Nazione napoletana, fedeltà borbonica e vittimismo ignorante.

Nazione napoletana, fedeltà borbonica e vittimismo ignorante.

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Foto di Claudio Gervasio

La partita, bisogna ammetterlo, si prestava: Napoli – Torino.

Certo, il toro non è la zebra, meno tracotante, meno vincente, meno seguito al Sud, ma proprio per questo più autenticamente torinese. Non importa se popolare e certamente non sabauda, la compagine granata rappresenta Torino e il Piemonte, e questo ha scatenato, in alcuni tifosi azzurri, reazioni che non hanno nulla a che vedere col calcio ma che riguardano da molto vicino una narrazione falsa e decisamente tossica della storia che, da troppo tempo, sta plasmando le coscienze di molti meridionali.

Già da settimane un pessimo cantante e indegno cittadino, tal Povia, aduso a farneticare di scie chimiche e nuovo ordine mondiale, aveva addirittura fatto un appello video ai tifosi napoletani invitandoli a portare sugli spalti una bandiera a significare “la loro identità borbonica”, come se Cialdini e i bersaglieri fossero nella curva opposta.

La prateria, evidentemente, era secca e, non si sa se su imbeccata di Povia o autonomamente, ha preso fuoco. L’altro giorno in curva uno striscione recitava “Lager Fenestrelle, Napoli capitale continua ad odiare”.

La fortezza della Val Chisone, suppostamente usata come campo di concentramento dove sarebbero stati rinchiusi in condizioni sanitarie e umane durissime ben 40.000 prigionieri borbonici dopo l’assedio di Gaeta nel 1860, rappresenta l’archetipo di questa falsa storia usata come stampo per plasmare le nuove coscienze meridionali. Con l’espediente retorico della denuncia di una verità artatamente nascosta, da anni siti e libri dalla dubbia credibilità diffondono dati variabili su decine di migliaia di soldati lasciati morire privi di cure e di protezioni contro il rigido clima alpino.

Nulla di quanto narrato è mai avvenuto, ma chi ne è convinto non smetterà in nessun modo di crederlo, qualsiasi cosa gli si dica in materia.

Non è servito a nulla che storici più che competenti (uno su tutti, Alessandro Barbero) abbiano dedicato interi saggi a smentire la fandonia, non è servito a nulla che fin dall’inizio degli anni ’70 gli storici militari abbiano studiato i numeri e la sorte dei prigionieri di Gaeta (Mazzetti, 1972) con dati che smentiscono anche la sola possibilità dell’internamento, non è servito rendere pubblici i registri di permanenza a Fenestrelle che mostrano periodi di detenzione massima di tre settimane: il mito del lager tra le Alpi persiste e ogni volta è portato avanti con la stessa proterva indignazione di chi si batte contro la congiura del silenzio.

Digiuni di logica aristotelica, i sostenitori dell’Auschwitz in Val Chisone rovesciano caparbiamente l’onere della prova, pretendendo da chi nega il crimine le prove del fatto che esso non sia mai stato commesso: di fronte alla massa di fonti prodotte dai loro avversari (è ancora il caso di Barbero), i neoborbonici chiedono che siano esplorati ulteriori archivi (guardandosi però bene dal farlo in prima persona) dove, “sicuramente” la prova dell’orrendo crimine salterà fuori. In attesa che sia dimostrato, se ne continua a parlare dandolo per certo.

Per tutte queste ragioni, tornare sul merito della vicenda e delle dimostrazioni storiche è semplicemente ozioso: chi crede o ha interesse a credere nell’esistenza di un campo di concentramento a Fenestrelle non si convincerà mai del contrario. E non lo farà perché il falso evento ha assunto un’importanza centrale nella sua idea dell’evoluzione storica dei rapporti tra nord e sud.

Interrogarsi sulle ragioni della diffusione e della persistenza di un mito del genere, invece, è non solo interessante ma doveroso: le vicende militari immediatamente successive all’unificazione, comunemente note come “guerra al brigantaggio”, sono densissime di episodi di crudeltà ed efferatezza aventi per protagonisti le truppe regolari italiane e per vittime le popolazioni meridionali.

Quale narrazione ha avuto bisogno di inventarne un altro con queste specifiche caratteristiche?  Quali caratteristiche ha Fenestrelle che risultano imprescindibili per l’immaginario dei nuovi identitari meridionali?

Perché gli stessi storici borbonici attivi immediatamente dopo l’unità non fanno mai menzione di un episodio dolorosissimo che avrebbero dovuto conoscere bene?

Il primo elemento di unicità è proprio il “Lager”, il campo di concentramento nel quale i Savoia avrebbero, volutamente, abbozzato un vero e proprio genocidio (nell’accezione più alta del termine) ai danni delle popolazioni meridionali, evidentemente considerate indomabili o non compatibili con il nuovo Regno d’Italia.

Si tratta, evidentemente, di un anacronismo grossolano che introduce modalità operative tipiche del ‘900 in un contesto antecedente ma che è funzionale alla creazione dell’antagonista perfetto, portatore di tutte quelle caratteristiche che un pubblico con poca familiarità con la storia si aspetta di trovare. L’immaginario collettivo è, infatti, interamente plasmato sulla storia del XX secolo e non stupisce affatto che il “cattivo” non sia credibile se non ha sulla coscienza campi di concentramento e tentativi di genocidio.

Il problema che di queste cose non si fosse mai sentito parlare in precedenza è, come sempre, affidato all’onnipresente congiura del silenzio per cui intere generazioni di storici e d’insegnanti (malgrado il variare delle mentalità e dei regimi in 150 anni di storia italiana) avrebbero impedito alle popolazioni meridionali di conoscere la loro “vera storia”.

Il secondo, e fondamentale, elemento che rende necessaria la creazione della leggenda nera di Fenestrelle è “l’invenzione delle vittime”: un numero comunque elevatissimo (addirittura 40.000 secondo alcuni) di soldati borbonici avrebbero scelto di non passare nelle fila dell’esercito sabaudo e, in nome della fedeltà a Franceschiello, avrebbero subito il martirio nelle gelide celle della fortezza alpina.

Questo solo dato dimostrerebbe non solo la profonda fedeltà dei sudditi alla casa di Borbone e farebbe di tutti i meridionali fautori dell’unità italiana un manipolo di vili complottisti adusi a tramare nell’ombra, ma farebbe risorgere anche il mito di un’armata duosiciliana liquefattasi come neve al sole di fronte alle camicie rosse di Garibaldi, ma che sul Volturno e a Gaeta avrebbe ritrovato non solo l’onore delle armi ma una coesione ed una fedeltà tale da spingere diverse decine di migliaia di soldati a preferire la morte al crollo del loro mondo.

I dati, tuttavia, dimostrano esattamente il contrario: ben 2.311 ufficiali dell’esercito borbonico decisero di essere integrati nell’armata sarda, mentre ai, numerosissimi, che preferirono non passare sotto le bandiere italiane fu data la possibilità di essere collocati a riposo o in aspettativa o al “servizio sedentario” (Molfese, 1964).

I prigionieri di Gaeta (in totale 1.186, meno di un ventesimo dei supposti 40.000) soggiornarono a Fenestrelle per periodi di non più di tre settimane (Barbero) e i decessi sarebbero non più di 5, malgrado le cure ricevute.

Certo, sarebbe teoricamente possibile che altri registri contengano nomi e numeri spaventosi, tuttavia nessuno dei fautori della leggenda nera del Lager è mai stato in grado di produrne nessuno, pretendendolo invece dai propri avversari, ma tutto ciò sarebbe possibile per qualsiasi evento storico: non è possibile pretendere la prova definitiva del non avvenimento di un episodio perché potenzialmente fonti assolutamente sconosciute potrebbero, in futuro dimostrarlo vero.

Si tratta della classica probatio diabolica, per definizione impossibile, per cui un’asserzione sarebbe vera in mancanza della prova che ne dimostra il contrario.

Un simile procedimento è inaccettabile in diritto ed ancor più in storiografia, tanto più quando un crimine contro l’umanità di dimensione spaventose non avrebbe lasciato alcuna traccia ma la cui esistenza viene data per scontata, accusando le voci contrarie di essere parte di un complotto.

La completa invenzione del Lager di Fenestrelle, infine, è funzionale all’ultimo elemento necessario alla creazione delle coscienze dei nuovi partigiani di casa Borbone: il vittimismo. Esso, certamente, è componente essenziale di ogni nazionalismo, ma nel caso dei “patrioti meridionali” è ancor più essenziale: un regno del Bengodi completamente inventato – quale è quello che questi individui descrivono – ha potuto essere abbattuto solo da una forza soverchiante (perché aiutata dall’onnipresente massoneria) e dalla straordinaria crudeltà.

Le efferatezze realmente commesse dalle truppe italiane contro le popolazioni meridionali non bastavano: una parte irrisoria delle vittime è morta col nome di Franceschiello sulle labbra, la maggioranza erano poveri contadini vittime del solito odio di classe: sarebbe stata necessaria una legione di cavallereschi soldati disposti alla morte piuttosto che all’abiura, ma essa non è mai esistita, e l’hanno quindi inventata dal nulla.

Questa enorme operazione mistificatoria è un pericolo per la coscienza civica di ogni meridionale: chi ha interesse a portarla avanti non si limita più a deporre lapidi; ha scelto le curve come cassa di risonanza per le proprie consapevoli menzogne.

Luca Di Mauro

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