La pizza di provincia conquista i Napoletani

La pizza di provincia conquista i Napoletani

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Foto di Daniela Vladimirova https://www.flickr.com/photos/danielavladimirova/

Parliamo di pizza.
Argomento spinosissimo che rompe le amicizie, mette le mamme in mezzo, genera guerre e corna.

Premesso che il sottoscritto è la schifezza dei Napoletani perché in 42 anni non è ancora riuscito ad entrare da “Concettina ai 3 santi” e da “Starita” a Materdei…

Premesso che per quanto mi riguarda la Storia della pizza a Napoli è sempre indiscutibilmente MICHELE a Forcella…

E premesso che “Natascia tene ddoje zizze tant”, possiamo procedere alla discussione.

Anni fa, se uscivi da Napoli la pizza era una chiavica. Non perché lo fosse oggettivamente, ma perché l’orgoglio partenopeo ti portava a schifare qualsiasi prodotto che non provenisse dai nostri forni a legna.
Oggi, siamo onesti, la qualità si è espansa in provincia, e anche fuori dalla provincia.
Qualcuno direbbe che la proposta si sia appiattita e uniformata perché “a finale fanno tutti ‘a stessa pizza”.
Direi che non è proprio così.

Ultimamente sto frequentando molto la gastronomia del Casertano, e devo dire con piacevolissima sorpresa che ho trovato picchi di genuinità, inventiva e gusto di altezze davvero titaniche.
Azzardo che in molti casi alcune pizzerie di Caserta e dintorni ormai superano di gran lunga molte pizzerie anche storiche di Napoli.
Pizze come quelle di “Pepe in grani” (Caiazzo – CE), “I Masanielli” e Pepenero (Caserta), “12” (Aversa – NA), “Locanda 07” (Ercole – CE), “Ciro Salvo” (San Giorgio – NA) ormai non solo sono “all’altezza” di pizze “gourmet” come quelle de “La Notizia”, “50 Kalò”, “Vesi”, ma in certi casi risultano anche più buone.
Senza contare che ci sono tanti elementi da considerare: la pasta, la cottura, le materie prime…
Certo, il gusto è sempre soggettivo. E probabilmente per un campanilista sfegatato risulterà difficile ammettere una pesante verità, specialmente al cospetto di una città come Caserta, da sempre “rivale” napoletana (chissà poi perché).

E’ anche vero che gli amanti della pizza si dividono in “puristi” (quelli che solo la Margherita e la Marinara… al massimo con le acciughe) e “sperimentatori” (sempre alla ricerca di nuovi sapori).
Il purista trova la pace interiore con i già citati “Michele”, “Concettina”, “Starita” e poi la sequenza storica dei Tribunali “Sorbillo”, “Di Matteo”, “I Decumani”, “la Figlia del Presidente”, l’esperienza di “Brandi”, di “Pellone” e di “Cafasso”… e non ha bisogno di altro.
Lo sperimentatore si delizia con “Il re della pizza” e l’impasto di farine integrali, oppure con la farina di Petra di “Pepe in grani”, o con l’offerta di classe di “Vesi” al Vomero.
Esiste poi una terza categoria di pizzofilo: quello che “vi porto io a mangiare la pizza in un posto che conosco solo io”, oppure quello che “la bettola sotto casa mia fa una pizza che canta”.
Nel primo caso, spesso, il posto che “conosce solo lui” è bene che lo conosca solo lui. Altre volte, magari, è una sorpresa.
Nel secondo caso, per il pizzofilo subentrano altri elementi che esulano un po’ dalla critica obiettiva: l’affezione per quel posto sotto casa, il rapporto amichevole col pizzaiolo… la guallera che non fa prendere la macchina e spostarsi.

Insomma, è ormai diventato molto molto difficile stabilire chi sia il Campione… e forse non c’è neanche più bisogno di un Campione. Dobbiamo solo essere felici e fieri che una nostra splendida invenzione abbia trovato spazi con ottimi risultati (ripeto, alle volte superiori) anche altrove.

Giorgio Molfini