Attualità

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Il caso

A cadenza regolare, un quotidiano edito a Milano fa un’apertura in prima pagina su Napoli o i napoletani. Non nominiamo il giornale, inutile. Non menzioniamo neppure l’episodio, tanto non serve perché è sempre uguale. E ogni volta, come un copione sempre identico a se stesso, ci sta gente di Napoli che per farsi pubblicità fa pubblicità a questo quotidiano. Il cane che si morde la coda. Il filmetto di bassa lega lo conosciamo ormai a memoria e, per quanto ci riguarda, abbiamo smesso di vederlo perché lo abbiamo imparato a menadito. Il canovaccio contempla poi che, appena si apre un social network, quasi tutti i vostri amici avranno scritto un paio di post indignati. Ci troverete qualche trovata originale oppure la solita roba sul bidè inventato nel Regno delle Due Sicilie, ‘a pizza, ‘a sfugliatella e il lungomare liberato con turisti a frotte.  

Il sistema lo avevamo compreso al punto che quando nell’ultima campagna elettorale vedemmo affrettarsi moltitudini di genti senza né arte e né parte accorrere per contestare la venuta di Salvini alla Mostra d’Oltremare già capimmo tutto. Sono sempre gli stessi: il sindaco, quattro sfigati musicisti che per farsi pubblicità si inventano paladini della Città, un’accozzaglia di gente che ha scritto pagine di banalità auto-nominatisi con l’indeterminato ma definitivo rango di “scrittori”. 

Dicono di difendere Napoli, in realtà difendono loro stessi e facendo ciò rendono un grande servizio a chi dicono di combattere. In definitiva cercano solo spazi al sole salendo sull’immenso carro della Città che tutti accoglie. Di Napoli se ne fottono, l’unico loro interesse è propagandare loro stessi. Come chi dicono di avversare – punto nevralgico di questa storia – esistono solo costruendosi un nemico. I finti amici di Napoli e i nemici di Napoli si assomigliano. Con l’aggravante che i primi vogliono pure sembrarti amici.  

Se chi attacca questa città (spiace citarli, ma è per farsi capire), dalle varie Lucarelli, gli illuminatissimi Giletti, Cruciani o Feltri e compagnia bella non trovassero sponde, la smetterebbero il giorno dopo. Si può pure ignorarli, non ci vuole assai. Del resto un antico adagio recita che quando chi offende vale niente, l’offesa vale zero. Noi invece al nulla opponiamo un altro nulla. Un nulla che produce solo rumore senza contenuti. 

Fu così che ci trovammo con gli applausi a Salvini – quello che per comodità ha tolto la parola Nord dal simbolo del suo partito – per i vicoli del Vasto. L’apoteosi. Così ci troviamo perché abbiamo opposto al nulla il nulla di chi nulla dice, se non tanti “io” “io” “io”. Napoli è solo scenario ideale per propagandare la propria immagine, lo sfondo della Città ben si adatta e ben crea le giuste scenografie per ogni attore. Da una parte e dall’altra della barricata. La perfetta scenografia napoletana, naturalmente  protagonista di tutto, con il tempo, piano piano, scompare. E in primo piano – il canovaccio questo vuole – ci restano solo i saltimbanchi.

Consiglio spassionato e non richiesto: diffidate dai finti maestri, dai finti censori, dai finti indignati che si indignano a comando per ogni cosa e mai di se stessi. Diffidate da chi sale sul carro della città in sua difesa senza averne credibilità. In fondo Napoli – con tutte le offese subite nei secoli – ha resistito pure senza questi quattro fessi che da minorati Chisciotte non riescono neppure a combattere contro i mulini a vento. Chisciotte, a differenza di questi qua, almeno ci credeva veramente. Pure se la battaglia era sbagliata, lui, ne era inconsapevole. Loro invece hanno studiato bene la recita con una consapevolezza indecente. Lo sanno, ma si ergono a paladini della Città quando vogliono esserlo solo di loro stessi. E quello che ci spiace di più di tutta questa storia trita e ritrita è che pure noi, a malincuore, ne abbiamo dovuto parlare. Mannaggia a loro!

Valentino Di Giacomo

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Anche a Napoli piove

Quando, due anni, fa Paolo Sindaco ed io decidemmo di far nascere questo sito web pensavamo di dover dare voce alla nostra passione comune per la città e quella matta e cromosomica per la squadra azzurra. Non potremmo non essere innamorati di Napoli con i nostri cognomi: un Russo (come l’indimenticato poeta Ferdinando) e un Di Giacomo (di cui mi onoro di portare una ‘ntecchia del suo sangue nelle vene). 

Pensammo di unire questo progetto in un nome: Soldato Innamorato. Quella canzone che da sempre ha unito i tifosi azzurri nei momenti più belli e degna principessa della Canzone napoletana. Perché ci faceva male vedere che allo stadio, invece di utilizzare i cori della nostra meravigliosa Tradizione, si cantavano canzoncine copiate da altri stadi e altre culture. Perché lo Sport, quello vero, è anche identità.  Anzi, il carrozzone del campionato di calcio ci ha proprio insegnato le varie identità regionalistiche su cui si basa la nostra Italia di feudi e coorti. Unire attraverso le differenze, lo sport o fa questo o non è: ci capitava anche in strada quando si giocava tutti insieme, dal figlio del professore o dell’avvocato al figlio del commerciante o dell’impiegato. 

Il problema è che, in questi anni, più nello Stadio San Paolo perdevamo identità e più, al di fuori del catino di Fuorigrotta, si è costruita una narrazione farlocca di una Napoli che non esiste. Una Napoli in cui si discute e ci si bea del pianoforte di piazza Garibaldi (che ora non c’è più), del Corno sul lungomare (che non si farà) e della solita solfa di pizza-spaghetti-mandolino-sfogliatella-mozzarella-vesuvio-pulcinella. 

Una narrazione che il sindaco De Magistris ha cavalcato. Era stato scelto come ex magistrato per ripristinare delle regole, ma su questo fronte ha fatto poco. Vale per tutti l’esempio del numero verde contro i parcheggiatori abusivi al quale prima non rispondeva nessuno e poi, nonostante fosse una bellissima idea, il progetto è stato accantonato. Sono andati avanti invece altri piani, quelli più semplici. Lo sportello per denunciare la discriminazione contro i napoletani, i riconoscimenti pleonastici a Maradona o quelli onorari alla veneta che aveva scritto la letterina banale piena di cliché sulla nostra città. Una sindrome da accerchiamento che non ha ragion d’essere. Iniziative che delimitano Napoli in uno steccato provinciale, se non macchiettistico. 

Paolo ed io non siamo cambiati in questi due anni. Ma ci siamo accorti che la narrazione del borbonismo, dello stereotipo, del cartolinesco, si è inflazionata. Assai.

Ci piacciono ancora la pizza, la sfogliatella o la mozzarella. Ma tutto questo non basta, non ci può bastare. E’ un racconto fasullo se insieme alla vivibilità gastronomica e paesaggistica del nostro meraviglioso territorio, non ci si abbina insieme dei servizi pubblici efficienti. Siamo nella città dove la funicolare in notturna non sappiamo ancora quale sia, dove l’Anm riduce le corse, dove ogni giorno per recarsi ad un appuntamento in metropolitana prendendo la Linea 2 bisogna anticiparsi di molto perché gli orari non sono affidabili e le corse piuttosto rare. 

Non è un ragionamento politico per andare contro ai De Magistris o ai De Luca di turno, sono spunti per cercare di far comprendere che questa narrazione del “Comm è bell Napule”  serve spesso per coprire le inefficienze di chi ci governa. E dai quali non si pretende il tutto e subito o traguardi irraggiungibili, ma dei cambiamenti costanti, pure se lenti. E’ bello il lungomare “liberato”, ma non può essere questo l’unico vanto di un’amministrazione e dei suoi cittadini. E’ bella la Linea 1 della Metro, ma per essere realmente efficiente ha bisogno pure di autobus e altre linee in ferro che siano realmente fruibili. Non vogliamo assolutamente “buttarla in politica”, facciamo nomi e cognomi per non restare in una vaghezza che vanificherebbe il nostro discorso. Potremmo parlare di Iervolino e Bassolino, di Renzi, Berlusconi o Grillo non cambierebbe la sostanza. L’importante è il concetto. 

Da mesi invece notiamo che a Napoli ci si adagia su quello che c’era già 2mila anni fa. ‘O sole e ‘o mare. Nessuna iniziativa viene avanzata per migliorare un po’ tutti insieme, in una città che invece diventa sempre più gretta e incivile. Perché la concezione di tutti noi, troppo spesso, è che tutto ciò che è pubblico non è nostro. Siamo capaci di arredarci case come reggie, ma poi non sappiamo rispettare gli spazi pubblici. E qui non c’entra nulla l’amministrazione, siamo noi. 

E allora, con il passar del tempo, SoldatoInnamorato è diventato un piccolo avamposto per cercare di parlare di Napoli in un modo in cui pochi altri parlano. Possiamo farlo perché non cerchiamo il click facile, non ci interessa. Per noi è un hobby e una passione, non ci guadagniamo nulla. Potremmo certamente impiegare questo tempo per fare uno dei tanti siti che venerano le bellezze di Napoli, del “si è fatto prima a Napoli” o del bidè che a Torino non c’era. Ma a che servirebbe? 

Altrettanto potremmo scrivere di com’è forte il Napoli e creare dei casi di denuncia costante su come invece De Laurentiis (che in città è considerato un “Pappone”) non mantenga gli impegni. Ma significherebbe avere gli occhi foderati di prosciutto non riconoscendo a questo imprenditore di aver fatto dei miracoli in dieci anni. Soprattutto, se rapportati i risultati attuali ai 90 anni pregressi che raccontano ben poche vittorie e praticamente solo quando c’era Lui.

Non siamo cambiati noi. E’ cambiato, molto, il sentire comune e la narrazione della nostra città. Come ad esempio la storiella del napoletano “appestato” che in Italia odiano. Ma quando? Ma dove? Forse in qualche coro indecente negli stadi, ma non è la realtà di tutti i giorni. E’ come manipolare a piacimento le notizie sui migranti che stuprano o rubano. Sono casi che esistono? Certo? Ma da qui a dire che “tutti i migranti stuprano” ce ne passa. O come “tutti i musulmani sono fondamentalisti”. 

Si creano emergenze ad arte. E noi non vogliamo ragionare nella logica delle emergenze, vogliamo ragionare di ciò che vediamo. Ora non vediamo altro che il folklore abbandonare gli stadi e riempire la città. Quando dovrebbe essere l’esatto opposto. Ciò che è serio lo si tratta come un gioco e ciò che è un gioco lo si tratta come fosse una cosa serissima. Allo stadio tutti vestiti di nero, fuori tutti vestiti d’azzurro. Perché? 

SoldatoInnamorato oggi ragiona su queste cose qui. Vogliamo essere contro-narrazione, minoranza, quelli del meno siamo meglio stiamo. Magari siamo dei visionari, ma crediamo che da cose piccole come questo spazio possano nascere altre idee e altri modi di pensare e di ripensare noi stessi. Tra identità e modernità una via bisogna trovarla. Fuori e dentro un campo di calcio. Anche a Napoli, ogni tanto, piove.

Valentino Di Giacomo

Paolo “Sindaco” Russo

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L'amara verità

Avete visto il titolo e avete pensato: “Fammi vedere questo fesso dove vuole arrivare”. E allora ve lo spiego. Milano è più bella di Napoli e i milanesi sono meglio dei napoletani. E’ così e non può essere altrimenti. Me ne accorgo ogni volta che vado nel capoluogo lombardo. Ci sono ritornato per fare una bella intervista che qui su SoldatoInnamorato vi mostreremo tra qualche giorno. Certo, nella città meneghina non ci sta il Vesuvio e il lungomare (per giunta liberato), fa freddo già ora che noi andiamo ancora a mare e d’inverno ci si puzza del santissimo freddo. Per non parlare della nebbia eh! 

Ecco, spazzati via tutti i cliché, ora possiamo ragionare. Ah, non ho parlato di pizza, sfogliatelle, caffè e mozzarelle perché qualche fesso che importa o qualche “emigrato” lo si trova. 

A Milano sono civili. Te ne accorgi dalle scale mobili in metropolitana: chi vuole andare con le proprie gambe cammina a sinistra, chi si sfasterea si ferma a destra. Ora pensate a tutte le (rare) metropolitane perse a Napoli perché da capre ci si mette tutti fermi sia a destra che a sinistra.

Ah, a Milano le metropolitane passano come la leggenda di Mussolini sui treni in orario.

Puoi arrivare da un punto all’altro della città senza mai abbandonare la Milano tube. Sui marciapiedi difficilmente becchi qualcuno che si ferma come un coglione al centro impedendo agli altri di passare o due persone che si piantano a chiacchierare nel bel mezzo. Si chiamano MARCIA A PIEDI, quindi camminano. Se devono guardare una vetrina ci si fermano davanti lasciando passare chi deve proseguire la propria passeggiata. 

A Milano difficilmente si trovano quei puzzati di fame che incontriamo sulle nostre tangenziali che per non comprare una lampadina (che costa dai 3 ai 30 euro) marciano con gli abbaglianti appicciati. A Milano il rosso è rosso, il verde è verde. Chi viene da destra ha la precedenza. 

A Milano il Comune aiuta il cittadino in tutto: dalla scuola, agli asili nido, alla sanità. Se vai in ospedale dicendo che hai dolore ai reni non ti liquidano – senza fare nessun accertamento – dicendo che è un’infezione e ti prescrivono medicinali, a tentativo. Se a Milano hai i calcoli renali – come ho dovuto scoprire io attraverso esami privati perché all’ospedale San Paolo di Napoli al pronto soccorso teneno che fa e quindi al massimo ti palpeggiano la parte – ti fanno le ecografie e cercano di capire che tieni. Gratis. 

A Milano sanno vendersi pure quello che non tengono. La nostra via dei Mille è assai meglio della gettonatissima via Montenapoleone. Ma Milano è “la capitale della moda”, nonostante a Napoli ci sono tra i migliori stilisti del mondo: chiedere a Isaia, Kiton o a Marinella. 

Noi invece ci siamo assuefatti al cliché che loro devono avere l’organizzazione e noi poiché pensiamo di essere bravi, intelligenti, simpatici (e soprattutto furbi), dobbiamo campare con quello che il Padreterno ci ha dato. Uno stereotipo alimentato da film di merda come Benvenuti al Sud o Benvenuti al Nord con il sempre pessimo Alessandro Siani che personalmente mi fa artisticamente schifo proprio per quella maschera del napoletano co ‘o core bbuono. Che poi vi do una notizia: se viaggiate un poco troverete città che sono naturalmente altrettanto belle come Napoli. Faccio solo qualche esempio:  Lisbona, Rio de Janeiro e Istanbul. E popoli meravigliosi ovunque, basta saper cercare.

Insomma in virtù della bellezza noi dobbiamo sopportare l’inciviltà, la maleducazione, la disorganizzazione. E in fondo lo consideriamo il giusto prezzo per godere delle bellezze di Napoli. Magari beandoci delle storie di Bellavista che alla Rinascente “si praticano solo prezzi fissi” e che i vari Cazzaniga sono una maniata di imbecilli. I furbi siamo noi. 

Per anni mi sono beato pure io della bellezza della mia città. Considero valore (per dirla con il napoletano rinnegante Erri De Luca) fare come oggi che al 4 ottobre posso ancora farmi i bagni a mare. Anche questa è vivibilità, lo penso e continuo a pensarlo. Come penso pure che Napoli sia meglio di Roma in tutto e per tutto avendo abitato nella capitale per diversi anni. 

Ma proprio perché “la base” l’abbiamo, noi che ci crediamo così furbi, non sarebbe invece intelligente costruire tutto il resto? Basterebbe semplicemente avere rispetto degli altri ed educazione. Quella stessa educazione che i napo-milanesi sanno avere quando si trasferiscono al Nord: il napoletano – per usare un altro abituale cliché – che quando va a Milano non butta la carta a terra. Non la butta perché a Milano hanno creato un valore che è quello della civiltà, del rispetto, dell’educazione. Tutti valori che noi invece abbiamo buttato nel cesso perché si deve guidare con il faro scassato e restare fermi a sinistra sulle scale mobili. 

Forse se invece di perdere tempo sui social a bearci delle nostre bellezze, provassimo a renderle fruibili e magari crearne di altre, saremmo veramente un grande popolo. Una città bella, vivibile e, per giunta, senza nebbia. Perché non è vero – come è comodo credere – che la colpa è solo dei politici, della politica, dei mariuoli in Parlamento. Vuole farcelo credere pure il sindaco a cui piacciono i corni giganti su via Caracciolo e le lettere strappalacrime che valgono medaglie d’oro di banalità. La colpa è nostra che in fondo abbiamo una città abitata per gran parte da stupidi, incivili, miserabili e ignoranti. Che per giunta pensano pure di essere furbi. 

Milano è meglio di Napoli. E gli abitanti di Milano sono meglio di quelli di Partenope. Fatevene una ragione. Altrimenti proviamo a cambiare.

Valentino Di Giacomo

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L'incubo del terrorismo

«Per tutta la durata della guerra che si prevede lunghissima la vita cittadina si svolgerà su di un piano normale. I pubblici ritrovi, i teatri, cinema, ristoranti, locali notturni, sale da ballo ecc. svolgeranno i loro programmi normalmente e rispetteranno gli orari di apertura e chiusura come in tempo di pace». Parole tratte dalla scena principale di una commedia di Eduardo, «La paura numero uno», scritta dall’autore napoletano nel 1950.

Può sembrare una follia, ma probabilmente nessuno è riuscito a raccontare meglio del drammaturgo napoletano cosa sia accaduto in questi ultimi sedici anni da quelle sconvolgenti immagini degli aerei schiantati sul World Trade Center. In queste stesse ore, nel 2001, l’Occidente prendeva coscienza della minaccia del terrorismo islamico. Tutti noi temevamo per le nostre vite con il disvelarsi di una nuova era di terrore e paura. «La paura numero uno» si stava impossessando di noi. Avevamo la guerra in casa dopo 60 anni di pace relativa dalla conclusione della Seconda guerra mondiale. Una guerra – che gli analisti definiscono asimmetrica – in corso ancora oggi: Madrid, Parigi, Mosca, Bruxelles, Dacca, Melbourne, Istanbul, Tunisi. Tutti i continenti sono stati coinvolti e noi ci siamo ormai assuefatti alle immagini del terrore.

Siamo in guerra, ma tutto procede regolarmente e quasi dissimuliamo una relativa tranquillità, salvo rifugiarci nel fatalismo. Eppure restiamo sospettosi in ogni nostra azione quotidiana. Guardiamo circospetti i nostri vicini di posto sulla metro, ci informiamo su ogni minimo dettaglio quando dobbiamo scegliere la meta di un viaggio o di una vacanza, passeggiamo con il timore che l’irreparabile possa accadere anche a noi. La guerra ci può sorprendere in ogni istante, come è accaduto alla giovane Valeria Solesin mentre assisteva ad un concerto al Bataclan di Parigi. O come è successo a Carmen, Luca e Bruno mentre passeggiavano appena un mese fa sulla Rambla di Barcellona.

Quell’11 settembre ha cambiato per sempre la vita di tutti noi. Tra gli scampati dell’attentato in Spagna, alcune persone trovarono normale rinchiudersi nelle celle frigorifere dei ristoranti per sfuggire, dopo l’investimento, al pericolo che i terroristi potessero continuare la loro azione sparando sulla folla. Siamo così assuefatti al terrore che ci sembrano ormai normali anche queste reazioni. Viviamo nella morsa delle nostre mosse più istintive senza neppure rendercene conto. Come accadeva ai nostri nonni che correvano ai rifugi sotto i bombardamenti di tedeschi e americani. Scene mirabilmente raccontate da Eduardo in «Napoli Milionaria» nel 1945.

Cinque anni dopo da quella commedia, Eduardo prese a raccontare invece il dopoguerra. A raccontare paure che, senza accorgercene, viviamo ancora oggi. Con «La paura numero uno», il protagonista della commedia Matteo/Eduardo, vive nel terrore dello scoppio di una nuova guerra. Matteo Generoso trova sollievo soltanto quando un finto annuncio alla radio conferma che la guerra è scoppiata per davvero: un conflitto che coinvolge tutti i Paesi del mondo, ognuno contro l’altro. Trova paradossalmente sollievo perché riesce finalmente a liberarsi della paura di aver paura. Quella stessa paura della paura che spesso ci porta a fare i gesti più inconsulti e orribili, proprio come accade nel corso della commedia di Eduardo.

La paura di una guerra che c’è, ma non si vede, la si percepisce. Anche in quell’occasione Eduardo aveva previsto tutto. Noi viviamo così. Sono sedici anni che siamo in guerra, ma tutto sembra proseguire normalmente. Andiamo al teatro, al cinema, passeggiamo per strada anche se, dentro di noi, viviamo paure inconfessabili e di cui forse non siamo nemmeno consapevoli. Perché la guerra, proprio come per il Matteo Generoso di Eduardo, ci abita già dentro. 

Valentino Di Giacomo

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La polemica

«Odio l’Islam», così si intitolava un articolo di Libero dello scorso 28 luglio. La firma è di Filippo Facci, giornalista purtroppo noto anche a Napoli per diversi commenti non proprio gradevoli nei confronti della città e dei suoi cittadini. Per questo articolo Facci è stato sospeso dall’Ordine per due mesi in cui gli sarà anche interrotta l’erogazione dello stipendio.

Se ci si soffermasse soltanto al titolo sembrerebbe una misura adeguata, forse persino riduttiva rispetto all’incitamento all’odio che il giornalista milanese ha compiuto. E invece, leggendo per intero il testo, se ne può comprendere il buonsenso al netto delle solite uscite provocatorie tipiche dell’autore. Soprattutto per il passaggio in cui viene rivendicato il diritto ad odiare, equivalente a quello di amare. Due facce, in fondo, della stessa medaglia. Due sentimenti che esistono in natura e nell’animo umano.

Ma non è questo il punto. Facci ha voluto aprire uno squarcio all’interno dello stucchevole, finto, insulso politically correct in cui è immersa ormai la società italiana. Soprattutto quando si parla di immigrazione e terrorismo. Un festival dell’ipocrisia che ci vede tutti santi in pubblico, molti diavoli nel privato delle proprie vite. Ipocrita proprio come una parte dell’Islam di cui parla Facci nel proprio articolo. Quell’Islam che uccide gli “infedeli” che bevono alcol e mangiano carne proprio come quei milioni di musulmani che trasgrediscono ai presunti dettami del Corano sul regime alimentare. Stesse ipocrisie a cui assistiamo sul versante dei cattolici baciapile, i tanti politici dei Family Day che violano la prescritta eternità dei sacramenti come il matrimonio. La differenza, in questo caso sostanziale, è che da secoli il cattolicesimo non uccide in nome di un Dio. Questo invece accade per l’Islam oggi. L’Isis e al Qaeda sono sicuramente una minoranza del mondo musulmano, ma una minoranza visibile che mette in discussione ogni nostro principio sulla democrazia e l’accoglienza.

I terroristi li alleviamo in casa, nove attentatori su dieci di tutti i più grandi attacchi recenti sono nati e cresciuti nella nostra Europa. Eppure, anziché cercare di capire cosa ci sia che non vada in alcuni aspetti della cultura islamica, ci interroghiamo sulle manchevolezze dei nostri percorsi di inserimento sociale e d’integrazione. Subiamo attentati, muore gente innocente e siamo noi a farci una colpa perché non abbiamo saputo far integrare questi soggetti. Interpretazioni lette più volte tra opinionisti e politici. Un tema ricorrente quando si parla degli sbarchi, del ruolo delle Ong, delle dinamiche degli attentati. Mi occupo di questo settore per il quotidiano della mia città, Il Mattino, e credo di conoscere abbastanza bene la tematica per i frequenti riconoscimenti e attestati di stima che ricevo. Con l’Islam si usa un velato giustificazionismo, proprio come per la vecchia teoria che vuole che “i napoletani che rubano perché in città non esisterebbe uno stato sociale”. Perché “Tutte quante amma campà”… In qualsiasi modo.  Una follia che scavalca il libero arbitrio e la coscienza di cui dovrebbe essere dotato ogni essere umano.

Coltivare l’odio, tanto più dalle colonne di un giornale, è certamente esecrabile. Ma ancor più esecrabile è la punizione che si è voluta dare a Facci. Un Ordine, quello dei giornalisti (di cui volente o nolente sono associato come professionista), che dovrebbe forse più utilmente vigilare sulle fake news, sulle distorsioni informative in atto sul web e sui social network, sui tanti siti internet canaglia che per accalappiare qualche click sviliscono, queste si, la dignità professionale. Ecco, tra gli spacciatori di “cattive opinioni” e quelli che vendono a buon mercato centinaia di false notizie, forse i censori dell’ordine dovrebbero propendere a sanzionare i secondi.

Facci è un provocatore, spesso sopra le righe. Odio (si, anche io rivendico il mio diritto ad odiare) i suoi tweet contro i napoletani o quando scrive di “froci” e di “negri”. Non perché odio lui, ma la cattiva educazione sentimentale di chi in qualsiasi modo cerca buona o pessima notorietà attraverso l’eccesso verbale. Ma stavolta Facci ha posto un tema serio. Su cui dibattere, non certamente da censurare. Poi si può essere “Favorevoli o contrari”, proprio come approssimativamente si intitolava un vecchio film. Ma erano tempi in cui il giornalismo era altro e contemplava pure le opinioni eccessive, non il melenso politcally correct o lo scandalismo a tutti costi a cui ci siamo assuefatti negli ultimi tempi.

Valentino Di Giacomo

QUESTO L’ARTICOLO DI FACCI DELLO SCORSO 28 LUGLIO

Odio l’Islam. Ne ho abbastanza di leggere articoli scritti da entomologi che osservano gli insetti umani agitarsi laggiù, dietro le lenti del microscopio: laddove brulica una vita che però gli entomologi non vivono, così come non la vivono tanti giornalisti e politici che la osservano e la giudicano dai loro laboratori separati, asettici, fuori dai quali annasperebbero e perirebbero come in un’acqua che non è la loro. È dal 2001 che leggo analisi basate su altre analisi, sommate ad altre analisi fratto altre analisi, commenti su altri commenti, tanti ne ho scritti senza alzare il culo dalla sedia: con lo stesso rapporto che ha il critico cinematografico coi film dell’esistente, vite degli altri che si limita a guardare e a sezionare da non-attore, da non-protagonista, da non vivente. Ma non ci sono più le parole, scrisse Giuliano Ferrara una quindicina d’anni fa: eppure, da allora, abbiamo fatto solo quelle, anzi, abbiamo anche preso a vendere emozioni anziché notizie. Eccone il risultato, ecco alfine le emozioni, le parole: che io odio l’Islam, tutti gli islam, gli islamici e la loro religione più schifosa addirittura di tutte le altre, odio il loro odio che è proibito odiare, le loro moschee squallide, la cultura aniconica e la puzza di piedi, i tappeti pulciosi e l’oro tarocco, il muezzin, i loro veli, i culi sul mio marciapiede, il loro cibo da schifo, i digiuni, il maiale, l’ipocrisia sull’alcol, le vergini, la loro permalosità sconosciuta alla nostra cultura, le teocrazie, il taglione, le loro povere donne, quel manualetto militare che è il Corano, anzi, quella merda di libro con le sue sireh e le sue sure, e le fatwe, queste parole orrende che ci hanno costretto a imparare. Odio l’Islam perché l’odio è democratico esattamente come l’amare, odio dover precisare che l’anti-islamismo è legittimo mentre l’islamofobia no, perché è solo paura: e io non ne ho, di paura. Io non odio il diverso: odio l’Islam, perché la mia (la nostra) storia è giudaica, cattolica, laica, greco-latina, rousseiana, quello che volete: ma la storia di un’opposizione lenta e progressiva e instancabile a tutto ciò che gli islamici dicono e fanno, gente che non voglio a casa mia, perché non ci voglio parlare, non ne voglio sapere: e un calcio ben assestato contro quel culo che occupa impunemente il mio marciapiede è il mio miglior editoriale. Odio l’Islam, ma gli islamici non sono un mio problema: qui, in Italia, in Occidente, sono io a essere il loro. 

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Quando il San Paolo è una bolgia

Lo scorso campionato ci dissero che era da provinciali festeggiare ogni vittoria cantando con la squadra sotto la curva, ci hanno detto che era triste festeggiare il secondo posto e fare i caroselli per il record di Higuain, ci hanno detto che gioire per un terzo posto e per il bel gioco è da stupidi. Festeggiate la coppa Italia e la supercoppa? Ma sono coppette, che festeggiate a fare?

Poi hanno aggiunto che i festeggiamenti per aver battuto la Juve lo scorso campionato durarono troppo, ci hanno continuato a dire che le esultanze dei calciatori non vanno bene, e da sempre ci criticano i cori che poi puntualmente ci copiano…

Adesso non va bene che abbiamo festeggiato la sconfitta della Juve in finale di Champions. Addirittura qualcuno ha parlato di “coglioni che hanno festeggiato”, altri parlano di mediocrità e vogliono farci la morale, magari quella morale che non hanno saputo fare a un figlio razzista e cocainomane.

Nel 2006 ero in Portogallo, mentre l’Italia festeggiava il mondiale vinto il Portogallo festeggiava il quarto posto. I giornali parlavano del “Ritorno degli eroi” si fecero caroselli a Lisbona, ricordo che sfogliando i principali giornali sportivi solo a pagina 5 si capiva chi avevaeffettivamente vinto il mondiale, tutto il rsto dedicato alla festa lusitana

Mi sono sentito a casa, perché il calcio per noi, e per poche altre realtà è questo: festa, appartenenza e territorialità.

Il calcio per noi Napoletani è un motivo per festeggiare tutti insieme, è una festa che unisce trasversalmente la città e ogni scusa è buona per farlo. Nella mia vita ho festeggiato in città non solo le promozioni dalla serie B, ma anche quella dalla C, ho festeggiato gli scudetti e la coppa UEFA, ho festeggiato le Coppe Italia, ma ho anche festeggiato anche le semifinali, le singole vittorie in partite più o meno importanti… e ho festeggiato le sconfitte altrui, che per fortuna non sono una novità.

Quest’anno non va più bene, da un po’ vi dà fastidio che Napoli festeggi, che noi tifosi ci divertiamo, siete sempre pronti a cacciare una predica di bassa morale, a parlare a sproposito di sportività, forse perché il problema è vostro, perchè i coglioni siete voi che non siete in grado di festeggiare il sesto scudetto di fila se non condividendo un paio di immagini su internet, perchè per voi vincere è tutto, per noi l’importante è divertirci… allora chi è più coglione?

Perché dovrei “sportivamente” sostenere chi è storicamente, culturalmente e intellettualmente lontano anni luce da me? Perché devo solidarizzare con il rivale?

Il bello del calcio è anche prendersi il culo, e anche se è paradossale che noi dal nostro terzo posto vi ridiamo in faccia per una finale di Champions persa fatevene una ragione, noi gongoliamo perché crediamo alla gioia voi  fate la bile al fegato perché credete alla vittoria

Fatevene una ragione, noi nel nostro circo ci divertiamo, e ci divertiamo il doppio perché voi saprete anche vincere, ma non sapete né festeggiare e né perdere e questo è incredibilmente divertente!

Paolo Sindaco Russo

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Eh si. Questa volta il titolo inganna, ma è un espediente voluto, fatto apposta, perché voglio rivolgermi proprio a voi: quelli della facile indignazione, i paladini di #NapoliCittàStato, i difensori del vessillo di Partenope in permanente attività. Non se ne può più. In un corto-circuito tra ignoranza e disinformazione che ormai sta superando ogni livello di guardia in ogni settore. Per fare un esempio basta fare un giro rapido sui social network che ogni giorno spunta una notizia di qualcuno che parla male di Napoli e migliaia di persone, come pecore in un gregge, a commentare glorificando le unicità di una terra con un provincialismo e un’arretratezza che non ha precedenti nella millenaria storia della nostra città.

L’ultimo episodio riguarda i tifosi del Foggia che per festeggiare il loro ritorno in Serie B hanno intonato i soliti cori sul Vesuvio. E centinaia, migliaia di siti web a riprendere la notizia come se fosse un affare di Stato, come se davvero i creatori di queste pagine online fossero così interessati al rispetto dell’educazione e della civiltà invece che al proprio tornaconto (talvolta economico) per aumentare traffico sul proprio sito. Che poi se fossero realmente civili, educati e rispettosi nei confronti dei propri lettori magari eviterebbero di pubblicare articoli con titoli contrari ad ogni buona regola deontologica e, ripeto, rispettosa dei lettori. Mi riferisco a quei titoli ormai tipici: “Ha fatto una scorreggia in pubblico, ecco chi è“. “Se vuoi che Sarri resti a Napoli clicca mi piace“, perché non c’è dubbio alcuno che il mister deciderà il proprio futuro in base ai like su una pagina Facebook… Certo, chi pubblica questa roba è in malafede, ma pure chi legge, chi commenta, chi partecipa non è proprio una volpe. E li sto trattando…

Ora, da qualche tempo in qua, va invece di moda la mercificazione dell’indignazione un tanto al chilo. Non sopporto quei link che rappresentano la politica e i politici come dei mostri, delle sanguisughe e, spesso, immotivatamente. Ma sono gusti. Quando però riguarda la mia città, mi incazzo doppiamente. Ora è arrivato persino lo sportello comunale “Difendi la città” per segnalare le offese contro Napoli e i napoletani, si dà patente di serietà a una massa di imbecilli che probabilmente andrebbero ignorati. Il sindaco di Cantù, il giornalista anti-Napoli, la soubrette che fa promozione di se stessa sparlando dei napoletani. Basta. Sono notizie che possono creare indignazione la prima volta, magari una seconda, poi basta. E’ diventato un sistema consolidato sfruttato da tutti: da chi l’offesa la riceve e da chi la pronuncia. Tutti ci guadagnano. Fessi e contenti. Come quando Salvini è venuto a Napoli e gli si è data ancora più importanza contestandolo.

La smettiamo? Riusciamo a metterlo un punto? Si riesce a fermare questa valanga di vacuità in nome della difesa di una città che deve essere per forza più bella, più civile, più di cuore, più tutto. Più passa il tempo e più va consolidandosi un clima culturale provinciale, chiuso, arretrato. In una sindrome d’accerchiamento che non esiste. Ormai non è più solo permalosità, ma idiozia.

Ecco, cari napoletani, miei concittadini, ma veramente siamo diventati questo? Oppure è soltanto una falsa rappresentazione dei media e dei social? Se apro la mia home di Facebook ci trovo solo amici che si incazzano per i cori sul Vesuvio, per il sindaco imbecille che sparla di Napoli, per il giornalista che mette l’accento sui problemi della città. Per carità, in Italia il razzismo verso i napoletani esisterà pure, ma non è un’emergenza. Non siamo i negri d’America degli anni ’50. Oltre a guardare il computer, impariamo pure a mettere il naso fuori dalla finestra. Fuori c’è un mondo che o non sa manco dove esiste “La città più bella del mondo” o che manco se la incula (per usare un termine un po’ forte che mi perdonerete). Non esiste solo Napoli, non esistono solo i napoletani, non siamo il centro dell’Universo pure se ci fa piacere pensarlo.

Abbiamo una bella città, con i suoi problemi e le sue bellezze, come tante tante altre. Pure a Barcellona fanno gli scippi, pure a New York si spara in strada e a volte nelle scuole. Il mare ce l’hanno pure a Valencia, un vulcano sta pure a Tokyo, musica tipica pure a Rio de Janeiro. Il mondo è bello perché è vario. Guardiamolo, non isoliamoci in noi stessi guardandoci ogni volta l’ombelico. Eravamo una città cosmopolita. Che fine abbiamo fatto? Ecco perché, talvolta, da napoletano, a voi napoletani vi schifo e vi odio. Non vogliatemi male.

Valentino Di Giacomo

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Difendi la città...

Pochi mesi fa il signor sindaco Luigi de Magistris, detto Masaniello, pubblicizzò l’iniziativa (meritoria) di un numero verde a cui telefonare per segnalare in città la presenza dei parcheggiatori abusivi. Poi, dopo un’inchiesta del giornale della città, Il Mattino, su iniziativa di una firma di assoluto prestigio quale Pietro Treccagnoli, si scoprì che dopo appena una settimana il numero non funzionava. Ci si potevano passare ore al telefono, ma nessuno rispondeva. Con buona pace dei parcheggiatori abusivi che continuano a invadere piazze, larghi e strade.

E’ di ieri invece la conferenza stampa del signor Masaniello a Palazzo San Giacomo dove è stato presentato lo sportello “Difendi la città”. Chi ravvisasse sul web, sulla carta stampata o in tv delle diffamazioni nei confronti della città di Napoli e dei napoletani può segnalarlo ad uno sportello comunale creato per l’occasione. Quanto tempo durerà questa iacovella non lo sappiamo, speriamo qualche giorno in più rispetto al meraviglioso numero verde contro i parcheggiatori.

Sarebbe stata una comprensibile iniziativa se fosse stata opera di associazioni, movimenti, club. Meno piacevole è vedere un sindaco che pur di solleticare gli istinti di un certo pensiero dominante che si respira in città voglia farsi propaganda in un modo che dal punto di vista comunicativo è certamente efficace, ma che nella sostanza poco toglie agli scassi di una città che continua a far subire ai propri cittadini un trasporto pubblico indecente, condizioni del traffico e dello smog a livelli impazziti, macchie di degrado e tutta quella serie di inciviltà (dal parcheggio in terza fila, all’andare sul motorino senza casco) che i vigili urbani continuano ad ignorare. E sono questi i motivi per cui chi ci osserva da fuori pensa che Napoli sia un mondo a parte dove vigono leggi che esistono soltanto in questa città. Perché in altre città italiane ed europee (basta avere viaggiato un poco) non accade ciò che succede a Napoli. Ma noi ormai il “Succede solo a Napoli” lo abbiamo preso per vanto, uguale uguale a come si prendono i fischi per applausi.

L’iniziativa in sé voluta da de Magistris non toglie e non mette nulla almeno nella sostanza. Però lo sportello “Difendi la città” rende perfettamente l’idea del voler perseverare nel considerare Napoli una città obbligatoriamente diversa dalle altre. La città di cui noi napoletani siamo schiavi, perché non siamo altro che schiavi, io pure. Schiavi di una bellezza che non ci consente di abbandonarla, schiavi di una lingua, schiavi di una socialità che esiste raramente altrove. E noi, pur di godere le gioie della città che pulsa nelle nostre vene come sangue, ci siamo abituati all’idea della città straordinaria dove per godere di queste bellezze siamo obbligati ad un prezzo da pagare. Eppure non è vero. Anche a Napoli se ci si concentrasse davvero sulle cose serie alcuni fenomeni non ci sarebbero. Basterebbe un sindaco realmente “sceriffo” che intimasse ai propri vigili urbani di far rispettare le regole più basilari del vivere civile. Perché Napoli non sarà mai la Svizzera, ma proprio come dimostra il tanto celebrato “Lungomare Liberato”, è possibile intervenire per portare un pizzico di decoro in una città che ne ha disperatamente bisogno. De Magistris lo sa e lo ha dimostrato in alcune occasioni.

Non è l’iniziativa “Difendi la città” in sé che spaventa, ma il retropensiero che anima una proposta del genere. Un’idea di napoletano simile ai negri d’America degli anni ’50. Ma sono anni che i napoletani sono accolti ovunque senza imbarazzi o pregiudizi. Quanti di voi hanno lavorato fuori da Napoli ed hanno accusato del razzismo nei propri confronti? Io ho lavorato per anni fuori e non ho mai avuto alcun tipo di problema, anzi ne ho avuti di più studiando a Salerno dove, a causa di un certo provincialismo, i napoletani passano tutti per mariuoli e imbroglioni. Ma poi, come in tutte le cose, basta conoscersi perché ognuno è uno, unico. E nessuno ha rappresentanza di un popolo: né i buoni e nemmeno i malamente.

Dietro questa iniziativa c’è un provincialismo e un’autoghettizzazione che non solo sono stupidi, ma pure lesivi. Ma voi pensate davvero che al Nord non hanno altro da fare che mettersi a pensare a noi napoletani? Dico, a parte qualche sindaco in cerca di visibilità o politici, giornalisti e soubrettine alla disperata ricerca di facile pubblicità. Eppure Napoli è una città multiculturale, aperta, emancipata. Altro che cittadina di provincia. A furia di pensarla così siamo diventati come quei paesanotti, tipo alcuni puteolani ad esempio (e lo dico con rispetto parlando) che sono convinti che tutto si è fatto e tutto si è inventato nella propria città, che nulla esista al di fuori dei pochi chilometri quadrati del proprio territorio. Come quei paesi dove hanno imparato a cucinare divinamente il cinghiale e sono orgogliosi di viverci solo per quello. Ecco, credo che Napoli abbia qualcosa in più di una pizza, di una cartolina, di una sfogliatella per essere orgogliosi solo di quello. Napoli è una città europea e una volta, neppure tanto tempo fa, a qualche offesa al massimo si rispondeva con un pernacchio. Oppure si ignorava. Perché a furia di dare importanza ai Salvini, ai sindaci di Cantù e alle Selvagge Lucarelli di turno non ci rendiamo conto che sembriamo proprio quei paesanotti rinchiusi in sé stessi, in un provincialismo che è mentale più che territoriale.

Era una regola anche sul campo di calcio, da bambini: ci si poteva offendere al primo “mammeta” pronunciato. Poi dopo, con il perdurare nella permalosità, si dava solo soddisfazione a chi voleva offendere. E io resto sempre più convinto che la scuola migliore è quella fatta in strada. E’ un’educazione che permette di avere a che fare con tutti, a prendere in giro e, soprattutto, a sapersi prendere in giro da soli. Dare patente di serietà a certe offese, persino istituendo uno sportello comunale, equivale ad essere proprio come quei bambini che, offendendosi, quasi ci godono a sentirsi dire “Mammeta”. Come se non potessero farne a meno. Ma siamo davvero tutti così? Io credo ci siano tanti altri pensieri in città diversi da quelli proposti dal signor sindaco, detto Masaniello, Luigi de Magistris. Chissà se lui a calcetto in strada ci ha mai giocato e se la sa la storia di “Mammeta”.

P.S: Che poi personalmente io il coro scopiazzato “Difendi la città” lo schifo e lo odio. Ma è un gusto mio. 

Valentino Di Giacomo

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0 775
Il vagone dove è avvenuta l'esplosione

Dal nostro inviato a Mosca:

Scrivere di quanto è successo il 3 aprile a San Pietroburgo per me è difficile: ho vissuto lì per anni, e la linea dove sono esplosi i due ordigni è stata la “mia” linea, presa ogni giorno per andare in biblioteca o in archivio. Contattare gli amici e le amiche, e non riuscirci perché la rete è collassata, e vedere le terribili immagini dei vagoni sventrati dall’esplosione, è terribile, se non peggio.

14 morti ad ora, 11 sul posto e 3 negli ospedali, oltre 40 feriti, e una città ferita, perché, a differenza di Mosca, non era mai stata colpita dal terrore in metropolitana. La capitale russa, dal 1996 al 2010, ha subito 9 attentati, con 111 morti e 586 feriti. Scendere a prendere un treno, sedersi in un vagone, e nervosamente guardare borse, zaini, facce, ed altro – l’ansia di guadagnare l’uscita alla prossima stazione – salire velocemente le scale mobili – queste sono le azioni del giorno dopo, le preoccupazioni mie, e, probabilmente, di milioni di cittadini oggi in metropolitana.

E dà un senso di schifo, di rabbia, di stupore, leggere alcune delle principali testate italiane titolare con parole come “auto-attentato”, e inventare strambe teorie, offensive non per Putin o il Cremlino, ma per le vittime. Si condanna giustamente il complottismo usato per bollare i terribili attentati a Bruxelles, Parigi, Londra, e ci si fa beffe di chi inventa teorie assurde, ma la stampa italiana non si fa scrupolo di deridere quei 14 cittadini, morti mentre andavano al lavoro, a casa, a studiare.

Sono ferite che si aggiungono al vedere le stazioni di Sennaya e di Tekhnologicheskii Institut macchiate di sangue, nel fumo delle bombe, e nella paura di trovare, nelle liste dei morti e dei feriti, nomi a me cari. Per anni ci hanno raccontato che non esistono responsabilità collettive dei popoli, ed è giusto, ma oggi questo non si applica ai cittadini di Pietroburgo. Perché?

I miei, i nostri, pensieri vanno alle famiglie delle vittime, e alla città di San Pietroburgo.

Giovanni Savino

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0 2022
Sabato 1 Aprile, Marcia per la riapertura dello Stadio Collana

Ho sempre la tendenza a credere che il lieto fine possa esistere! Purtroppo però, ancora una volta, devo ricredermi! Soprattutto se in certe storie recitano insieme politica (quella sporca e clientelare), burocrazia (la nostrana obsoleta e cavillosa) e imprenditoria (quella megalomane, arrogante e strafottente di chi si trova di fronte).

Ero convinta che, dopo tutte le vicissitudini, finalmente lo Stadio Collana potesse rinascere più forte e maestoso che mai. E invece, proprio il giorno del passaggio di consegne, il 13 febbraio,  nell’esatto momento in cui il direttore generale di demanio e patrimonio della Regione Campania consegnava la struttura alla nuova gestione, arriva una sentenza del Consiglio di Stato in cui viene gettato letteralmente tutto al vento. La Giano s.r.l., non contenta delle precedenti sentenze, si rivolge al massimo tribunale amministrativo per cercare di ottenere ciò che le era stato, ufficialmente, legalmente, regolarmente negato: la concessione dello Stadio Arturo Collana. In data 12 gennaio 2012, in nome del Popolo Italiano, il Consiglio di Stato annulla tutti gli atti precedenti, sottraendo così la gestione della struttura alla Cesport Italia.

.. in nome del Popolo Italiano ..

Un “popolo italiano” che nel frattempo viene letteralmente preso per il culo da istituzioni e imprenditori. Che ripetutamente viene trattato come un fesso e al quale vengono raccontate favolette piuttosto che essere informato su come stanno realmente i fatti.

E intanto migliaia di atleti elemosinano spazi altrove per tentare di continuare gli allenamenti, perchè lo Stadio è chiuso da gennaio. Doveva essere un breve periodo di passaggio, giusto il tempo che venivano espletati gli ultimi adempimenti burocratici e tecnici, e invece, di male in peggio, ora nessuno sa cosa potrà succedere domani.

La Giano s.r.l. ha già preteso, senza mezzi termini, le chiavi della struttura, sentendosi in pieno diritto di poter fare richieste del genere, forti della sentenza di cui sopra. La coppia Cannavaro-Ferrara, spocchiosamente fieri della loro popolarità, attraverso le parole del loro socio Paolo Pagliara dichiarano “siamo pronti più che mai ad andare fino in fondo nel caso qualcuno dovesse tirar fuori l’ennesimo coniglio dal cilindro”. Come a dire “noi siamo noi! Soldi ne abbiamo in quantità, i nostri nomi ci danno popolarità e consenso e voi, che da decenni vi fate in quattro qua dentro, non valete un piffero!”

Loro giocano a fare gli imprenditori ma a rimetterci sono quelle piccole società sportive che lasciano tesserati a casa, con buona possibilità di chiudere perchè ovviamente nessuna famiglia è disposta a pagare per un servizio non usufruito.

I mesi passano e la situazione non cambia: stallo totale! Il presidente del CONI Giovanni Malagò si dichiara “nemico della burocrazia e a favore di chi vuole fare sport” e punta il dito contro “l’incapacità e la superficialità di vari soggetti“.  Al fianco dello Sport si schiera anche il presidente del CONI Campania Roncelli, mostrandosi fortemente preoccupato per le conseguenze che questa sentenza potrebbe avere su tutti gli affidamenti degli impianti sportivi, in quanto il Consiglio di Stato equipara le concessioni sportive agli appalti pubblici. Ciò che non è molto chiaro è che quando si partecipa ad un bando di affidamento di un impianto sportivo non lo si fa con gli stessi criteri di un bando di appalto pubblico, che risulta essere tutt’altra cosa. Si tratterebbe in questo caso di attività imprenditoriale che andrebbe assolutamente contro i principi della Legge regionale dello Sport e contro i principi dello Sport stesso.

Attualmente una soluzione possibile, seppur momentanea, potrebbe essere sfruttare la pratica già avviata con i vigili del fuoco dall’Ati Cesport Italia per la messa in sicurezza della struttura. Magari si darebbe la possibilità ad una parte degli atleti di ritornare a casa, in attesa che la burocrazia faccia il suo, lento e cavilloso, corso. Il Consiglio di Stato è stato interpellato dall’avvocatura regionale, per una spiegazione della sentenza, mentre le società sportive, dal canto loro, stanno preparando un’interrogazione parlamentare al Ministero della giustizia, certamente non attendono fermi la loro sorte. Fanno sentire la loro voce sia politicamente che attraverso la sensibilizzazione e il coinvolgimento  dell’intera cittadinanza.

Danno appuntamento a tutti noi, SABATO 1 APRILE alle ore 10.30 in piazza Quattro Giornate, rigorosamente vestiti in tuta e scarpe da ginnastica.

Penso sia un grande gesto, da parte nostra, marciare al loro fianco. Partecipare numerosi magari può dare un significato forte ed incisivo che va al di là della causa stessa e vista l’assurdità della vicenda, visto il modo in cui i diritti dei cittadini vengono trattati, potrebbe far arrivare alle istituzioni un messaggio di quanto i napoletani siano stanchi di essere considerati solo pedine nei loro sporchi giochi politici.

 

Milly I.

 

 

 

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