Elogio del Pizzaiuolo (con la U) e della parola più famosa del...

Elogio del Pizzaiuolo (con la U) e della parola più famosa del mondo

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Foto di Daniela Vladimirova https://www.flickr.com/photos/danielavladimirova/

on ci sono studi scientifici in proposito, ma credo che una delle parole più conosciute al mondo sia “pizza”. Spesso non troviamo il vocabolo corrispondente in altre lingue straniere. Gli americani credono che “pizza” sia un termine inglese e abusano della nostra benevolenza con alcuni improbabili abbinamenti, come pizza-day, pizza-fest o addirittura pizza-pride. A Napoli tolleriamo al massimo la variabile di “pizza fritta”. Certo ci si può sbizzarrire a piacere nell’inventare alcuni tipi di pizza, oltre alle classiche marinara, capricciosa, margherita e quattro stagioni, ma andrebbe comunque denunciato per crimini contro l’umanità presso il tribunale dei diritti dell’uomo chi ha avuto l’idea insana di fare per la prima volta la pizza alla nutella. Quello non era un pizzaiuolo (con la “U”, anche se il correttore automatico lo segnala come errore ortografico), al massimo si può considerare un pizzattaro, come viene identificato questo magnifico lavoratore spostandosi a meno di 200 km a nord dell’ombelico mondiale della pizza. Ma quello, pur avendo le mani in pasta, è tutt’altra cosa. A Napoli due amici che si ritrovano per caso e che vogliono prolungare il piacere di quell’incontro non vanno a mangiare una pizza. Loro vanno a “farsi una pizza”, quasi come se fosse una bella ragazza (absit iniuria verbis), o un bel ragazzo, naturalmente. La pizza generalmente è piatto unico. Ti sazia senza bisogno di aggiungere ulteriori orpelli pre o post prandium. A differenza di tutte le altre pietanze, te la puoi portare tranquillamente a casa, cosa che difficilmente fai con un piatto di spaghetti o di una bistecca ai ferri. Con l’aggiunta di una piccola mancia te la recapitano addirittura a domicilio. Certo si può anche ordinare qualsiasi altra cosa, ma chi te la porta a casa resta sempre “il ragazzo delle pizze”, anche se ha superato i 50 anni e ti porta dei panzerotti. La prossima volta che andrete a farvi una pizza, non perdetevi lo spettacolo del pizziuolo. Lui, al contrario del cuoco, che spesso è barricato all’interno della cucina, protetto giustamente dalla scritta “vietato l’ingresso agli estranei”, lavora generalmente al centro della sala. Col viso rivolto al pubblico. Gli ingredienti sono in bella vista. Il pizzaiuolo non lavora, si esibisce. Quasi officia un rito. I fedeli dovrebbero restare in adorazione, e non pensare ai fatti loro, come spesso accade anche in chiesa mentre il prete celebra la messa. Il pizzaiuolo spande la pasta sul bancone (si chiama così il suo altare) come un vecchio saggio dispensa la sua saggezza. Gli aromi emanati dalle pizze appena sfornate lo inebriano. Lui quasi li sniffa in un mix estasiante di farina e soddisfazione. Poi affida la sua arte e le sue creature al cameriere come un premuroso papà accompagna i figli a scuola e li affida, fiducioso, a bidelli e insegnanti non prima di aver gettato loro un ultimo amorevole sguardo, mentre dovrebbe inchinarsi al levarsi dalla sala, fragoroso, del meritato applauso.

Pasquale Di Fenzo

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