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Cristiano De Falco

Cristiano De Falco
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Imprenditore, vesuviano, ricerca per mestiere prodotti genuini della Campania, spara riflessioni metafisiche come battute da osteria e viceversa, adora il viaggio, e continua a sentirsi un turista anche quando va in bici per il suo paese.

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Settimana di passione, settimana di gioie e dolori, che poi la vita è un’emozione, siamo umani, e io che all’inizio volevo scrivere tutto una cosa su Dio, (‘o Pataterno, o se vi fa più comodo OpTt), tutta un discorso preciso su mondo e Bellezza e qua e allà, ma niente, nun cià faccio, sono umano pure io, e, la verità? I risultati intristiscono, danno la misura dei tuoi limiti e insomma questo Napoli ha imparato dal Real la lezione della cazzimma, ricordate quanto se ne parlò? ma ieri ne ha avuto UN’ALTRA, che è quella che serve per le grandi imprese. Perchè forse, ma forse, e speriamo, la cazzimma ti può aiutare a vincere i campionati, almeno in Italia, ma per vincere i grandi tornei, per vincere le finali, ci vuole quell’ingrediente che è propria dei fuoriclasse, dei campioni, di quelli che fanno la differenza. Sempre.

E cioè a ‘sfaccimm.

Scusate il termine, perdonate la volgarità, ma o fatt e accussì. La volete tradurre come sfrontatezza? Furbizia? Coraggio? Carattere?
Sbagliate.
La sfaccimm è un mix di tutto questo unita alla consapevolezza che parti svantaggiato in un mondo di svantaggiati e in condizioni estremamente avverse.
Ma che in cima ci devi arrivare perchè VUOI. Pecchè insieme al talento e al lavoro duro tieni proprio chella sfaccimma che gli altri non hanno e che ti toglie ogni complesso. Ne hai le palle così piene che potresti invadere il mondo.
La Mano di Dios. Per esempio. O Insigne al Bernabeu.
O Mertens, quando vuole, quasi sempre. Tranne stasera. Che ha avuto paura. E nù va buono.
La paura distrugge la sfaccimm. È tossica.
Veleno.
E allora un premio al giovane Diawara, che si è dimostrato un grande sfaccima nell’occasione del rigore. C’era il caldo zampillo procreatore nei suoi occhi a fargli scordare della paura, sotto.

E già che parliamo di energia creatrice una chiosa sul Padreterno, che ci aiuta e protegge.
Ma voi siete VERAMENTE convinti che solo per la questione dell’ Onniscienza, OpTt non si può godere le partite?
E vi sbagliate, perchè proprio senza l’assillo del risultato, che Lui riesce a contemplare ogni momento, ogni frammento, e questa partita, mettendo da parte il tabellino, è stata goduria allo stato puro, potenza, precisione, armonia, velocità supersonica, una summa di tutto il bello che si può muovere su un campo di calcio e di tanto nuovo che è stato pensato; ne parleremo ancora, vedrete, torneremo a riguardarci le azioni, perchè questa è bellezza che nutre anima e corpo, e che rimane nel tempo. Sia fatta lode.

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Franz Kafka, by Robert Crumb, all rights reserved

– Ci sarebbe da capire che tipo di strategia adottare prima di chiamare i giornalisti – suggerisce l’avvocato – e poi, insomma, è davvero certa di quello che ha visto? –
Lei sta provando ad articolare una risposta, ma è assalita dall’ennesima ondata di lacrime. Bisbigliano. Eppure Benito Annunziata, dal fresco della sua camera da letto riesce sentire ogni fruscio, ogni respiro, fino alla goccia di sudore che attraversa la fronte di sua moglie, Matilde, che prova ad affrontare l’imprevedibile coi mezzi che ha.
L’ avvocato, in cucina con lei, avanza di qualche centimetro per occupare il suo campo visivo.
– Bisogna gestire l’effetto sorpresa. Tutto quello che uscirà da quella stanza, ogni brandello o anteprima del tesoro che c’è lì dentro dovrà essere venduto a peso d’oro. –
Il suo campo sensoriale si è allargato. Riesce a sentire le vibrazioni della strada, la vicina che sale le scale. L’odore del caffè del ragazzo al primo piano, il suo ciabattare indolente.
Ma non riesce a divincolarsi.
La stessa metamorfosi che l’ha fatto risvegliare, dopo una notte di sogni indigesti, in un disgustoso mostriciattolo violaceo, l’ha imprigionato nel suo stesso letto, con la gabbia toracica che si è allargata a dismisura incuneandosi nel materasso.
– …come farò? – farfuglia Matilde – Ho solo questa casa che non vale più niente. Infiltrazioni ovunque, caldaia da buttare. Guardi la cucina. –
L’appartamento che ha ereditato da suo padre è al terzo piano di un edificio nella parte alta di Caivano. A volte ha la sensazione che c’è qualcosa di labirintico e inesplorato, in quell’edificio, che l’impegno ininterrotto del lavoro non gli ha mai dato il tempo di approfondire. La preoccupazione di Matilde è palpabile. L’avvocato è una antica conoscenza. Hanno frequentato, da ragazzi, la stessa scuola senza celarsi un sereno disprezzo.
– Io lo sapevo che prima o poi mi metteva nei guai. –
L’avvocato, che nel tempo ha costruito un personaggio di empatica professionalità sta provando a tranquillizzarla con un paziente ascolto.
– Non vale niente, non ha mai saputo cosa vuole, mai. –
– Non sia troppo severa. –
Qualcuno si muove, nell’edificio. Forse intuiscono un’anomalia. Sono le nove e trentacinque e Benito ha già accumulato un notevole ritardo al lavoro.
– Non è toccato a lei svegliarsi con un … coso così al suo fianco. –
Matilde ha le sue ragioni. Non è mai stato un buon marito. Non sa mantenere l’attenzione. I sentimenti che prova per lei sono intermittenti, qualcosa che può liquefarsi e ricostruirsi giorno dopo giorno. A volte è assalito dall’impulso di scappare da lei.
– …quelle zampe che si muovevano, e la bava! –
– Esiste una tradizione letteraria di tutto rispetto riguardo a queste cose, deve provare a intuire il meraviglioso potenziale di una situazione che può cambiare la vostra vita. Ma, mi dica bene, in cosa si è trasformato, suo marito? –
La metamorfosi è in atto. Può sentire i suoi circuiti cerebrali prendere possesso delle aree dedicate al movimento. Sente. La sua coscienza continua a espandersi. La struttura a telaio dell’edificio percorsa da un esercito di formiche in fuga verso l’alto. Ci sono conti che non tornano, in quel palazzo. Punti segreti. Vani, botole. Parti murate. Le formiche non si fermano. Anche l’edificio è fatto per espandersi. Ci sono connessioni inaspettate, cunicoli e gallerie che confluiscono al fondo sotteraneo di Caivano.
– …che faccio adesso? Non ho mai lavorato, i bambini sono piccoli. –
A Benito il solo pensare alla sua vita, all’insieme di compiti e impegni che gli permettono di portare avanti la famiglia – la sveglia alle tre del mattino, il percorso notturno verso il mercato ortofrutticolo dove gestisce un banchetto di frutta all’ingrosso, l’estenuante lotta al ribasso cui si riduce ogni sua relazione, e le chiamate notturne dei fornitori dalla Sicilia, l’orribile, interminabile serie di imprevisti che non gli lasciano un momento di respiro, lo devasta.
– … e la voce, era un ghigno, il ghigno di una … rana impazzita.
Stanno parlando di lui. Nell’appartamento a fianco. Nel cortile, che inizia a popolarsi dei primi curiosi.
Il sonno l’ha ristorato. Nuove forze, una diversa flessibilità degli arti, gli danno la certezza che adesso può sollevarsi da solo.
– … Maria De Filippi non può essere la dimensione di questa notizia. Deve pensare al mondo. A quello che può significare per il mondo. CNN.BBC. FOX. Un’ asta tra colossi dell’informazione. Può essere l’inizio di una … nuova era… la mutazione genetica che riscrive la Storia!
Pian pianino. Strisciando sul dorso riesce a scivolare sul suo fianco e a scendere dal letto con un unico balzo.
– … forse è stato il soffritto, lui non si contiene, io non ho mai capito tutto quest’amore per le frattaglie, sono innaturali, hanno qualcosa di disumano. –
Atterra con un tonfo umidiccio di pesce battuto. Ha fame. Fagiolioni, scarole, peperoni, zucchine. Una voglia famelica di verdure.
Deve prendere confidenza col suo nuovo corpo ma è impacciato da qualcosa. Fra poco sarà popolare. La calca ha riempito il patio e lui non ha nessuna voglia di essere ancora in camera quando arriveranno.
– Dobbiamo solo mettere giù un accordo per iscritto. Serve per garantirle la titolarità dei diritti di immagine. –
Diritti di immagine. Un’idea che da sola gli fa venire il bruciore stomaco.
– …giusto una quindicina di capitoli, può leggerli con calma. Da come ne parla non mi sembra proprio un insetto. –
Ha una coda. Una grossa coda, è adesso che ce l’ha sa di averla sempre voluta.
Può muoverla. È questo che è diventato?
– Gli ha fatto già una foto? –
Un grossa lucertola. O forse no.
– Dovevo? –
Qualcosa di ancora più bello.
– mmm… no, no. Possiamo farlo insieme. –
La potenza dei suoi passi scuote il parquet. È potente. Avvicina il muso alla porta. Ha sempre detestato quell’uomo. L’ha visto crescere, giorno dopo giorno. Emergere come un bubbone, dal nulla del paese, strisciando, creando alleanze, piaceri, legami e tenendosi alla larga da ogni fatica.
– Non deve aver paura, io e Benito eravamo amici, sa? –
Si avvicinano alla porta. Può quasi vederlo, l’avvocato, muoversi con disinvoltura dentro casa sua, Matilde che si aggiusta i capelli, si è già affidata a lui, è sempre andata così, lui che beccava le ragazze più carine senza il minimo sforzo e Benito che finiva a crucciarsi, in segreto, solo.
La porta si apre.
Era un po’ che non si vedevano così da vicino. Ha messo una barbettina degradante e gli occhiali con la montatura in osso.
Da come lo fissa anche l’avvocato deve essere abbastanza colpito dal suo nuovo look.
L’ha sempre schifato.
L’ avvocato D’Amato.
Stù strunz.
Una cosa che gli parte dallo stomaco.
Una fiamma.
Non può fermarla.

È continua, potenzialmente infinita. Attraversa l’avvocato illuminando il corridoio con una luce blu, mentre Matilde grida come una posseduta, e le formiche si disperdono con una traiettoria radiale sulle pareti dell’edificio, scappano tutte, e invece la gente sale, fra un poco saranno lì, l’avvocato è un tizzone ardente.
Si sente forte, stare in quella casa non ha più senso, è cambiato, cambiato dentro, per sempre. Gli serve cibo. Ma prima aria.

Al telegiornale delle 11, qualcuno dei testimoni intervistati parlerà di stormi di uccelli preistorici volteggianti nei cieli cittadini.
La signora Tuccillo, dirimpettaia degli Annunziata, riferirà di aver visto una specie di dinosauro viola emergere dalla finestra del signor Benito.
È rimasta ferma, dirà, gli occhi spalancati e l’innaffiatoio penzolante in una mano, ma quando lo ha visto appoggiare le zampe con le unghie uncinate sulla ringhiera del balcone, distendere le ali e spiccare il volo non ha avuto dubbi.
– Quello era un drago vero. Altro che cazzi. Come in Game of Thrones.
Il che, cronache alla mano, farà registrare l’evento come il primo avvistamento ufficiale di un drago nel comune di Caivano.

Benito è, ormai da anni, abituato a viaggiare di notte, quando a muoversi per le stradine semisterrate della provincia è solo una minoranza di studenti nottambuli di ritorno a casa e lavoratori come lui, che preparano il cibo per il risveglio del paese. Si è così assuefatto alla calma residuale della notte che il giorno è diventato insopportabile. Così, da qualche mese ma sempre più frequente, dopo aver rimesso a posto il lettore cd del suo vecchio furgone, lo stereo che procede a sbalzi sulle buche e gli affioramenti che collegano Caivano ai paesi limitrofi della periferia Nord di Napoli, trasmette, sempre, musiche di Morricone. Il traffico nervoso sulle strade esauste della periferia, l’arrancare degli anziani, le facce assenti e aggressive e inebetite e le pelli ingiallite degli abitanti di Caivano, diventano i personaggi di un unico dramma collettivo. È il solo modo che ha per accettarli e, a modo suo, compatirli. Sono le note che sente, in un loop infinito, mentre spiega le ali sulla cittadina, e i movimenti delle ali sono il ricordo di un potenziale, o di un sogno, e Benito, a modo suo, indirizza a Caivano il suo ultimo addio.

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– Ma, precisamente, da chi l’hai saputo?
– Mia madre, gliel’ha detto la tua.
– Io veramente sono a Napoli. Non so che le prende, ha vergogna di me!

Ero al telefono con Andrea De Lanza. Sua madre era una donna vecchio stampo. Grossa, viso di marmo, illimitata propensione al risparmio e alle vesti coi fiori. Quando il suo figlio più brillante le aveva comunicato di volersi trasferire in città per lavorare in un bar (un bar! – aveva confessato a sua sorella in uno sfogo telefonico – dopo tutti gli anni all’università!), la donna aveva vissuto un disastro interiore che aveva provato a soffocare chiudendosi in un lungo silenzio e nella negazione più cocciuta.
A chiunque gli chiedesse del figlio lei rispondeva che se n’era andato. Via. Lontano da tutto. A Londra. E basta. Non accettava altre domande.
Ma era legittimo, logico, si chiedeva Andrea, farsi carico del ridimensionamento di un intero mondo, o forse era meglio provare a vivere, vivere e basta, visto che tutto era così effimero?
Lui ragionava così (vabè, passando per una serie di argomentazioni decisamente più complicate ma, vi prego di andare sulla fiducia, il succo era questo).
E stava bene. Alle sei del mattino era al bar, dove lavorava part-time fino alle due. Per pranzo si spostava al molo Beverello, a mangiare un panino guardando le navi crociera e l’andirvieni dei turisti per le isole. Poi andava alla Biblioteca Nazionale a leggere i suoi filosofi preferiti o risaliva verso casa con percorsi che erano dettati dalle sue profonde meditazioni sull’universo.
Si può essere filosofi a Napoli, staccati da qualsiasi ambiente accademico e scaraventati in un bar del centro con ritmi disumani? Andrea pensava di si, e aveva deciso di dedicare il suo tempo all’unica cosa che davvero riusciva a farlo sentire se stesso: l’esercizio, libero da tutto, del pensiero. Io, a modo mio, gli invidiavo il coraggio.
Guardava, assorbiva, prendeva appunti mentali. Riusciva a isolarsi da tutto, a intuire invisibili schemi.
Finché giungeva ai Quartieri Spagnoli, nel basso che aveva affittato a un prezzo ridicolo da due sorelle ottantenni. I suoi libri, una scrivania, un lettino usato rimediato su un annuncio. Le piantine di basilico e i pomodori che coltivava in un orticello che si era inventato all’esterno e che le vecchiette accettavano volentieri in cambio di un piatto di pasta e quattro chiacchiere serali (sono ottime allieve, mi diceva, anche se di base tendono verso la scuola di Marco Aurelio). Niente tivù o giornali. Il suo mondo era tutto lì.
Ovviamente anche lui aveva i suoi bisogni. Ma aveva trovato la sua soluzione.
– Per quello c’é Natasha.
Natasha era cresciuta nelle pianure del Khurgan, ma Andrea l’aveva conosciuta ai Ponti Rossi e aveva deciso, istantaneamente, che era esattamente quello che ci voleva per lui. Il completamento della sua vita speculativa.
Andrea, che coi suoi jeans logori e il viso eternamente pallido era a secco di attenzioni femminili da ere geologiche, quando ad accoglierlo nel suo appartamentino vide Natasha, coi suoi boccoli biondi e l’accento russo, Natasha con quel seno esagerato, ma, soprattutto, completamente nuda, benedetta figliola, a parte i braccialetti d’oro e le zeppe che la proiettavano su altezze mitologiche, visse un tipo di gioia di cui si scoprì tremendamente a secco.
E vogliamo parlare di quando il fresco alito di pesca si posò sul suo collo, o dell’ondata di vita, potere e risvegliamento chimico quando mise le mani su quel culo di marmo?
Da quant’ è che non stava così? Probabilmente dai tempi delle sei sorelle di Casavatore. Anche lui si era innamorato della prima, solo che a differenza mia ci era uscito insieme, e la cosa l’aveva segnato per sempre. Ma di questo era impossibile farlo parlare.
– E’ il passato, Cristiano. (vedi “Una pornostar a Casavatore”)
Il presente era Natasha. La chiamava una volta a settimana, si imbarcava nella concatenazione di tram e autobus che lo conducevano al Corso Malta e da lì faceva l’ultimo chilometro a piedi. Natasha era gentile e non gli metteva fretta. E alla fine, si diceva, praticava prezzi ragionevoli.

Tutto perfetto?

All’apparenza si, ma quando conosci una persona come le tue tasche, quando l’hai vista puntualmente risucchiata negli stessi errori senza venirne a capo, allora puoi prevederne ogni mossa con la microscopica esattezza di un giocatore di Lemming. L’equilibrio di Andrea era un palazzo di cristallo costruito su una discarica. La caduta era li, dietro l’angolo, ad aspettarlo col suo abbraccio mortale.
La incontrò al mercato rionale. Capelli raccolti, un sacchetto di frutta e uno sfilatino sottobraccio come una qualsiasi abitante dei Quartieri. Come ci era finita lì?
– Mi sono trasferita.
Andrea non ci poteva credere. Quella semplice notizia fece sbocciare qualcosa di nuovo, un germoglio che sgomitava per prendere il posto del loro rigido rapporto mercenario. Qualcosa che non era ancora speranza ma ci andava vicino.
– Tu che fai? gli chiese lei.
(il sottinteso era abbastanza chiaro, ma Andrea esitò, non sapeva come inquadrare la proposta, e fu lì che si scoprì pronto a sperare in altro)
– Vieni da me.
La nuova casa era un appartamento al sesto piano dalle parti di via Scura, rimesso a nuovo con gran gusto. Ormai, dovette constatare, anche lei viveva meglio di lui.
Quando si rivestì gli venne spontaneo chiederle: che ne dici se usciamo insieme, qualche volta?
Certo, rispose lei, congedandolo col solito sorriso.
La vicinanza con Natasha contaminò il suo stile di vita e deformò i suoi spazi. Non riusciva a studiare, la concentrazione si era spappolata. Aristotele e Deleuze non gli erano di aiuto. Anche le nonnine avevano intuito qualcosa: ‘o guaglione è distratt, si dicevano sghignazzando o intonando vecchie hit di Nino D’Angelo. E le coppiette, che al centro di Napoli erano ovunque, e che un tempo guardava con sguardo così atarassico, adesso gli facevano sentire una rabbia sorda come se fosse rimasto l’ultimo uomo non accoppiato sulla terra. Cominciò a bruciare il suo piccolo fondo delle emergenze per vederla più spesso. Intensificò i suoi inviti, ma Natasha da quando si era trasferita ai Quartieri era sempre stanca e lo rimbalzava sistematicamente.
– Non pensi mai, tipo, di trovarti un fidanzato? le chiese una volta.
– Col mestiere che faccio?
Andrea fece un lungo sospiro. Se solo avesse avuto il reddito adatto se la sarebbe presa tutta per sè.
– Tutti hanno bisogno di qualcuno, disse mestamente.
Natasha si sollevò sui gomiti presa dall’ispirazione.
– Portami al ristorante!
– Adesso?
– E quando?
Era ancora incredulo mentre Natasha sgusciava dal letto zompettando verso il bagno. Per avere trent’anni era in forma pazzesca.
Per non dire di quando furono sull’autobus verso Mergellina. Era lì, a fianco a lui.
Maglietta e pantaloncino e quelle gambe chilometriche accavallate sul sedili e il tatuaggio sulla caviglia: era il re dell’autobus. Insieme erano un miracolo.
Nel groviglio di emozioni che sentiva addosso, tra cui, mi confessò, c’era soprattutto paura, paura che finisse all’improvviso, trovarono spazio anche altri pensieri – l’idea che stavano facendo qualcosa di unico, una pugnalata a quella città e a quegli autobus e alla tristezza, e un senso di gratitudine verso il cosmo, che a volte gli sembrava la spietata successione di algoritmi e a volte lo specchio di una volontà che lo conduceva a espiare oscure colpe oppure, dal nulla, poteva donargli giornate come quella -.
Eccoli al ristorante, Natasha che brilla come una stella mentre divora un piatto di gamberi da quaranta euro.
– Dovresti provare a tirare via qualche pelo, gli disse mentre gli esaminava il volto.
Andrea non era male, e non lo dico perché è il mio amico. Era vispo, aveva sempre la battuta pronta e un fisico asciutto. Non parliamo del topo di biblioteca inguardabile. Poteva raccontare per ore parti dell’Antico Testamento o di Plotino o del colonialismo facendo divertirti. Solo che c’era sempre qualcosa. Piccoli dettagli tipo la cura di sé dove intuivi che era fuori dal circolo delle persone normali. Lo percepivi subito e lo tenevi alla larga.
– Altro vino? chiese il cameriere rivolgendosi a lei, che ordinò vodka e una porzione di tiramisù.
Natasha gli raccontò della sua famiglia in Russia, del suo primo fidanzato e della vita nei bordelli in Svizzera.
– Dovresti vederla, la Svizzera. Secondo me è il posto per te. Questa città ti consuma.
Oltre a sua madre, era più o meno quello che gli diceva chiunque, compreso le nonnine dei Quartieri, ma detto da lei aveva un’ altra risonanza. Il conto fu un salasso, e mentre uscivano i camerieri la squadrarono ignorandolo apertamente.
– Grazie di tutto, sei stato gentilissimo, gli disse appena furono fuori.
– Non… torni?
– E’ che l’autobus a quest’ora è scomodo. Mica ti dispiace?
Ad aspettarla c’era un tipo in moto.
– Certo che no, disse con una stupida voce amichevole.
Il tipo la tirò a sé stringendole una chiappa, poi lanciò uno sorriso ad Andrea e le stampò un bacio in bocca. Lo riconobbe, era nella paranza del quartiere.
Natasha gli fece ciao ciao con la mano, poi la moto sparì nel traffico.
Camminò un po’ vicino al mare per smaltire la rabbia, prese il primo tram senza neanche guardare. Mentre veniva scorazzato per la città si sentiva secco, senza vita. I suoi pensieri erano scomparsi. E in fondo che c’era da capire?
ADL ti bastoneremo. Lesse su uno striscione appeso a Palazzo Reale. Era firmato Quartieri Spagnoli. Una cosa senza senso.
L’autobus lo conduceva in parti della città che non aveva mai visto. In fondo, pensò, per lui quella città era sempre stata aliena e incomprensibile.
ADL pappone. Lesse ancora. Sembravano rivolti a lui.
Possibile che qualcuno volesse comunicargli qualcosa? ADL, Andrea De Lanza. Che assurdità.
Ma non importava. Nulla era più importante. Neanche i suoi pensieri.
ADL vattene. Sempre la stessa firma, la città sembrava tappezzata.
C’erano forze ben più grandi dietro quel “Quartieri Spagnoli” che gli mandavano messaggi in un codice oscuro, o forse no, decodificare non era impossibile, forse stava impazzendo, in ogni caso, si, voleva andare via, doveva cambiare vita.
Il tuo progetto un vero fallimento… si, vabé, chiuse gli occhi, il volto rigato di lacrime. Pappone? Lui! Assurdo. Non avete capito niente. Li riaprì solo al capolinea.
Mi chiamò dopo qualche giorno.
Aveva fatto le valigie.
– Starò un po’ in Germania, ho degli zii, imparo la lingua. Poi non so, Londra, la Svizzera, vedrò. Sai? Forse posso fare a meno anche dei libri, per un po’, il mondo stesso è un libro, servono solo gli occhiali giusti.
A volte lo immagino lì, sui monti svizzeri, a fare il barista, o l’insegnante, nella pace della natura. Lui. I suoi pensieri. E Natasha.

La sfida era dura ma intrigante: Natasha, uno delle tante invenzioni geniali del film “Così Parlò Bellavista”, e anche l’unica non ancora comparsa su schermo. Abbiamo provata a re-immaginarla negli anni ’10, in un contesto in cui tutto, anche la filosofia spicciola, è completamente cambiato, e Walton Zed ci ha messo del suo donandoci un ritratto di bellezza che, come suo solito, è una porta per altri mondi.

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– Mò è inutile questa faccia, io pensavo di averti capito ma invece non avevo capito niente!

– …

– Per te è tutto facile, o saje perchè? Tu non tieni sentimenti, tu nun tieni niente! Mi hanno detto pensa a te, alla tua vita. Certo che ci penso, io volto sempre pagina, figurati, è un’abitudine, ma che vvuò fa, stà vota fa chiù male, ci vorrà più tempo, ma camminerò a testa alta nun te preoccupà. Certo che pure tu, proprje cù chella aviva i?

– …

– …

– È questo che vorrebbe dirgli?

– È un pensiero ricorrente. Fantastico di potergli parlare. Dottò non è facile, io ci provo a dimenticare, sto provando in tutti i modi, ma me lo trovo sempre davanti, e la tivù, e il web, je nun cià faccio a vederlo con quella maglia, mi fa una reazione chimica, bello e buono mentre sto in cucina parlo con la televisione, parlo coi giornalisti sportivi! E poi penso, ma perchè devo dimenticare? Ma perchè solo perchè se si è fatto comprare da quelle grandi chiaviche io mi devo pure sottrarre il piacere di andarmi a rivedere una rovesciata, un guizzo in area, nà cavalcata da centrocampo? Je tenevo tutto catalogato! È normale! Noi siamo costretti a godere di gioie microscopoche, delle soddisfazioni da incorniciare e numerare, e mò perchè è stato na granda latrina, io mi dovrei pure perdere il piacere di rivedere quei gol? E quando l’avimmo nato accussì? Ma voi ve lo ricordate quando arrivò a Napoli, prima che si facesse crescere la barba? ‘O primmo gol cà Roma?

– …

– Si vabbè, lui è un mercenario, e io avrei dovuto impararare. Non è la prima vota che ci abbandonano. Ma che ci posso fà? Io con tutto quello che ho sofferto sono sempre pronto ad amare. Sono così. Ditemi, dottò, sò sbagliato? O forse tengo nù core?

– Non è sbagliato. La sua sofferenza è naturale. Ha perso una presenza importante della sua vita. Dobbiamo solo capire che peso è bene dare a tutto questo.

– Dottò, non lo so qual è il giusto peso. Ma ‘o Napoli è a vita mia. Ho sbagliato ad amare? Cambierò. Ma prima mi devo togliere qualche sfizio. Lo sto riempiendo di insulti dottò. Social, pagine ufficiali. Uocchie sicche non ve lo dico nemmeno. Adda murì. Pure questo è ammore.
Lui non risponde. Tutta questa debolezza gli fa specie. Lui vive di certezze, redditi garantiti, io ho troppe incertezze e dipendenze.

(…)

– E sò pure fesso! Mi metto nei suoi panni! Penso: quando l’amore finisce non è tradimento. Forse l’ha fatto proprio per farsi disprezzare, per farmi dimenticare prima. Mi consolo pensando che bello e forte come l’abbiamo visto noi non l’avrà più nessuno, che come si è sentito amato qua sò pò sulo sunnà, ma chill uocchie, dottò io sarò pure fesso ma gli occhi non mentono, voi sapete leggere i sentimenti, ve lo ricordate quando veniva a cantare sotto a quella curva? Ve lo ricordate?

(…)

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"Eruzione solare", dipinto a mano by Walton Zed
Con Toni esco ogni tanto, uscite innocenti. Ci guardiamo in giro, flirt, chiacchiere soprattutto. Possiamo parlare di ogni cosa, non importa. Possiamo parlare per ore.
E’ così che la incontro, in un localino buio al centro città. È insieme a certi ragazzini con la cresta e i collanoni a vista. Dalle casse slabbrate esce fuori un reggaeton fuori moda.
Potrebbe far finta di non vedermi, in fondo ci conoscevamo in un’altra vita. Adesso è una star. Invece mi viene incontro, una lama di luce rossa la attraversa e quasi mi viene un infarto. Parliamo giusto un attimo, ho gli occhi del cosmo puntati addosso e non so che dire. Dice che è tornata, per un po’. Ha bisogno di pace. A Casavatore? le chiedo. Non mostra di cogliere l’ironia.
– Sisi, ti chiamo, mi dice, così parliamo.
– A faccia rò cazzo, commenta Toni quando restiamo soli.
Ma ci gioca, sappiamo benissimo che non chiamerà mai. Quando torno a casa ho già dimenticato tutto, o quasi. Fabiana dorme, i fogli degli appunti e i calcoli per la tesi hanno coperto la scrivania.
Penso che avrei voluto dirle: indovina chi ho incontrato?
Ma già che non ho sonno mi metto al pc. Scarico un po’ di video. C’è n’è uno dove gira in un quartiere di favelas in toppino e pantaloncini microscopici. Non è fisicata, non è rifatta, è una bella ragazza, con quell’aria da sporcacciona che la rende l’incarnazione della vicina di pianerottolo ideale. In un altro è con due californiani prelevati direttamente da Baywatch. Passo la notte così e quasi non me ne accorgo. Ripenso a quando viveva a Casavatore. All’epoca si chiamava Carla. Era la quarta di sei sorelle. Così belle che quando ne incrociavi una stavi male come se un’occasione del genere non ti potesse capitare mai più. Loro erano così. Fecero impazzire mezzo paese e poi scomparvero.
La chiamata arriva dopo due giorni. Decidiamo di bere qualcosa. Non esito neanche un attimo, scelgo pure un posticino vista mare, anche se una volta lì mi rendo conto che il posto è un po’ troppo altolocato. Troppo in vista. Camerieri e clienti ci guardano tutto il tempo. E io sono un imbranato che nelle occasioni importanti dà il suo peggio.
Per fortuna lei ha voglia di raccontare. Mi racconta del suo primo fidanzato. Me la rido. Lo ricordo benissimo. Un biondino scipito. Quand’erano insieme passava il tempo a guardarsi intorno come se una cellula di alieni fosse pronta a piombare da una capsula spia a portargliela via. Renato.
– Si, un orrore. E mamma, sorella, cugini, peggio ancora. Sempre addosso. Gli dicevo che per il sesso era presto solo per vederlo uscire di testa, poi per dispetto andavo con chiunque.
Mi racconta della sua fuga a Milano. L’artista, lo chiama, uno pittore da strapazzo che la costringe a chiavate infinite e la caccia di casa appena finisce la passione. Non senza un bonus sorpresa. Aveva filmato tutto. Decine di video sparpagliati per il web, quel testa di cazzo aveva venduto quei filmini ai siti di mezza Europa. E poi la chiamata che le cambia la vita.  Il primo provino. E’ così che comincia tutto.
– E ora stai bevendo con una diva del porno internazionale, fa ridacchiando.
Solo che adesso, mi confessa, ha una crisi di vocazione. Sono incredulo.
– Vuoi cambiare lavoro?
– Questo no, però dovrei differenziare. Ci vuole innovazione, senò col boom dell’amatoriale vieni sepolta da altre facce e non sei più nessuno. Io ho esplorato tutto, dalle saghe fantasy al lesbo, ma ormai è saturo. Ci vuole un’idea, mi segui? Un’idea così potente che prima che il mondo metabolizzi quello che sta succedendo io l’ho già legata col lucchetto al mio nome. E io ce l’ho.
Si accende la sigaretta, assapora la boccata coi pensieri su un altro pianeta. Un tipo dal tavolo accanto viene a salutarla con un inchino.
– Ed è un segreto?
– Di te posso fidarmi. Cos’è che nel porno non si vede mai, ci hai mai pensato?
– Non saprei, i preliminari?
– Troppo sopravvalutati. Ma quando hai due tipi che fanno sesso come fosse normale farlo col tecnico delle antenne o con quella che hai appena incontrato sul tram, l’emozione che viene sottratta è l’eccitazione prima di scoprire se scatterà o no la scintilla. Pensa come sarebbe un porno autentico, crudo. Non i reality fatti a tavolino. Una raccolta di filmati dove una pornostar famosa si porta a letto gente incontrata per puro caso. Prova a immaginare. Ecco, vorrei produrre una raccolta di filmini così e lanciarli sul mercato.
Quando intuisco di cosa sta parlando ammutolisco.
– Senza dimenticare che ho una passione per i miei paesani. Giuro. Mi fanno svalvolare. Che dici, convincerò qualcuno?
Non so quante sfumature cromatiche può toccare una faccia ma credo che sto scorazzando su tutto il catalogo. Il suo sguardo mi rivolta come un guanto. Inutile fare il bravo ragazzo con lei. Allunga la mano per carezzarmi le nocche. Trattengo il fiato. Non ha reggiseno.
– Cristiano – mi fa sottovoce – ti sto prendendo in giro.
Scoppia a ridere.
Ride come una ragazzina, una risata sincera, prolungata. Mi unisco a lei, e da qui la serata ingrana. Siamo sciolti, siamo giovani, ci raccontiamo.
– E le tue sorelle?
– Non mi dire. Avevi anche tu una cotta per loro. Quale?
– La prima.
– Sei vecchietto allora, è stata pochissimo a Casavatore.
– A volte mi chiedo dove siano finite.
– A dire la verità, non abbiamo ottimi rapporti. Ma se lo chiedono tutti.
La riaccompagno a casa sul tardi, abbiamo bevuto abbastanza, siamo elettrici.  Quando stiamo per salutarci fa quello sguardo lì. Solo che io niente, non riesco a muovere un dito e perdo l’attimo. Bloccato come un coglione. Forse è che non ho voglia di dovermi giustificare con Fabiana. Lei avverte qualcosa: ciao allora, eh, mi fa.
– Ciao.
 Finisce così.
Il giorno dopo un messaggio sul cellulare. E’ Toni.
Dice solo: alto livello.
Non capisco.
Quando torno dal lavoro la casa è deserta. Mi guardo intorno nel panico. Fabiana è scomparsa portandosi via tutte le sue cose. Libri, appunti, vestiti. Manco il pappagallo m’ha lasciato. Poi chiama Toni.
– Tu mi devi dire come hai fatto, uagliò.
– Fatto cosa?
– La foto! Non hai visto ancora? Sei un grande. Mi hai fatto morire. Qualcuno deve averti taggato.
Adesso la vedo anch’io. Fabiana l’ha messa in bella vista sul desktop. Io e Carla. Al baretto a Posillipo. Dovevo pensarci.
Immortalati mentre ci sfioriamo le mani. E quella faccia da provolone. Dio.
Ora se c’è una cosa da imparare da questa storia è: attenti ragazzi. Non si può concedere una faccia da provolone così. Neanche davanti alla fica più scelta del multiverso. Bisogna stare attenti. Loro vedono tutto. E si finisce col darle un vantaggio spropositato. Bisogna gareggiare ad armi pari.
Ma adesso quello che chiunque, chiunque con una dotazione minima di sale in zucca, farebbe è chiamare subito Fabiana. Negare tutto fino alla noia e andare a riprendersi la propria donna ovunque sia. Ma non è quello che faccio io.
Io telefono Carla.
Che quando sente la storia dice solo:
– Vieni da me.
In macchina mi sembra di volare. Vorrà parlare? mi chiedo. O forse è una forma di risarcimento. Non m’importa. Sto per lanciarmi nell’abisso e non m’importa. Sono un pazzo. Consapevole ma pazzo.
Voglio solo una cosa. E’ tornata in quel palazzo scalcinato dove viveva con la vecchia zia – o era la nonna? – e le sorelle. Nelle scale c’è puzza di marcio e chiuso e piscio.
Busso, lei mi apre quasi subito. Ha addosso i pantaloni della tuta e una maglietta turistica con la scritta Paris, ma il trucco è perfetto, leggero ovunque tranne che per il rosso acceso del rossetto. È la prima volta che entro in quella casa, ma è come se la conoscessi.
Vi siete mai chiesti cosa provereste a vivere un porno in prima persona? Intendo, vivere la situazione come fosse vera. Beh, io lo so.
– Preferisci come nei film o normale? Non pensarci troppo, tanto passerai il resto della vita a chiederti come poteva essere l’altra opzione.
Forse rispondo nel modo più banale. Chissà.
Mi avvolge le braccia intorno al collo.
Mi sciolgo.
Fuori è tutto coperto. Nubi grigio metallo, e dopo un po’ viene giù una tempesta estiva di quelle che devastano. Io sono nel posto migliore dove passarla.
Ancora adesso, che tutto è finito, ogni volta che c’è una tempesta così, il pensiero va sempre lì.
Chissà—
(Walton Zedd è un alieno, un artista lontano da tutti i canoni , talento e energia allo stato puro uniti a una distanza abissale dallo showbiz che è diventato l’arte;  felice di poterlo ospitare nel mio racconto e di cimentarmi a dar storia alle sue splendide fanciulle. Potete seguire le sue tavole sulla pagina Walton Zedd)

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L’ultimo fotogramma della serie Gomorra è un blink, il riverbero di uno schema nervoso, il riflesso incondizionato di un animale morto o lo spiraglio di sicurezza per il prosieguo della serie più attesa dell’anno. Non sappiamo se Genny Savastano è ancora vivo ma abbiamo la calda intuizione che il personaggio pazientemente costruito nella sua educazione criminale, la nemesi di Ciro l’Immortale non può uscire di scena così (anche se a quel punto sarà lecito nutrire un dubbio: chi è IL VERO immortale?)

Fermiamoci un attimino qui, vi avviseremo per tempo del rischio spoiler, e aggrappiamoci a una certezza: se c’è una cosa che Ciro stesso ha spiegato a Genny è che per finire un cristiano ci vuole una botta in testa.

Eviteremo le polemiche insulse sulla rappresentazione di Napoli che può dare una serie televisiva che sta alla nostra città come i comics di Spider-Man a New York. That’s entertainment, arricchita di meticolosa ricerca sul campo, rappresentazione sui meccanismi del potere oscuro – l’ oggetto preferito di ogni serialità -. Tutto ciò che vogliamo è sapere dove ci porterà la storia.

E nell’ attesa bruciante, col do-mi-fa-la-sol della sua musica che ancora risuona in noi, a distanza di un anno e mezzo, proliferano le indiscrezioni. Appunti di sceneggiatura che viaggiano nelle ramificazioni più criptate della Rete, cercano conferme, evitano i sospetti di fake e si coagulano attorno alle controprove più disparate. Stile, coerenza narrativa. Sono stralci, frammenti catturati dai tentacoli informatici.
Bozze rifiutate dalla casa madre che rivelano le intenzioni degli Autori più dello stesso filmato. Oppure opzioni di strategia narrativa pilotate da chi tiene i fili dell’ Intrattenimento per testare le reazioni del Pubblico. La condizione indispensabile è la segretezza, la capacità di rimanere in sgabuzzini della Rete. Fuori dai grandi flussi. Pubblicarle è un rischio ma ci permette di entrare per la prima volta nel laboratorio di scrittura di Gomorra.

Si riparte, dopo il climax raggiunto nel finale della prima, con un passo indietro. Analessi. Soffermandosi sul passato dei personaggi proprio quando la storia è al culmine, come nella grande tradizione narrativa che va dall’ Eneide a Lost passando per Il Padrino.
Insomma la seconda stagione dovrebbe cominciare con un ghiotto prequel. E se non vi piacciono gli spoiler è davvero il caso di fermarvi

QUI

Ci siete ancora ? E allora tenetevi forte e buon divertimento, la seconda stagione partirà col botto.

SCENA 1

Due bambini, di spalle. La camera li segue mentre scavalcano un muretto di periferia. Vediamo le loro gambette arrampicarsi goffamente, superare il muretto, atterrare su un prato, salire su un poggio di campagna. Calzini nei sandali e pantaloncini corti. Giungono nei pressi di un albero. Attraverso una scaletta naturale intagliata nel fusto salgono fino in cima.

SCENA 2

Due uomini, dall’ alto di una montagna. Davanti a loro una splendida, infinita distesa di campagna. Mentre il sole fiammeggiante alle loro spalle allarga e distende all’infinito le loro ombre sul territorio in un beffardo Brockengespenst di Goethe. L’uomo più anziano è immerso in un cappotto nero, ha la voce impastata e un accento napoletano pessimo, come un americano costretto a risiedere per decadi che non ha mai risolto i suoi difetti di accento. La pelle del viso da poco sbarbata. Lo sguardo proiettato in un altro mondo mentre parla, avvolto in una nuvola di fumo.

VECCHIO: Non è campagna che vedi uagliò. Qua c’è il futuro. Scelte che una volta che hai fatto non torni indietro. Simmo nuje che cumannammo dinto a sti terre. Possiamo decidere di farci coltivazioni. Viti. Centro di ricerca tecnologica. O pure un bordello. Migliaia di prostitute da tutto il mondo. Che ce vò? Abbiamo i politici, le tivvù, dalla nostra parte. Si può fare. Ce piensi? Venessero turisti da tutto il mondo.

Primo piano di un giovane don Pietro Savastano, trentenne.

PIETRO SAVASTANO: E’ chesto che facimmo papà? Un bordello?

VECCHIO: Nu dicere strunzat. Che vuò fà? Ti vuoi mettere a sunà ‘a chitarra pe’ i turisti? Strunzo comme sì fussi capace.

PIETRO SAVASTANO: …

VECCHIO: A che cazz ce servono e turist a nùje? ‘e turisti rompono sulo ‘o cazzo.

Il vecchio dimostra una forza insospettata divellendo a mani nude un grosso ramo da un arbusto.

VECCHIO: Mò te spiego bbuono. Stamm a sentì.

SCENA 3
Primissimo piano di Salvatore Conte. Seduto a tavola. Capelli corti e senza barba sembra più giovane. L’occhio va avanti e indietro mentre un Requiem in D Minor giunge al culmine. E’ nervoso mentre fuma un pacchetto di Marlboro mosce e una donna, una sventola dalla scollatura accecante e l’ accento spagnolo gli serve un fritto misto.

DONNA : Ma tu sei sicuro?

SALVATORE CONTE: Sò sicuro.

DONNA: Ma perché, la paella che ho fatto non ti piace?

SALVATORE CONTE: Certo che mi piace.

DONNA: Ah si?

SALVATORE CONTE: Je vaco pazzo pe’ ‘a paella.

DONNA: E allora?

SALVATORE CONTE: Ogni anno pigl’ na cosa ca me piace assaj e facc’ vot’ e ne fà a meno.

DONNA: Ah si? E già sai quale sarà la prossima?

Inquadratura sulla perfetta scollatura della donna.

SCENA 1

In cima all’albero c’è una casupola. La casa sull’albero che sogna ogni bambino. Più o meno. Due mani grassottelle aprono un catenaccio arrugginito.

BAMBINO 1: Questa casa è un segreto, vabuò? Non glielo devi dì a nessuno. Senò scompare.

BAMBINO 2: Vabuò.

BAMBINO 1: Vieni.

Il Bambino 2, un piccoletto calvo come Crillin, si guarda intorno senza parole. La miniabitazione ha i parati rosa ed è arredata stile casa di Barbie. Il Bambino 1, chiattoncello e rosso in viso, ride sonoramente, a occhi chiusi.

BAMBINO 2: E che rè stà cosa Genny??

SCENA 2
Savastano padre traccia disegni sul terreno. Due punti, A e B.

SAVASTANO SENIOR: Chisto è ‘o punto A e chisto ‘o punto B. Loro dicono che ci vuole una linea retta per fare la strada, ma a nuje nun ce ne fotte nù cazzo e chello ca diceno loro, perchè là sopra ci sono arrivati cò e voti nuosti. Guarda.

Il vecchio disegna delle linee alla cazzo di cane, spirali senza senso che coprono tutto il perimetro tra A e B.

SAVASTANO SENIOR: Ogni chilometro sò miliardi che traseno rinto a sacca nostra, mò capisci comme se fa? ‘O futuro. ‘Mpàrati, strunz.

SCENA 4:
Siamo nel presente. Pietro Savastano, appena entrato nella Bmw si rivolge a Malammore, il killer che l’ha appena fatto evadere.

PIETRO SAVASTANO: Allora?

MALAMMORE: Sò muorti tutti quanti Don Piè.

PIETRO SAVASTANO: E che rire a fà?

MALAMMORE : Perchè mò che Salvatore Conte è venuto a Napoli, nuje ce ne putimmo je. Nun ce lega chiù niente. Sordi ‘e tenimmo. Ce ne jammo a Spagna.

PIETRO SAVASTANO: E ‘a banda nostra?

MALAMMORE: Nun ve preoccupate on Piè, nessun problema.

PIETRO SAVASTANO.: Sei sicuro?

MALAMMORE: Tenimmo ‘e meglio musicisti. Putimmo fa nù tour pe tutta l’Andalusia. Guardate che vi aggio purtato.

Pietro Savastano si gira dietro. Sorride. Imbraccia la chitarra acustica e comincia a suonare un pezzo di flamenco con insospettabile perizia tecnica.

SCENA 1

Buio.

CIRO: Perchè hai spento la luce, puparuò?

GENNY: Pecchè te voglio fa verè na cosa. Ma nun te preoccupa, cà stammo o sicuro. Nemmeno o terremoto ce po’ fa male.

CIRO: Lo sai che mi dicono le suore all’orfanotrofio? : “o terremoto e vulere e Dio, fa bene alla terra, comm quando una persona sta male”.

GENNY: Io all’orfanotrofio nun te faccio tornare chiù. Rimani con me.

CIRO: Veramente?

GENNY: Te posso chiammà Noemi?

CIRO: Ma che… oooo, ma che rè stu coso?

GENNY: Statte zitto.

CIRO: No, oh, noooooo!

GENNY: STATTE ZITTO! Biiiive!

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Cara pay tv, ieri ho disdetto l’abbonamento al pacchetto Calcio.
Non sono mai stato un consumatore delle chiacchiere che si fanno intorno al calcio, diciamo che mi sono sempre limitato ai 90 minuti della squadra del cuore, per poi spegnere e tornare alle mie occupazioni.
Il fatto è che,  a dirtela tutta, staccare la spina mi ha dato anche un certo sollievo. Un po’ quando l’amico che incontri ogni tanto e con cui hai esaurito gli argomenti cambia città.

Che bello dire basta.

Basta ai bilancini che tendono sempre da un lato. Basta alle telecronache e ai commenti compiacenti per le solite squadre, al sarcasmo degli ex calciatori saputelli, soldatini così bravi a inchinarsi all’ovvia forza dei già forti. Perché in qualsiasi competizione la speranza, anche infinitesimale, chiamala pure infantile – ma il calcio è un gioco, e ben pagato – di poterla vincere giocando ad armi pari è il motore di tutto. E chi dirige il campionato italiano ha l’obbligo (e anche, con un minimo sindacale di furbizia, l’interesse) di sostenerla. In fondo, cos’è mollare l’osso, ogni vent’anni, se può alimentare la licenza di sognare di ogni tifoso?
Quest’anno poteva succedere un piccolo miracolo sportivo e nessuna televisione ha avuto il coraggio e neanche l’intelligenza di valorizzare l’evento fino in fondo. Si poteva cambiare copione, raccontare il miracolo del Davide che ogni tanto batte Golia, valorizzare personaggi e storie diverse dai soliti figli di papà che vincono ogni anno. Certo, la colpa non è tua. Ma i tuoi giornalisti dovevano essere i primi a indignarsi di questi atteggiamenti arbitrali che rovinano lo spettacolo e allontanano tifosi.
Continuerò a tifare per tutti i Davide del mondo, ma ho le palle piene di assistere a uno sport che è diventato corrida. Guardatelo tu. E visto che agli juventini sta bene, gli stipendi ai giornalisti pagali coi soldi loro. Tanto mi pare di aver capito che quelli dei napoletani non ti interessano. A loro auguro di continuare a vincere, e sempre con dieci giornate di anticipo fino a schiattare di noia.
La vita già è corta. Meglio un film, so che è finzione ma almeno non ho già visto e rivisto il finale. Meglio una partita di calcetto sull’asfalto fino a sfinirmi, polvere e sudore e emozioni vere. Mi hai chiesto 10 euro per disdire. Li ho benedetti. Spero avrai la coerenza di non richiamarmi con offerte di sconti. Questo calcio, così come è, non torno a guardarlo neanche gratis. Il mio tempo vale molto di più.
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Non ne servono tante, ma qualche cifra aiuta. 1,3 sono i Miliardi di tonnellate di cibo che finiscono nella spazzatura ogni anno. Un terzo del cibo prodotto nel mondo. Una quantità più che sufficiente, ci riporta la Fao, a sfamare il TOTALE degli indigenti  (e robuste quantità di bestiame a scelta). Lo spreco avviene a ogni snodo della filiera (nelle grandi piattaforme di distribuzione grandi quantità di cibo deperibile, pur ampiamente commestibili, sono distrutte senza che neanche chi vi lavora possa avervi accesso).

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Il grande paradosso è che buona parte di quanto sprecato rientra nel computo del Pil; che vuol dire che nei dati macroeconomici riceve una lettura in positivo. Insomma la misura principale di ogni valutazione di performance dei Governi (se ne era già accorto Kennedy ma da allora no change) è un dato che conteggia allo stesso modo la produzione di microscopi e ponti come quella di pulcini depressi destinati, dopo aver vissuto in un lager con l’accompagnamento di schifosissime musichette new age, a diventare coscette di pollo scadute – tanta infelicità sprecata -. E io capisco che adesso siete in attesa dell’ennesimo pistolotto sociologico, sui paradossi di un sistema psicopaticogeno che premia la distruzione.

Grossa falla nel motore, comandante.
Fermiamo la nave e diamo un’occhiata.
Prima c’è la nuova puntata di Game of Thrones.

Mi spiace. Se proprio ci tenete potete rileggervi Adorno o Stiglitz. Noi di Soldato preferiamo ripiegare su più pragmatici quesiti:

Che possiamo fare?

Intanto, se diamo un’occhiata alla legislazione italiana in materia, vediamo qualche progresso. La legge nr. 155, del 2003, cosiddetta del “Buon Samaritano”, facilita la distribuzione agli indigenti da parte della Grande Distribuzione, sollevando le Onlus che effettuano distribuzione di cibi da una serie di adempimenti burocratici.
Mentre siamo ancora in attesa di una legge (annunciata per il 2016) che permetta di regolare la svendita, o la donazione, di cibi scaduti ma organoletticamente intatti.

Ma la notiziona è che le aziende che vorrebbero donare cibo scaduto o in via di scadenza sono tante. Primo perchè riduce i costi di smaltimento, secondo perchè in fondo nessuno vuole buttare il cibo. Ciò che importante è trovare associazioni, enti, persone, progetti, che abbiano la credibilità di non speculare sulla solidarietà. E dargli spazio, come ci proponiamo di fare con la nostra iniziativa #foodlove.

Un primo bel progetto che ci sentiamo di segnalare è quello di Raphael Fellmer, si chiama Lebensmittelretten (Salvataggio di cibo), e coniuga networking e corazon, mettendo in contatto chi ha eccedenza di cibo (aziende o privati) con chi ha più bisogno. I primi segnalano, attraverso una mappa online, la possibilità di donare cibo rimasto invenduto o scaduto, i secondi indicano la propria disponibilità a recarsi presso il punto di incontro per prelevarlo. Una bella realtà da prendere a modello, la dimostrazione che si può fare un certo tipo di attivismo mettendo a disposizione idee e voglia di fare senza per forza passare dalle urne.

Rimanendo in Campania c’è la Caritas Diocesana di Nola, una struttura che con passione e solidarietà sforna 70 pasti al giorno, (e ora che si avvicina il maledetto momento del 730 e con esso anche la destinazione del 5×1000, se avete dubbi, sappiate che è possibile devolvere…), e anche La Ronda del Cuore, che da anni distribuisce pasti caldi e vestiti ai senzatetto a Napoli città.

Con l’hastag #foodlove continuiamo a dare spazio a tutte le associazioni meritevoli: segnalateci anche voi!

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Antonio Cozzolino, brigante, detto "Pilone"

Un giorno, quando il numero di storie diverrà infinito e tutto sarà stato già narrato – o rinarrato – più che gli scrittori conteranno i recensori, le guide per orientarci nella ricerca di bellezza, o decenza, nel mare iperdenso di narrazioni inutili.
La storiografia moderna ci offre grandi racconti dei macroflussi, da Le Goff alle complesse ricostruzioni di Braudel. Carmine Cimmino, insegnante e storico vesuviano, ha fatto una scelta, considerando le opzioni di inquadratura, estrema. Raccontare la Storia e le storie di un singolo punticino dell’universo. Un comune, Ottaviano. Ma farlo così in profondità da trovare connessioni con tutto il resto.
Raccoglie e ordina documenti, restituisce una storia minuta, di territori rimasti feudo fino all’Ottocento, con assetti proprietari regolati dalle strategie di espansione di monasteri e congreghe (“La luce della memoria”, ediz. Erasmus); ricostruisce la struttura del potere, i meccanismi economici, la pietosa vita delle masse popolari trattate come greggi, la camorra come propaggine della violenza medioevale (“La vita quotidiana sotto il Vesuvio”). Alcuni brani somigliano a estratti di cronaca recente:

“L’amalgama che dopo il 1830 tenne insieme una parte della borghesia e la legò ai destini dei Borbone fu la politica del disordine regolato, della controllata licenza, in cui ciascuno piegava la legge e il bene pubblico al servizio dei suoi interessi particolari. Alla polizia era affidato il compito di impedire che questa licenza minaciasse, da una parte, la sicurezza della monarchia e dall’altra opprimesse, oltre il limite della sopportazione, la classe ultima, che aveva anch’essa i suoi spazi nel sistema dell’illegalità. (…)
I gruppi di potere che muovono a piacimento la giostra degli appalti, dei servizi, dei dazi, delle appropriazioni di suolo pubblico, ora nascondono le loro trame dietro la legalità apparente garantita dalle carte, dall’ignoranza degli altri, dal fatto che i controllati sono anche controllori, dalla solidità di un circuito così inattaccabile che i suoi bastioni restano ancora oggi; ora, invece, tolgono ogni velo alla trame del malaffare, mostrano tutta intera la quantità dei ducati e delle lire che il potere corrotto porta nelle loro casse. Queste esibizioni procurano piacere (…) e generano negli altri quella paura che fa da solida base a ogni sistema di potere che voglia essere illegale “(op. cit.)

Dinamiche rimaste intatte da allora. Nella storia di Ottaviano è racchiusa la Storia di un Sud. Sapere chi eravamo fino all’altroieri ci aiuta a capire la parabola di una modernità già arrivata al capolinea e solo precariamente attaccata sui solidi millenari strati di MedioEvo rimasti sotto. Ci anticipa il disastro urbanistico e sociale.
Perchè trovare colpevoli è diventato un gesto automatico. Lo Stato. La mafia. E se scroprissimo che eravamo già così. Prima dell’Italia, prima ancora dei Borboni. Che la gestione del potere, che adesso etichettiamo con “democrazia”, è rimasta una storia di squilibri di potere e informazioni, ma anche un esercizio suicida dell’avidità e della prepotenza. Che molti dei danni non arrivano dall’alto, ma una comunità se li procura nella gestione delle risorse locali. Se scoprissimo che non tutte le storie si possono riscrivere. Saremmo in grado di accettare questa verità e di farne un qualsiasi uso proficuo?

Ho i miei motivatissimi dubbi ma me li tengo.

Carmine Cimmino l’ho conosciuto nel corso di un evento pubblico e ho dovuto scrivergli per ricevere le sue opere visto che sono quasi assenti dalle librerie, piccoli capolavori segreti per pochi adepti. È un uomo di grande gentilezza e di statura intellettuale rara. Ha dimostrato il coraggio, condizione morale della parrēsia, di denunciare le asimmetrie che gli son passate sotto gli occhi di storico.
Altre cose belle nei suoi libri: storie che si mescolano a leggende, come quella della latitanza e uccisione del brigante Pilone, o dei contadini di Sant’Anastasia che per 70 anni hanno atteso l’assegnazione di terre tolte, per legge, al potere feudale perché venissero devolute agli indigenti. La struggente bellezza di cerreti e vigneti prima delle colate di cemento; immersioni nella filosofia dei napoletani; ricostruzioni, con dettaglio enciclopedico, della storia di vini e strade.

“Il Vesuvio appariva a viaggiatori e pittori come un gigantesco vigneto: In ogni stagione dell’anno, il suo colore era quello dei pampini.”

E’ proprio quando racconta delle aziende vinicole, della montagna in grado di produrre frutta e verdure di ogni tipo, della passione e la fatica di chi dalla terra ha creato capolavori, esportando e affermando nel mondo modelli aziendali, che pare quasi di leggere che esistono si dei trend inarrestabili ma il futuro non è scritto, mai, e non è il ghetto globale al quale già troppi, in Campania, nel sud Italia, nel sud del mondo, si sono rassegnati.

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