La patata tira – in foto, e spunta prezzi folli.

La patata tira – in foto, e spunta prezzi folli.

di -
1486

E’ di queste ore la notizia che un collezionista ha acquistato dal fotografo irlandese Kevin Abosch un suo scatto, un “ritratto di patata” (Potato #345, 2010), per un milione di euro. Abosch, classe ’69 (mio coetaneo, quindi…), è noto soprattutto per i suoi ritratti a soggetti umani, principalmente personaggi famosi come Johnny Depp, Bob Geldof, Aung San Suu Kyi, Steven Spielberg, Vanessa Redgrave e molti altri.

Per quanto riguarda l’idea che Abosch riesca a farsi pagare tanto (e si narra che abbia iniziato quasi da subito a chiedere cifre alte per i suoi lavori), ben venga e tanto di cappello, è ammirevole, specie confrontato allo squallido panorama italiano dei lavori creativi, immateriali, in cui bisogna sbattersi e lottare per riuscire a farsi anche solo pagare (figuriamoci a farsi pagare, come fa Abosch, centinaia di migliaia di dollari per farsi ritrarre da lui…)

Facciamo però una piccola riflessione rispetto al merito, o meglio, alla “sostanza”, se possiamo chiamarla così, delle immagini di Abosch. Su Repubblica.it il redattore usa la frase “il suo caratteristico sfondo nero” per descrivere i ritratti di Abosch. Chiunque mastichi un po’ di storia della fotografia saprà benissimo che lo sfondo nero non è un’invenzione né una innovazione del fotografo irlandese, e andando a vedere le sue immagini quello che colpisce – in negativo, purtroppo – è l’estrema banalità delle foto e delle pose. Volti che si susseguono ugualmente posizionati, centrali, con la stessa illuminazione di tre quarti laterale dall’alto, senza ombre particolari né guizzi di sorta. Se non sono fototessere è proprio per via del fondo nero, ma questo non riesce a giustificare, almeno ai miei occhi, l’idea che un fotografo venga pagato tanto per un ritratto che potrebbe fare grosso modo qualsiasi mio allievo con un minimo di attrezzatura e con il fondale apposito. Resto basito non tanto dalla presunzione del fotografo di chiedere tanto, ma dalla incapacità della committenza di rendersi conto che si sta pagando solo ed esclusivamente un nome e non una foto.

Queste sono ovviamente delle dinamiche molto note e ormai usuali nel mercato dell’arte, che purtroppo più che a un suk arabo assomiglia sempre di più a Piazza Affari, con un listino borsistico che insegue le quotazioni sui future, senza pensare al valore reale (ma ce n’è uno?) di quanto si sta effettivamente realizzando. Il “prodotto” artistico, quando viene collocato nei listini in cui i galleristi assomigliano davvero a dei broker finanziari, diventa davvero una cosa di secondo piano. Fosse questo il problema, staremmo semplicemente nella logica di mercato, un mercato senza basi reali, senza davvero più un valore di uso dell’opera, che non sia altro dal valore di scambio. Certo un discorso analogo viene fatto ogni volta che un’opera di arte contemporanea spunta prezzi assurdi, e non soltanto nel caso delle fotografie; certo con la fotografia, in quanto strumento che nasce, almeno nelle intenzioni, come qualcosa che sia facilmente atto a riprodurre in migliaia di copie quanto scattato, le conseguenze giungono all’estremo.

Mi viene in mente il discorso fatto ne Il mistero di Bellavista, relativamente a un’ipotetica opera di arte contemporanea ritrovata centinaia di anni dopo una catastrofe nucleare da un archeologo tra le macerie di una città: sarà un’opera d’arte, o un cesso scassato? Quello che però mi fa venire i brividi, e davvero tremo all’idea, è che l’estrema banalità di alcune opere (penso alla foto di Andreas Gursky che è stata detentrice del record di foto più costosa per un po’, un paesaggio insulso tra terra, il Reno e il cielo, sotto tono e dimesso, o alla foto attualmente più costosa, quella di Peter Lik di un canyon con un raggio di luce, che una testata come il Guardian ha stroncato brutalmente) che non riesce nemmeno un po’ a trasmettere l’idea che dietro ci sia un particolare, o anche solo un vago, ragionamento concettuale, venga presa a modello da tanti altri fotografi che vorrebbero seguire la stessa strada.

Guardando le immagini di Abosch una tale “assenza” è palese, ma tante volte vediamo opere di arte contemporanea che non riescono davvero a trasmettere niente, a meno che non vengano spiegate a menadito, e a volte stentano ad essere comunicative anche in quel caso. Questo, spero non si offenda chi la pensa diversamente, nella fotografia è il peggiore dei difetti. Se una foto è fatta in modo banale per sottolineare la personalità del soggetto, ben venga, ma allora tanto vale fare una vera e propria foto tessera… Quello che sospetto è che lo studio fotografico di Abosch sia un vero e proprio specchietto per le allodole, una costruzione complessa per una foto davvero insulsa, buono giusto per attirare danarosi clienti che a loro volta attireranno altri facoltosi, in un vortice virtuoso – per il fotografo, a cui ripeto va tutta la mia ammirazione – ma che rischia di diventare un risucchio deleterio per il nostro sguardo.


Gianfranco Irlanda

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it