Io e Natasha

Io e Natasha

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– Ma, precisamente, da chi l’hai saputo?
– Mia madre, gliel’ha detto la tua.
– Io veramente sono a Napoli. Non so che le prende, ha vergogna di me!

Ero al telefono con Andrea De Lanza. Sua madre era una donna vecchio stampo. Grossa, viso di marmo, illimitata propensione al risparmio e alle vesti coi fiori. Quando il suo figlio più brillante le aveva comunicato di volersi trasferire in città per lavorare in un bar (un bar! – aveva confessato a sua sorella in uno sfogo telefonico – dopo tutti gli anni all’università!), la donna aveva vissuto un disastro interiore che aveva provato a soffocare chiudendosi in un lungo silenzio e nella negazione più cocciuta.
A chiunque gli chiedesse del figlio lei rispondeva che se n’era andato. Via. Lontano da tutto. A Londra. E basta. Non accettava altre domande.
Ma era legittimo, logico, si chiedeva Andrea, farsi carico del ridimensionamento di un intero mondo, o forse era meglio provare a vivere, vivere e basta, visto che tutto era così effimero?
Lui ragionava così (vabè, passando per una serie di argomentazioni decisamente più complicate ma, vi prego di andare sulla fiducia, il succo era questo).
E stava bene. Alle sei del mattino era al bar, dove lavorava part-time fino alle due. Per pranzo si spostava al molo Beverello, a mangiare un panino guardando le navi crociera e l’andirvieni dei turisti per le isole. Poi andava alla Biblioteca Nazionale a leggere i suoi filosofi preferiti o risaliva verso casa con percorsi che erano dettati dalle sue profonde meditazioni sull’universo.
Si può essere filosofi a Napoli, staccati da qualsiasi ambiente accademico e scaraventati in un bar del centro con ritmi disumani? Andrea pensava di si, e aveva deciso di dedicare il suo tempo all’unica cosa che davvero riusciva a farlo sentire se stesso: l’esercizio, libero da tutto, del pensiero. Io, a modo mio, gli invidiavo il coraggio.
Guardava, assorbiva, prendeva appunti mentali. Riusciva a isolarsi da tutto, a intuire invisibili schemi.
Finché giungeva ai Quartieri Spagnoli, nel basso che aveva affittato a un prezzo ridicolo da due sorelle ottantenni. I suoi libri, una scrivania, un lettino usato rimediato su un annuncio. Le piantine di basilico e i pomodori che coltivava in un orticello che si era inventato all’esterno e che le vecchiette accettavano volentieri in cambio di un piatto di pasta e quattro chiacchiere serali (sono ottime allieve, mi diceva, anche se di base tendono verso la scuola di Marco Aurelio). Niente tivù o giornali. Il suo mondo era tutto lì.
Ovviamente anche lui aveva i suoi bisogni. Ma aveva trovato la sua soluzione.
– Per quello c’é Natasha.
Natasha era cresciuta nelle pianure del Khurgan, ma Andrea l’aveva conosciuta ai Ponti Rossi e aveva deciso, istantaneamente, che era esattamente quello che ci voleva per lui. Il completamento della sua vita speculativa.
Andrea, che coi suoi jeans logori e il viso eternamente pallido era a secco di attenzioni femminili da ere geologiche, quando ad accoglierlo nel suo appartamentino vide Natasha, coi suoi boccoli biondi e l’accento russo, Natasha con quel seno esagerato, ma, soprattutto, completamente nuda, benedetta figliola, a parte i braccialetti d’oro e le zeppe che la proiettavano su altezze mitologiche, visse un tipo di gioia di cui si scoprì tremendamente a secco.
E vogliamo parlare di quando il fresco alito di pesca si posò sul suo collo, o dell’ondata di vita, potere e risvegliamento chimico quando mise le mani su quel culo di marmo?
Da quant’ è che non stava così? Probabilmente dai tempi delle sei sorelle di Casavatore. Anche lui si era innamorato della prima, solo che a differenza mia ci era uscito insieme, e la cosa l’aveva segnato per sempre. Ma di questo era impossibile farlo parlare.
– E’ il passato, Cristiano. (vedi “Una pornostar a Casavatore”)
Il presente era Natasha. La chiamava una volta a settimana, si imbarcava nella concatenazione di tram e autobus che lo conducevano al Corso Malta e da lì faceva l’ultimo chilometro a piedi. Natasha era gentile e non gli metteva fretta. E alla fine, si diceva, praticava prezzi ragionevoli.

Tutto perfetto?

All’apparenza si, ma quando conosci una persona come le tue tasche, quando l’hai vista puntualmente risucchiata negli stessi errori senza venirne a capo, allora puoi prevederne ogni mossa con la microscopica esattezza di un giocatore di Lemming. L’equilibrio di Andrea era un palazzo di cristallo costruito su una discarica. La caduta era li, dietro l’angolo, ad aspettarlo col suo abbraccio mortale.
La incontrò al mercato rionale. Capelli raccolti, un sacchetto di frutta e uno sfilatino sottobraccio come una qualsiasi abitante dei Quartieri. Come ci era finita lì?
– Mi sono trasferita.
Andrea non ci poteva credere. Quella semplice notizia fece sbocciare qualcosa di nuovo, un germoglio che sgomitava per prendere il posto del loro rigido rapporto mercenario. Qualcosa che non era ancora speranza ma ci andava vicino.
– Tu che fai? gli chiese lei.
(il sottinteso era abbastanza chiaro, ma Andrea esitò, non sapeva come inquadrare la proposta, e fu lì che si scoprì pronto a sperare in altro)
– Vieni da me.
La nuova casa era un appartamento al sesto piano dalle parti di via Scura, rimesso a nuovo con gran gusto. Ormai, dovette constatare, anche lei viveva meglio di lui.
Quando si rivestì gli venne spontaneo chiederle: che ne dici se usciamo insieme, qualche volta?
Certo, rispose lei, congedandolo col solito sorriso.
La vicinanza con Natasha contaminò il suo stile di vita e deformò i suoi spazi. Non riusciva a studiare, la concentrazione si era spappolata. Aristotele e Deleuze non gli erano di aiuto. Anche le nonnine avevano intuito qualcosa: ‘o guaglione è distratt, si dicevano sghignazzando o intonando vecchie hit di Nino D’Angelo. E le coppiette, che al centro di Napoli erano ovunque, e che un tempo guardava con sguardo così atarassico, adesso gli facevano sentire una rabbia sorda come se fosse rimasto l’ultimo uomo non accoppiato sulla terra. Cominciò a bruciare il suo piccolo fondo delle emergenze per vederla più spesso. Intensificò i suoi inviti, ma Natasha da quando si era trasferita ai Quartieri era sempre stanca e lo rimbalzava sistematicamente.
– Non pensi mai, tipo, di trovarti un fidanzato? le chiese una volta.
– Col mestiere che faccio?
Andrea fece un lungo sospiro. Se solo avesse avuto il reddito adatto se la sarebbe presa tutta per sè.
– Tutti hanno bisogno di qualcuno, disse mestamente.
Natasha si sollevò sui gomiti presa dall’ispirazione.
– Portami al ristorante!
– Adesso?
– E quando?
Era ancora incredulo mentre Natasha sgusciava dal letto zompettando verso il bagno. Per avere trent’anni era in forma pazzesca.
Per non dire di quando furono sull’autobus verso Mergellina. Era lì, a fianco a lui.
Maglietta e pantaloncino e quelle gambe chilometriche accavallate sul sedili e il tatuaggio sulla caviglia: era il re dell’autobus. Insieme erano un miracolo.
Nel groviglio di emozioni che sentiva addosso, tra cui, mi confessò, c’era soprattutto paura, paura che finisse all’improvviso, trovarono spazio anche altri pensieri – l’idea che stavano facendo qualcosa di unico, una pugnalata a quella città e a quegli autobus e alla tristezza, e un senso di gratitudine verso il cosmo, che a volte gli sembrava la spietata successione di algoritmi e a volte lo specchio di una volontà che lo conduceva a espiare oscure colpe oppure, dal nulla, poteva donargli giornate come quella -.
Eccoli al ristorante, Natasha che brilla come una stella mentre divora un piatto di gamberi da quaranta euro.
– Dovresti provare a tirare via qualche pelo, gli disse mentre gli esaminava il volto.
Andrea non era male, e non lo dico perché è il mio amico. Era vispo, aveva sempre la battuta pronta e un fisico asciutto. Non parliamo del topo di biblioteca inguardabile. Poteva raccontare per ore parti dell’Antico Testamento o di Plotino o del colonialismo facendo divertirti. Solo che c’era sempre qualcosa. Piccoli dettagli tipo la cura di sé dove intuivi che era fuori dal circolo delle persone normali. Lo percepivi subito e lo tenevi alla larga.
– Altro vino? chiese il cameriere rivolgendosi a lei, che ordinò vodka e una porzione di tiramisù.
Natasha gli raccontò della sua famiglia in Russia, del suo primo fidanzato e della vita nei bordelli in Svizzera.
– Dovresti vederla, la Svizzera. Secondo me è il posto per te. Questa città ti consuma.
Oltre a sua madre, era più o meno quello che gli diceva chiunque, compreso le nonnine dei Quartieri, ma detto da lei aveva un’ altra risonanza. Il conto fu un salasso, e mentre uscivano i camerieri la squadrarono ignorandolo apertamente.
– Grazie di tutto, sei stato gentilissimo, gli disse appena furono fuori.
– Non… torni?
– E’ che l’autobus a quest’ora è scomodo. Mica ti dispiace?
Ad aspettarla c’era un tipo in moto.
– Certo che no, disse con una stupida voce amichevole.
Il tipo la tirò a sé stringendole una chiappa, poi lanciò uno sorriso ad Andrea e le stampò un bacio in bocca. Lo riconobbe, era nella paranza del quartiere.
Natasha gli fece ciao ciao con la mano, poi la moto sparì nel traffico.
Camminò un po’ vicino al mare per smaltire la rabbia, prese il primo tram senza neanche guardare. Mentre veniva scorazzato per la città si sentiva secco, senza vita. I suoi pensieri erano scomparsi. E in fondo che c’era da capire?
ADL ti bastoneremo. Lesse su uno striscione appeso a Palazzo Reale. Era firmato Quartieri Spagnoli. Una cosa senza senso.
L’autobus lo conduceva in parti della città che non aveva mai visto. In fondo, pensò, per lui quella città era sempre stata aliena e incomprensibile.
ADL pappone. Lesse ancora. Sembravano rivolti a lui.
Possibile che qualcuno volesse comunicargli qualcosa? ADL, Andrea De Lanza. Che assurdità.
Ma non importava. Nulla era più importante. Neanche i suoi pensieri.
ADL vattene. Sempre la stessa firma, la città sembrava tappezzata.
C’erano forze ben più grandi dietro quel “Quartieri Spagnoli” che gli mandavano messaggi in un codice oscuro, o forse no, decodificare non era impossibile, forse stava impazzendo, in ogni caso, si, voleva andare via, doveva cambiare vita.
Il tuo progetto un vero fallimento… si, vabé, chiuse gli occhi, il volto rigato di lacrime. Pappone? Lui! Assurdo. Non avete capito niente. Li riaprì solo al capolinea.
Mi chiamò dopo qualche giorno.
Aveva fatto le valigie.
– Starò un po’ in Germania, ho degli zii, imparo la lingua. Poi non so, Londra, la Svizzera, vedrò. Sai? Forse posso fare a meno anche dei libri, per un po’, il mondo stesso è un libro, servono solo gli occhiali giusti.
A volte lo immagino lì, sui monti svizzeri, a fare il barista, o l’insegnante, nella pace della natura. Lui. I suoi pensieri. E Natasha.

La sfida era dura ma intrigante: Natasha, uno delle tante invenzioni geniali del film “Così Parlò Bellavista”, e anche l’unica non ancora comparsa su schermo. Abbiamo provata a re-immaginarla negli anni ’10, in un contesto in cui tutto, anche la filosofia spicciola, è completamente cambiato, e Walton Zed ci ha messo del suo donandoci un ritratto di bellezza che, come suo solito, è una porta per altri mondi.

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