pornografia, la viralità dei social network e delle app di messaggistica istantanea, la libertà sessuale. Ci sarebbe da parlare di ognuno di questi argomenti. Il più importante, credo, sia quella frase che ha reso celebre Tiziana: “Stai facendo il video? Bravo!”. Una frase che mischia tutte le questioni insieme e anche il modo con cui ormai si vive il sesso. Il sesso, una delle componenti che dovrebbero essere naturalmente più intime all’interno della nostra esistenza, è diventato ormai un lato di noi stessi da ostentare in pubblico.

Non si gode più soltanto dell’atto sessuale in se stesso, ma di tanto tanto tanto altro che c’è intorno al sesso: compreso proprio l’ostentazione dell’atto stesso attraverso riprese e filmati. Un Grande Fratello dove ognuno vuole non solo godere, ma pure mostrare. E il godimento proviene proprio dalla possibilità che ci sia qualcuno a guardare. Le più remote fantasie sessuali che diventano realtà. Ed è questo il punto, almeno per me. Nel sesso, tanto più per le donne, l’immaginazione e il conferimento di valore a determinati gesti è fondamentale. Ma è come se si fosse rotto qualcosa, all’interno della nostra società, nel rapporto tra sesso e immaginazione. Con la seconda che non basta più, ma va esplicata ad ogni costo compiendo con i gesti quello che vive soltanto nella nostra fantasia.

L’evenienza, poi, che su ogni smartphone ci sia una telecamera incorporata, fa tutto il resto. Oggi la nostra privacy, per le cose più stupide o per quelle più importanti, praticamente non esiste più. Siamo tutti personaggi pubblici. Tutti siamo rintracciabili con il nostro nome, il cognome e il nostro volto, semplicemente perché siamo iscritti ai social network. Siamo tutti vip con le nostre vite, le nostre cene, le nostre compagne e i nostri figli in bella mostra sul web. Nulla è cancellabile perché la rete ricorda tutto, tutto. Siamo pornografici anche quando non facciamo nulla di pornografico. La nostra è una società fondata sugli stilemi della pornografia, basta andarsi a rileggere la definizione su Wikipedia: “Ogni essere umano ha normalmente delle fantasie erotiche, cioè usa l’immaginazione per rappresentarsi delle scene eccitanti eroticamente, senza altro scopo che l’eccitazione in sé: la pornografia è la concretizzazione di queste fantasie in immagini, disegni, scritti, oggetti o altre produzioni. Poiché molte persone hanno fantasie erotiche simili, di solito il materiale pornografico prodotto da un singolo, con le scene della sua immaginazione erotica, risulta eccitante anche per molti altri”. E non è quello che facciamo spesso usando i social network proiettando di noi un’immagine che spesso non corrisponde alla nostra, o almeno non definitiva, ma più facilmente corrispondente alla nostra fantasia o ai nostri desideri?

Oggi scopriamo che neppure la morte è riuscita a far dimenticare le gesta di Tiziana. Non se ne esce, come in una trappola. La lezione morale di questa storia forse non c’è. Perché, per cambiare, dovremmo modificare dalle fondamenta tutto ciò su cui è stato edificato nel nostro vivere quotidiano. Invece dobbiamo solo imparare a conviverci. Scegliendo, di volta in volta, se è opportuno mostrarci, mostrarsi, ostentarsi. Che non significa nascondersi perché dai social non ci si può nascondere. Ma, almeno, delle piccole difese le abbiamo cercando di avere consapevolezza di ciò che mostriamo di noi.

P.S. Dovevamo decidere quale immagine abbinare a questo articolo. Ci sembrava inopportuno speculare ancora sull’immagine di Tiziana. Dimentichiamo. E’ forse proprio ciò che lei voleva. 

Valentino Di Giacomo

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Un Paese in declino

Assessori attigui al mondo di Mafia Capitale, mail incredibilmente non comprese e un bombardamento mediatico sulle vicende che riguardano Roma e la nuova giunta a guida Movimento 5 Stelle. Quanto sta accadendo nella capitale è il perfetto esempio della disastrata situazione politica, e non solo, che vive il nostro Paese. Un Paese che non riesce mai ad essere unito. E almeno dovrebbe esserlo rispetto ad alcuni problemi fondamentali. E’ un Paese diviso dove ognuno rema per conto proprio. Torna alla mente quanto accade a Napoli attorno alla squadra di calcio con una tifoseria che non riesce mai ad essere del tutto compatto, ma che si scontra tra pro e contro De Laurentiis.

E, per restare allo sport, oggi Beppe Grillo, dal suo blog, ha stroncato definitivamente le speranza che a Roma, nel 2024, possano disputarsi le Olimpiadi. L’Italia non ospita una manifestazione sportiva intercontinentale da Italia ’90, se si fa eccezione alle bellissime Olimpiadi invernali di Torino del 2006. E’ vero, le Olimpiadi invernali sono una manifestazione “minore”, eppure in quell’occasione l’Italia ci ha fatto una splendida figura. Meno bene è andata per i mondiali di nuoto a Roma nel 2009 dove tra inchieste, impianti fantasmi e tanta tanta corruzione il Paese non è uscito benissimo. Ma le Olimpiadi sono le Olimpiadi! Come si può dire di no all’emozione di far svolgere in Italia il più grande evento sportivo del mondo?

Le uniche olimpiadi disputate in Italia si tennero, sempre a Roma, nel 1960. Nel pugilato la medaglia d’oro la vinse un certo Cassius Marcellus Clay jr, poi noto come Muhammad Alì. Era un’Italia diversa, si volava sulla scia del boom economico. Allo stadio si andava spesso in giacca e cravatta, dopo la messa. La prima generazione che non conobbe la guerra del secolo ‘900 girava in bicicletta. Le ragazze si conquistavano con le serenate, oppure alle feste si aspettava un lento per approcciare dopo migliaia di sguardi la bella ragazza. Il presidente del Consiglio era un certo Fernando Tambroni, entrato in carica dopo le dimissioni di Antonio Segni. Un governo che durò, come vecchia consuetudine, appena 4 mesi e un giorno proprio per consentire lo svolgimento delle Olimpiadi. E furono Giochi Olimpici magici.

L’Italia ha per consuetudine quello di vivere situazioni politiche burrascose. Eppure, almeno prima, si cercava lo stesso di coltivare dei sogni. C’era un piccolissimo “Italian dream” veicolato dal made in Italy, dalla nostra “bella vita”, dal nostro cibo buono, dalla Vespa, dalle bellezze delle nostre città.

Quella del 1960 era la Roma della “Dolce vita”. Oggi di dolce Roma non ha più nulla. E’ una città specchio del Paese, incattivita, piena di disservizi, con i suoi cittadini che sanno lamentarsi di tutto senza mai rendersi attivi, loro per primi, nel migliorare la vivibilità di una città bella e difficile.

Grillo adduce nel suo post tanti motivi economici. Poi, certo, c’è l’immancabile pericolo della corruzione. A Napoli, per Italia ’90, ci ricordano qualcosa degli sprechi quelle torri inutili nei pressi dello stadio San Paolo. Ma tutto questo basta per dire no ai sogni? Oppure il Paese potrebbe cominciare a piacersi di nuovo attraverso la rappresentazione davanti a tutto il mondo delle proprie bellezze e delle proprie eccellenze?

Le Olimpiadi sarebbero una scossa vitale ad un Paese che non sa più guardarsi, che ha perso fiducia nelle proprie potenzialità. Riteniamo sempre di essere gli ultimi, i peggiori, i più disastrati. Poi però andiamo all’estero e scopriamo quanto le nostre bellezze, la nostra cultura, il nostro lifestyle sia incredibilmente apprezzato e invidiato.

E’ vero, Roma è una città allo sbando. La situazione dei rifiuti e dei mezzi pubblici è ai livelli di una città non europea. Ma basta questo a fermare i sogni? Oppure le Olimpiadi potrebbero essere un enorme stimolo per aggiustare un po’ di problemi e presentarci davanti al mondo come un Paese bello quale è l’Italia?

Non esistono motivi che mi possano convincere sull’opportunità di dire no alla meraviglia delle Olimpiadi. Non credo neppure alle ragioni economiche perché noi siamo un Paese che potrebbe campare di solo turismo e una vetrina internazionale come le Olimpiadi rappresenterebbero un volano per tantissimi anni.

E’ un’idiozia dire di no a questo magnifico sogno. Tanto più che, dopo questo rifiuto, il Cio non considererà più per moltissimi anni una candidatura italiana. Perché dimostriamo ancora una volta di essere un Paese diviso che non sa fare sistema. Stavolta il mio personalissimo “Vaffanculo” se lo prende Beppe Grillo. Ai sogni non si dice mai di no. Vaffanculo!

Valentino Di Giacomo

P.S. Va da se che questo articolo non ha nessuna intenzione dispregiativa dal punto di vista politico. Si parla di Olimpiadi. Ed è questa l’unica intenzione. 

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La moda un po' violenta dei social

Intalliarsi e guardare questo spettacolo... Foto di Giovanni Savino

Mi ha emozionato l’articolo di Paolo sull’usanza tutta partenopea del “consuolo”. Per chi non l’avesse letto ne consiglio la lettura perché ogni tanto è bello leggere qualcosa che racconti di gesti di pace, fuori dal tambureggiamento dei social di liti, lamentele, brutte notizie. Fa bene tanto più in un momento come questo quando una parte del Paese soffre il dramma del sisma che ha sfracellato case, paesi e tolto la vita a centinaia di persone.

E’ bello essere partenopei ricordando il nostro cuore. Quei piccoli gesti, quelle piccole attenzioni che tramandiamo da generazioni: penso al “consuolo”, ma pure al fare visita in casa d’altri con zucchero e caffè.

Eppure, nel racconto mediatico, soprattutto in quello dei social, mi piace meno questa pretesa superiorità del “cuore napoletano”. Come se in altre parti d’Italia fossero una razza di asentimentali. Fa bene ricordarlo proprio ora che è fine Agosto e la maggior parte di noi, i più fortunati, sono appena rientrati dalle vacanze. Le vacanze sono spesso anche un’occasione per conoscere persone di altre parti d’Italia. Un tempo lo si faceva con il militare. E, conoscendo persone di altre città, si scopre che in fondo in fondo un cuore ce l’abbiamo tutti. Eppure, a leggere alcune cose sui social, pare che debba passare sempre il concetto che solo il “Napoletano tene ‘o core bbuon”. Siti web che quasi parlano di superiorità razziale perché i Borbone inventarono il bidet oppure la prima ferrovia, o ancora la raccolta differenziata. E’ bello tutto questo, ma purtroppo ha un prezzo. Il prezzo è che, senza rendercene conto, in questa nostra manifestazione delle nostre identità, forse senza neppure accorgercene, vogliamo manifestare una pretesa superiorità.

Io penso che invece il napoletano è assai più ricco quando è umile. Quanto è bella la Napoli delle signore che portano a fatica le buste della spesa, quanto è bella la Napoli delle facce sulla metropolitana dopo una giornata di fatica, quanto sono belle le rughe delle vecchiarelle sedute al verano fuori ai vasci. E’ bella Napoli quando è semplice, non quando pretende di essere superiore agli altri.

Quelli di cui parlo non sono sentimenti così lontani dal nostro vivere quotidiano. Sull’identità e sull’orgoglio c’è tanta gente che sale sul carro di Napoli per guadagnarci. Vogliamo ricordare l’ultima campagna elettorale quando ai festeggiamenti del nostro sindaco si cantava persino assurdamente “Bella ciao” sventolando la bandiera del Regno delle due Sicilie? O vogliamo parlare di tutti quei siti web che decantano le bellezze di Napoli? Per carità, tanti lo fanno in buona fede, ma tanti altri ci guadagnano. Ci guadagnano anche tanto.

Ecco perché qui su Soldatoinnamorato, a volte, prima di scrivere qualcosa di bello sulla nostra città un po’ ci pensiamo su. Non perché sia sbagliato, ma perché, soprattutto sui social, c’è un clima avvelenato. Napoli è bella quando dialoga con altre culture, non quando ricorda “e tiempe belle ‘e na vota” o peggio quando si sente superiore a tutti gli altri. Questo è un errore che spesso ho commesso pure io e ho compreso che non porta benefici, ma ci allontana dagli altri.

Si può essere orgogliosi, ma senza sentirsi superiori. Proprio come quando, in silenzio, in occasione di un lutto, arriva una vicina sconosciuta con una pentola di brodo. Napoli è bella per ciò che dice, ma è assai più bella quando sono gli altri a parlare di lei. A parlare di noi.

Valentino Di Giacomo

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Se chiedete a un bambino la legge di Lavoisier probabilmente non saprà rispondervi, così come probabilmente non saprebbero rispondere molti adulti, eppure i bambini la conoscono bene. I bambini lo sanno che nulla si crea e che nulla si distrugge ma che tutto si trasforma. I bambini non sanno come sono nati, ai bambini sembra strano essere stati nella pancia della mamma e anche se si convincono che è così, continuano a chiedersi prima dove erano, l’idea della non esistenza non la possono capire e forse hanno ragione, perchè siamo noi grandi ad esistere la non esistenza.

Ora provate a spiegargli la morte.
Provate a dirgli che qualcuno non c’è più.

Potete dirgli che è in cielo, potete dirgli che è partito, potete dirgli che ora vive nel suo cuoricino ma no, non potrete dirgli che non c’è più.

Non importa quanti anni hai, la prima volta che hai a che fare con la morte sei sempre un bambino, pensare che qualcuno non c’è più non è facile, capirlo non è umanamente accettabile, soprattutto se a quel qualcuno vuoi molto bene.

Del primo lutto vissuto in famiglia, in casa mia, ricordo tutto, i pianti, gli abbracci gli amici e i parenti che si facevano forza e ricordavano, e poi una cosa che mi incuriosì, non capivo, mi faceva quasi sorridere: i vicini di casa e persone del palazzo con cui non avevamo particolari rapporti, arrivavano tutte con qualcosa da mangiare, in particolar modo brodo, tante pentole di brodo, profumato, pieno di carne e di sapore, un piacevole odore di brodo che riempiva la casa, arrivarono altre cose, cioccolata calda, caffè a non finire, anche i cornetti, ma quelle pentole di brodo catturarono la mia intenzione.

Un po’ stralunato chiesi ai più grandi perchè la signora del terzo piano, che al massimo salutavamo incontrandoci per le scale ci avesse portato il brodo, potevo capire i vicini di pianerottolo, praticamente vivevamo insieme, ma proprio non capivo perchè delle persone che a stento conoscevamo si fossero prese la briga di cucinare per noi.

La risposta di tutti era in una parola: ‘o consuolo.

La parola mi incuriosiva ancora di più, era strana ma aveva un bel suono e comunque era chiara, un atto consolatorio, ma ancora qualcosa non mi quadrava: il brodo, perchè?
Consolarsi, quando è legato al cibo, è utilizzato per qualcosa di straordinariamente buono, e allora perchè il brodo, che per carità, amo  amavo tantissimo anche da bambino ma non ha quell’appeal da farti esclamare “M’aggio cunzulat’!” a fine pasto.

Certe risposte te le può dare solo l’esperienza e così furono i miei zii a spiegarmi l’importanza, l’utilità, la versatilità e soprattutto la praticità del brodo di carne: tanto per iniziare se non hai fame puoi sempre berlo ed è nutriente, a pranzo puoi mangiarlo con un po’ di pastina e a cena puoi mangiare la carne.

Insomma il consuolo non è una cosa fatta tanto per far vedere e neanche un segno di affetto o riconoscenza, il consuolo é solidarietà pura, fatta con rispetto e intelligenza, so che sei in difficoltà, so di cosa hai bisogno e ci penso io perchè posso farlo. Il consuolo dovrebbe essere inserito fra i parametri di misurazione della qualità della vita, perchè è indice di quanto, nel bene o nel male a Napoli non sei mai solo.

Per questo non mi sorprende che da Napoli i camion con gli aiuto per i terremotati siano partiti subito e in quantità smodate, non mi sorprende che anche dopo che la Protezione Civile avesse detto che non servivano altri aiuti, da Napoli abbiamo cercato in ogni modo di metterci in contatto con gente del posto per capire cos’altro potesse servire e continuare a mandare aiuti mirati.

Non l’abbiamo fatto perchè ci siamo passati 35 anni fa, non l’abbiamo fatto perchè sappiamo che un giorno potrebbe toccare e non l’abbiamo fatto pe fa verè, l’abbiamo fatto perchè sapevamo che un nostro vicino aveva bisogno e anche se non lo conoscevamo sapevamo di poterlo aiutare e l’abbiamo fatto nel modo più pratico e funzionale possibile.

Paolo Sindaco Russo

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L'integralismo dei social

Era un napoletano, NAPOLETANO, quel bravo signore che avrebbe cercato di rubare nelle case abbandonate dei terremotati. Era napoletano, come Salvatore Di Giacomo, Erri De Luca, Totò o Eduardo De Filippo. Sul web e sui social c’è stata subito la corsa a stigmatizzare che i media hanno subito dato conto della provenienza del presunto topo di fogna che avrebbe sciacallato sul dramma e sulla morte dei disgraziati del sisma. Sono gli stessi che in genere magnificano la napoletanità, come se bastasse nascere in un posto per essere inconfutabilmente, per genetica, dei geni o dei mariuoli. Fa parte dell’idiozia dell’era internettiana. Una sorta di talebanizzazione che è causata dalla vita dei social network. O 1 o 90 si direbbe a Napoli. Un fenomeno che vede gli utenti di Facebook e Twitter postare queste frasi o commenti da talebani e i media che rincorrono questo fenomeno e che spesso titolano e scrivono articoli per inseguire questo becero “sentiment” della rete. Accade nel calcio, accade per la politica, accade per questi drammi.

Forse, dopo questa notizia di cronaca, sarebbe bene riconoscere che esistono grandissimi napoletani che danno vanto alla nostra terra, come pure dei grandissimi pezzi di merda che infestano la nostra città e ne minano la vivibilità. Quella merda di gente che vediamo tutti i giorni e che ci fa mettere scuorno di appartenere alla stessa razza, alla stessa lingua, alla stessa terra.

Da giornalista professionista cerco sempre di evitare la precisazione della nazionalità di chi compie qualche gesto. Salvo quando è indispensabile. C’è persino il codice deontologico dei giornalisti che prescrive di fare così. Ma i codici deontologici sono spesso aria fritta. E anche in questo possiamo constatarlo nel calcio, nella politica e nella cronaca che leggiamo tutti i giorni.

Era napoletano il presunto sciacallo. Erano napoletani Pino Daniele, Benedetto Croce e Libero Bovio. Basta l’appartenenza geografica ad un posto per nascere geni? Erano o sono napoletani Al Capone, Raffaele Cutolo o Sandokan. Basta l’appartenenza geografica per nascere camorristi?

Pensateci quando decantate le bellezze di Napoli o dei napoletani. Sono ragionamenti talebani che facciamo prima noi stessi e che non rendono onore alla nostra città che invece è bella quando si apre, quando non marca confini, quando dialoga con tutte le altre culture in virtù di quello spirito di compartecipazione e tolleranza che solo chi ha vissuto per genetica la fame sa mostrare.

Sul web si trovano siti e pagine Facebook che decantano la bellezza di questa città e dei napoletani. Personalmente trovo tutto molto molto integralista, fondamentalista, talebano, per l’appunto. C’è persino un presunto scrittore che ha creato un hashtag per questa città: #riscetamento. Ascrivendo al sindaco chissà quali e quante mirabilie compiute. Come se i mezzi passassero in orario, come se i mezzi pubblici passassero. Come se non ci fossero più buche per le strade….  Ha senso tutto questo? O è solo un grande, fantasmagorico gioco mediatico. Un gioco inutile che ci esalta e poi ci deprime.

E’ sparito un piroscafo a Napoli. E la gente ci crede. Così insegnava Eduardo. Dopo oltre 70 anni a Napoli spariscono ancora i piroscafi. E tutti però ci sentiamo “milionari” postando le foto del nostro magnifico golfo. Foto che però non nascondono la merda della gente che ci abita. Perché a Napoli, proprio come in tutte le città e le culture, ci sono le eccellenze e ci sono le merde. Prendiamone atto prima di pubblicare quelle foto. Prima di crederci superiori solo e soltanto perché siamo nati a Napoli. La nascita non basta. Non basta per il presunto sciacallo, non basta per il genio della letteratura, del teatro o della canzone. Riscetamento?? Stocazzo.

Valentino Di Giacomo

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Un'immagine di Amatrice oggi - da Sky TG24

Oggi è una giornata terribile, ancora una volta il terremoto spazza via case e vite. Mentre già comincia la solita sequela di polemiche, pubblicità ed altro, c’è chi, meritoriamente, è andato a donare il sangue. Chi scrive è donatore da tempo, e sa come ancora oggi ci sia un problema con le riserve di sangue: Lazio e Campania, per dirne una, sono molto al di sotto dell’autosufficienza. Qui al Soldato Innamorato siamo uomini d’amore, e il sangue lo buttiamo pure aggratis. Ecco cosa il nostro meraviglioso sindaco, Paolo Russo, ha scritto per motivare perché bisogna SEMPRE donare, e negli ospedali e non a privati. Un vero e proprio decalogo:

10) MERENDINA GRATIS – C’è gente che va alle mostre e alle inaugurazioni solo per partecipare gratis al buffet, quando donate il sangue vi offrono una merendina e un succo di frutta e non dovete fare finta di apprezzare installazioni postmoderne di artisti semisconosciuti.

9) FA FIGO CON L’INFERMIERA/DOTTORESSA – siamo tutti cresciuti con i film in seconda serata delle reti libere e il sogno di un’infermiera come Nadia Cassini o una dottoressa come Edwige Fenech ci ha accompagnato molto spesso. Le possibilità sono di circa una su un milione ma comunque vanno onorate! Donando il sangue l’infermiera vi guarda con gli occhi della riconoscenza ed è già un buon inizio, poi vi chiede le vostre abitudini sessuali e alimentari e si può creare una certa intimità.

8) PUOI AIUTARE QUALCUNO SENZA DARE SOLDI – Non fate la dichiarazione dei redditi quindi non donate il 5 per mille? Non avete soldi da donare perché non avete manco soldi per campare? Ne avete pochi e non sapete a chi donarli? Donare il sangue è gratis e vi risolve il problema “A chi lo dono”, i medici sceglieranno per voi e di certo andrà a qualcuno che ne ha bisogno.

7) SEMBRATE PERSONE SERIE – Potete essere disoccupati per scelti che passano la vita all’Eurobet, potete essere figure mitologiche metà uomo metà sedia del Bar sotto casa, potete essere talmente sfasulati che indossate più tempo il pigiama che i vestiti per uscire (che in tal caso comunque somigliano il pigiama) ma quando donate il sangue vostra madre avrà uno di quei rari momenti in cui non si vergogna di parlare di voi, le ragazze smettono di guardarvi schifati (almeno per un attimo) e gli amici quando dicono “Nun fa nu cazz’ ra matin’ fin’e a’ ser'” dopo aggiungeranno un però! Se poi siete già persone serie diventerete anche generose.

6) ANALISI GRATIS – Vi arrivano a casa analisi dettagliate, vi fanno una bella visita. Donando abitualmente potrete seguire l’andazzo di colesterolo, trigliceridi etc. e sapere quando è bene diminuire la dose di ‘nzogna quotidiana.

5) EVITATE QUELLI DELL’AVIS – Quando camminando per strada vi si fionda addosso con la delicatezza di Policano negli anni d’oro un omino che vi dice “Vogliamo donare il sangue?” Potete dirgli “L’ho appena fatto!” Vi assicuro che è l’unico modo per fermarli di colpo e poter proseguire la vostra passeggiata senza essere seguiti per alcune decine di metri. Purtroppo non funziona con i venditori di calzini…

4) QUALCUNO VI VUOLE BENE – Chi riceve il vostro sangue e i suoi cari vi vorranno per sempre bene anche se non sanno chi siete, ogni volta che qualcuno a un semaforo vi augura la morte per motivi di viabilità, voi avrete la benevolenza di qualcuno che compensa gli effetti della bestemmia.

3) MEGLIO DI UN”LIKE” SU FACEBOOK PER I BAMBINI MALATI – Ogni tanto su Facebook qualcuno chiede un like per i bambini negli ospedali e cose simili. Non ho idea di cosa possa fare un bambino con un like e neanche come possa utilizzarlo il suo medico curante. Però ho una vaga idea di quanto possa essergli utile un sacca di sangue.

2) NON SI LAVORA – Avete diritto a un giorno di riposo, non vale per gli individui del punto 7 dove il problema non si pone ma per tutti gli altri un giorno di riposo retribuito fa sempre piacere.

1) TANTO IL SANGUE LO BUTTIAMO OGNI GIORNO – Non è meglio donarlo che buttarlo?

Se vi abbiamo convinto non vi resta che informarvi sugli orari in cui è possibile donare negli ospedali, anche perché, purtroppo, l’emergenza del sisma in Italia centrale durerà per qualche tempo.

Paolo Sindaco Russo – Giovanni Savino

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Sole, mare, vacanze e spensieratezza, questo è quello che in quasi tutti evoca il pensiero dell’estate. Ma per molti non è così, per molti anziani la nostra stagione preferita si traduce spesso in calore, afa, solitudine e tristezza.

Per gli anziani che vivono nelle case di riposo e quelli che non hanno la fortuna o la possibilità di vivere in famiglia, l’estate si trasforma in un periodo di sofferenza difficile da affrontare. E chi lavora nelle tante case di riposo si trasforma un po’ nella famiglia degli ospiti.
Nasce così l’idea, un po’ scherzo un po’ provocazione, di Olimpia Adardi, animatrice sociale del centro anziani di Colecchio di invitare i ragazzi alla ricerca di Pokemon di farsi un giro anche nel centro per “catturare” qualche sorriso e fare due chiacchiere con gli ospiti.

Non vogliamo scadere nel luogo comune ma anche quest’idea ha una maternità tutta Napoletana: basta guardare un attimo Olimpia, o Pia per gli amici, per capire che “viene da giù” e l’accento tradisce la sua provenienza Napoletana.

Il nostro è un contesto che troppo spesso non viene visto, per volontà ovviamente. A parte i familiari e i volontari che conosco bene la struttura, gli altri fanno finta di non vederlo, lo evitano come tutte le cose che fanno paura. La vecchiaia è una fase della vita che oggi molti giovani non conoscono. Non esiste più l’ambiente famigliare unico dove il bambino cresceva insieme al nonno e si era abituati alla presenza degli anziani, oggi purtroppo la vecchiaia è vista come diversità, il vecchio è una persona malata. Sono pochissime le persone che arrivano da noi.”

Pia continua nel suo racconto appassionato specificando che non ha nulla contro i Pokemon o i videogiochi: La mia è una provocazione, perchè il confronto intergenerazionale non c’è. C’è qualche nipotino che viene a cercare il nonno o il bisnonno, ma sono pochi. Una sera ho visto un centinaio di ragazzi davanti a un monumento in silenzio che cercavano i pokemon. Mi sono detta “Ci pensi se questi arrivasero nella casa degli anziani?” Non è una critica, ma solo un modo di dire che esistiamo anche noi, come luogo, come realtà ma soprattutto esiste questa fase della vita, per cui entrate… Magari trovate un Pokemon in braccio alla nonna!

Forse qualche esperto di Pokemon Go potrà consigliare ad Olimpia come attivare le esche all’interno del centro e riempirlo così di Pokemon e cacciatori e magari creare qualche momento divertente per tutti.

Ma al di là dei Pokemon possiamo invitare chi per un motivo o per un altro non ha la fortuna di poter crescere i propri figli con l’aiuto dei nonni di portarli nei centri, magari in accordo con chi come Olimpia ci lavora, senza cercare pokemon ma “portando un saluto e un sorriso” ricevendo in cambio un sorriso e qualche storia che attende solo di essere ascoltata.

Paolo Sindaco Russo

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Le città dell'anima

Della bellezza della città di Napoli, soprattutto i napoletani, hanno la convinzione che ci sia un motivo divino dietro tanta magnificenza. Quella conformazione unica del Vesuvio sul mare, le isole che si incastrano nell’orizzonte, i colori vivaci del cielo che fanno l’amore con i colori del circostante. Si, Napoli, probabilmente, per volere divino, è davvero una città spettacolare. Un luogo che ha però i suoi contrappesi fatti di camorra, inciviltà, degrado. E, soprattutto, per chi la osserva da fuori, c’è sempre una frase, sempre la stessa che basta come definizione e sentenza: “Napoli? Si è bella, ma“. E in quel “ma” c’è un po’ di tutto. Anche se spesso è soltanto preconcetto o incapacità di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda dell’anima della città. Ecco, probabilmente Napoli è una città con un’anima. E non tutte le città hanno un’anima, anzi sono pochissime. Una città che ha un’anima fino al punto che molto spesso, ma bisogna avere una certa sensibilità o una bella dose di sana follia, ci si può imbattere nel pensiero che non sia tu a guardare Napoli, ma che sia la città a scavare dentro ogni tua sensazione. Accade alle città che hanno un’anima.

Domani cominceranno le quinte Olimpiadi del secolo. A Rio de Janeiro. Ecco, per Napoli i napoletani hanno individuato in Dio l’artefice di tanta bellezza. Diciamo che se El Barba a Napoli ci ha messo una bella mano di vernice azzurra, a Rio, l’inquilino del piano di sopra ha dato tutto quello che aveva. “Ma come? Un napoletano che dice che la sua città non è la più bella del mondo” – vi chiederete. Ebbene si, per me Rio non solo è più bella di Napoli, ma non esiste termine di paragone con nulla, NULLA. Rio è di una bellezza eclatante, clamorosa. Persino i carioca ci sono andati troppo leggeri con gli aggettivi definendola “soltanto” Cidade Maravilhosa. Riduttivo.

Epperò anche Rio sconta e dovrà scontare ancora una volta, durante il mese olimpico, tanti tanti preconcetti. “I brasiliani sono disorganizzati, il villaggio olimpico non è pronto”. Così si è tanto scritto e commentato da parte dei media e delle squadre che dovranno affrontare le Olimpiadi. Vero? In parte si. Del resto basta andare in un bar di Copacabana per comprendere il “ritmo do o Brasil”. Se nella musica la samba elettrizza il corpo, non ci si scatena altrettanto sul posto di lavoro. A Rio si può attendere anche mezz’ora seduti al tavolo di uno chalet in attesa di un Coco frio, di una cachasa o di una caipirinha. E non perché il bar sia affollato, ma perché tutto viene vissuto lentamente. Sul posto di lavoro meglio una Bossa Nova di Jobim. L’opposto di Londra o di Milano. Rio è una città senza fretta.

Eppure tanto si è ricamato su questa attitudine tutta brasiliana. La federazione australiana, ad esempio, ha criticato aspramente le condizioni del villaggio olimpico ed i ritardi nei lavori. Al punto che, ironicamente, il sindaco di Rio, Eduardo Da Costa Paes, ha risposto che farà trovare agli australiani un canguro all’interno del villaggio per farli sentire a proprio agio.

Ecco, altra similitudine tra Napoli e Rio: oltre ad essere entrambe città di contrasto. Non dite ai partenopei e ai carioca che la loro città ha dei difetti: si incazzano. Al massimo ne possono parlare male loro. Loro che la conoscono davvero nelle bellezze e nelle brutture. Ecco perché a Rio, in occasione delle Olimpiadi, è nato il primo esperimento di giornalismo partecipativo. Un progetto sorto nelle favelas che consentirà agli stessi favelados di raccontare le olimpiadi e tutto ciò che girerà intorno ai Giochi.

Nelle favelas sono nati, grazie anche a fondi di agenzie non governative, siti web, radio e quotidiani che stanno provando e proveranno a raccontare i fatti, non con gli occhi dei grandi media internazionali e occidentali, ma con lo sguardo di chi vive ogni giorno la realtà di Rio e delle favelas. “Papo Reto”, “O Cidadao”, “Rio Watch”, “Agencia de Noticias de Favela”, “Rocinha”, sono tutti portali nati nelle favelas, scritti da favelados che raccontano la realtà dall’interno. L’organizzazione non governativa “Comunidades Catalisadoras” ha documentato con video e articoli gli sgomberi forzati in alcune favelas, poi tutto è stato tradotto in inglese e caricato sul portale “Rio on Watch”. Un modo per diventare un punto di riferimento per i giornalisti stranieri che così possono documentarsi e prendere informazioni direttamente dal “ventre di Rio“. Senza filtri. Cercando di guardare le cose e i fatti anche alla maniera di chi vive all’interno delle favelas più conosciute, non solo con gli occhi del turista occidentale. Ad esempio comprendendo che a Rio se tanti favelados commettono abusi, non è da meno la polizia che si comporta come se in Brasile non esistesse uno Stato di diritto.

Chissà se l’organizzazione di queste Olimpiadi riuscirà a smentire i tanti pregiudizi con cui il mondo guarderà alla Cidade maravilhosa. Ma in fondo, per chi vuole davvero emozionarsi tra bellezza e sport, basterà attendere la maratona oppure le corse ciclistiche per stupirsi dello scenario incantevole che solo Rio sa offrire. Basterà osservare tutto senza pregiudizi, con uno sguardo di amorevolezza, cercando di immedesimarsi in chi vive ogni giorno quel luogo bello e dannato. Per godere bisognerà sintonizzarsi sulle frequenze dell’anima carioca. Le città con l’anima. Si, Napoli e Rio non sono poi così lontane. Marè e i Quartieri Spagnoli, Rocinha e la Sanità, Scampia e Cidade De Deus. Diecimila chilometri di distanza sono nulla per chi vuole ubriacarsi di bellezza. Saranno le Olimpiadi più belle e scenografiche di sempre. Con l’anima.

Valentino Di Giacomo

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Foto di Michela Castiglione https://www.flickr.com/photos/micheycast/

Tutti abbiamo un amico, o meglio un conoscente, che non ci sta molto simpatico,  Magari per le sue continue esternazioni fuori luogo, perchè è pieno di sé o perchè spara cazzate a tutti e pretende di essere creduto. Non capisci neanche bene perchè siete amici, avete fatto il liceo e poi l’università insieme e alla fine siete rimasti nello stesso giro, ne vostro giro di amici ad alcuni sta sul cazzo mentre altri lo adorano.

Un giorno di circa 3 anni fa, l’amico si presenta in mezzo a voi con la sua nuova ragazza… Cazzo ma è proprio lei? Quella che andavamo a vedere all’altra facoltà ma nessuno aveva il coraggio non dico di chiederle di uscire, ma di rivolgerle la parola.
E quando se li caca a quelli come noi una così

E invece lui non si sa come è riuscito a portarla in mezzo a noi, e così scopri che quella che ti sembrava irrangiugibile è invece una ragazza simpatica, alla mano. Tutta la comitiva le si affeziona, la apprezza e incomincia a volerle a bene. Lei racconta spesso di quel giorno all’improvviso in cui sì innamorò, lui è felicissimo soprattutto perchè tutti noi amici siamo contenti e alcuni di quelli che lo schidavano iniziano a gurdarlo con una certa ammirazione, soprattutto perchè con lei sono arrivate le sue amiche e al livello di femmine la qualità del gruppo è salita vertiginosamente.

Lui le parla di matrimonio, di creare una famiglia, di comprare casa, fa vedere i progetti della villa che ha in mente di costruire. Ne parla anche in pubblico, alcuni di noi gli credono, altri sanno che comunque rimane un incorregibile cazzaro e così passano gli anni e la proposta seria, concreta non arriva e i progetti rimangono tali. Ma la storia va avanti e per noi amici sembra non ci sia nulla di male, anzi quando prima dell’estate ci lasciamo con grandi abbracci e baci siamo tutti pronti per riaccoglierla al ritorno, abbiamo già in mente un sacco di cose da fare tutti insieme.

Poi durante l’estate non si fa sentire, neanche le sue amiche che oramai erano parte integrante della nostra comitiva non hanno notizie, solo la sorella ogni tanto su facebook scirve peste e corna del cognato. Lui l’aspetta, o almeno così pare, dice che non sa niente e risponde anche male a chi dice che non si sono sentiti per tutto il tempo delle vacanze.

Finite le vacanze quando lui l’aspetta all’aeroporto lei non si presenta, noi l’aspettavamo fuori al solito bar ma niente… non si vede. Dopo qualche giorno fa sapere, tramita la sorella che lei si è fidanzata con uno di quei tipi che proprio ci stanno sul cazzo. Uno di quelli in giacca e cravatta e orologio sul polsino, che ha il posto in banca perchè lo ha ereditato dal papà, con il fratello cocainomane che ama andare a trans, quello con precedenti penali e che recentemente si è scoperto ha amici anche nella ‘ndrangheta, uno di quelli che cambia fidanzata molto spesso ma non si lega mai realmente a nessuna.

All’anem’ ra zoccol’!

Il commento è unanime. Certo lui è sempre stat nu poc’ strunz’ e forse invece di sparare palle e fare promesse poteva fare qualcosa in più per non perderla, lei però ha dimostrato di essere una grandissima zoccola, lei e quella grandissima cessa della sorella, che devono passare i peggi guai mo mo dove stanno!

Noi amici siamo un po’ spaesati, chi si schiera con uno, chi si schiera con l’altro ma in fondo siamo tutti un po’ intossicati… Sappiamo che lui è un pallista di prima categoria, ma adesso che lei butta tutta la colpa su di lui ci sembra solo una scusa per non dire “Sono fatta così, sono una zoccola, voglio tutto e lo voglio subito, i sentimenti sono carta da culo!“, ci suona come la più facile delle scuse con se stessa.

Adesso l’unico modo per levarci l’intossico e continuare a vederci e fare bordello per divertirci come abbiamo sempre fatto, scordiamoci di quella zoccola e teniamoci sto turz’ e penniell’ di amico almeno fin quando non arriva un migliore e speriamo che la nuova ragazza si dimostri dello stesso livello. Poi le amiche della zoccola che sono rimaste con noi, le amiche storiche e quelle che si uniranno al gruppo non sono così male… io credo che possiamo continuare a divertirci.

Ogni riferimento a zoccole, cornuti, cocainomani che vanno a trans, amici della ‘ndrangheta, pallisti e turzi di pennello realmente esistenti è chiaramente voluto, incluso l’augurio di passare un guaio nero!

Paolo Sindaco Russo

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