La favola dei fagioli della regina – #Leguminosa2016

La favola dei fagioli della regina – #Leguminosa2016

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Fagioli della regina

A me il ragazzo della Kinder è sempre stato sulle scatole. Non so che fine abbia fatto da adulto, ma non credo che se la passi bene. Crescere sforzandosi di sorridere, mangiando a merenda anonime barrette di cioccolata, non deve essere stato facile.
Io per fortuna ho avuto altri ritmi, altri luoghi, altri snack. La mia merenda ideale non erano i Mars, i Raider, le fieste, i tegolini o le Kinder, ma una magia costruita da mio nonno.
Silenzioso, apparentemente burbero, col cappello perennemente in bilico, parlava poco e si spiegava per lo più a gesti. Io lo seguivo, infatuato da quell’alone di mistero e saggezza che lo circondava.
Il rituale magico che avrebbe prodotto la mia merenda cominciava la sera precedente, appena finito di cenare, quando vedevo il nonno staccare una grossa chiave di ferro legata con lo spago dietro la porta della cucina. Era il segnale che mi spingeva ad alzarmi da tavola, attraversare il cortile e raggiungere impaziente una porta arcana, che solo quella chiave fatata avrebbe potuto aprire, il passaggio verso un antro delle meraviglie, poco illuminato e misterioso, che conteneva ogni ben di Dio. In ogni sacco una delizia, patate, cipolle, castagne, farina.

“ ‘O casariello ” era per me un luogo incantato, fiabesco, denso di sapori ed odori, fascino e malia, che mi attirava e di cui avevo anche un po’ timore. Qui il nonno con un cenno mi invitava ad aprire una grossa sacca di juta legata con lo spago. Mi colpiva la sacralità di quel momento, l’odore dei fagioli, la delicatezza con cui il vecchio toccava quelle piccole pietre preziose, come un cercatore d’oro che lucida le sue pepite, soffiando e carezzandole dolcemente per liberarle dalle impurità.

A quel tempo pensavo che i fagioli valessero una fortuna, per questo il nonno li custodiva nel casariello, per questo c’era quell’enorme chiave. Chissà dove li prendeva?
Dopo aver mescolato i preziosi legumi, dava l’impressione che li accarezzasse, poi sembrava quasi accoglierli nelle sue grandi mani e versarli con lentezza nel pignatiello.
Mentre lo faceva, avevo l’impressione che dicesse qualcosa tra sé, una litania, un rosario, una formula magica o forse semplicemente contava.

Ritornati in cucina, versava dell’acqua nella pentola di terracotta e lasciava i fagioli in ammollo. A quel punto si andava a dormire, un sonno di promesse e tranquillità, interrotto ogni tanto dal nonno che si alzava durante la notte per andare in cucina. Forse il rito magico prevedeva qualche formula notturna oppure andava semplicemente a cambiare l’acqua ai fagioli ( nessun doppio senso ), come ho appreso in seguito seguendolo.
Il mattino dopo il pignatiello sacro era dove lo avevamo lasciato. Il nonno ogni tanto continuava a cambiare l’acqua, finché dopopranzo le pepite, ormai pure, erano pronte per l’ultima magia.
Il grande camino, acceso fin dalla mattina e con il suolo ormai caldo, era pronto ad accogliere la pignata con i fagioli, che con delicatezza veniva posata nel camino accanto alla fiamma; di fianco sistemava un altro pignatiello che conteneva però soltanto acqua.
A questo punto arrivava il momento più bello: la storia del nonno.

Un racconto lento come quella cottura. Due o tre ore di pace, di ritmi calmi e rilassati, ipnotizzato dalla fiamma del camino, dal brontolio dei fagioli nella pentola, in sottofondo la voce del nonno, che si interrompeva di tanto in tanto solo per rabboccare, con un mestolo di legno, l’acqua che evaporava dal pignatiello con i fagioli, prelevandola dal secondo recipiente.
Guardavo la fiamma, la schiuma che ogni tanto usciva da quella magica pentola di terracotta alta e dalla bocca stretta e ascoltavo rapito quella voce bassa e dolce che raccontava storie meravigliose, come quella dei fagioli della Regina.
Il sacco di Juta con i fagioli che avevo visto la sera prima nel casariello magico, mio nonno lo aveva avuto nientemeno che da un suo amico di un paese lontano e dal nome misterioso, San Lupo. I due “avevano fatto la guerra insieme” e questo rendeva ancora più magica quella storia.

Quel fagiolo infatti non era un fagiolo come gli altri, era il “Fagiolo della Regina”.
Verso la fine del regno borbonico, Achille Jacobelli, un ricco cavaliere di origini sanlupesi che frequentava la corte di Ferdinando II, pensò di donare alla regina Maria Teresa d’Austria un sacchetto di fagioli, prodotto della sua terra d’origine. Il giorno dopo, la regina fece convocare con urgenza il sannita, il quale vista l’irritualità della cosa era preoccupato per le ragioni di questa convocazione. In realtà la regina, avendo trovato quei fagioli buonissimi, voleva solo ringraziarlo e chiedergli il nome di quei legumi deliziosi avuti in dono.
Il cavaliere allora, commosso e orgoglioso, con un inchino disse: “maestà, da oggi in poi, questi preziosi legumi, in vostro onore, saranno chiamati Fagioli della Regina”.

Finito il racconto restavo a bocca aperta, il borbottio dei fagioli era aumentato, il nonno allora aggiungeva un po’ di sale, poi con un movimento lesto toglieva il pignatiello dal fuoco.
Il tempo di bagnare con l’acqua dei fagioli il pane raffermo che tenevamo pronto, aggiungere i legumi e condire con un filo di olio e la merenda dei miei sogni era ormai pronta.
In quelle fette di pane e fagioli, che divoravo con avidità, c’era il sapore del casariello incantato, c’erano la guerra e l’amicizia, il camino e il mistero, la regina e San Lupo. Forse per questo, ancora oggi, se devo immaginarmi il mio personale paese dei balocchi, non lo vedo fatto di fiumi di cioccolata, caramelle e dolci, ma di legumi, zuppe di cicerchie, lenticchie e maiale, lagane con i ceci e pasta e fagioli.
Col tempo ho scoperto che San Lupo è un bellissimo borgo sannita in pietra proprio vicino casa mia e che ogni anno nel mese di luglio vi si tiene una sagra del fagiolo della regina, fortemente consigliata.

Giuseppe Ruggiero

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