Un canto di Natale … a Napoli – prima puntata

Un canto di Natale … a Napoli – prima puntata

0 684

“Spirito!” disse Scrooge “non mostratemi più nulla! Voglio tornare a casa. Che piacere provate a tormentarmi?”  “Devo ancora mostrarti qualcosa.”                                                      

 (Da “Canto di Natale” di Charles Dickens)

Gina Cozzolino, c’era riuscita, a dribblare la barriera di fidanzati, mogli e marmocchi in attesa a Capodichino. Aveva abbracciato suo fratello, Donato. Aveva fatto la carina con sua cognata, maestra d’asilo a Casavatore, che ogni tanto la esaminava come una strana colonia di neurospore. Aveva superato le strade che anno dopo anno le sembravano più infangate e abbandonate per arrivare lassù, al vecchio paese. Era sopravvissuta persino alla tortura suprema. La cena della vigilia.

Le facce dei suoi genitori, i nipoti, gli occhi di un’intera famiglia che passavano su di lei illuminandosi e chiedendo storie. Si era rifugiata in camera giusto un attimo, tempo di riprendere fiato nel suo angolo preferito, sulla moquette, tra i comodi cuscini lilla. Poi aveva allungato la mano verso il comodino. Ci voleva un po’ di musica.

Ma non c’erano le mie cuffie, qui?

Aveva tastato il dorso di un libro. All’inizio non lo aveva riconosciuto. “Le correzioni”. Ancora nuovo. L’aveva preso… quando?

All’università.

Solo che l’odore di etilene vinil acetato da libro nuovo si era dissolto. Le pagine erano ingiallite come i vecchi tomi di storia nella libreria del nonno. Ed era stato a quel punto, inaspettata, che era arrivata. Gelida come una palla di neve che scivola dietro la schiena. La crisi isterica. Gina si era sciolta in un pianto incontrollabile. Qualcosa che aveva covato dentro da quando era sbarcata e che adesso defluiva libero come un fiume in piena. La verità è che fra un po’ l’avrebbero chiamata per andare tutti insieme alla messa di Natale. E lei erano anni che trovava scuse per sfangarsela. Perché si vergognava di andare a messa. Si vergognava di farsi vedere da cugini e amici del paese. Loro, una vita, ce l’avevano. Lei era una barchetta in balia del vento e il Natale le faceva schifo.

Poi ci fu il buio.

(…)

Aprì gli occhi. Quanto era passato? Mentre provava a ruotare il busto si accorse che qualcuno le aveva appoggiato un plaid per tenerla calda e aveva spento le luci. Nella casa silenzio totale.

Forse dormono. O facile che sono a messa.

Pazienza. L’unica cosa che le serviva era un bicchiere d’acqua. Provò a sollevarsi dalla moquette ma la gamba si era intorpidita. Si appese al bordo della scrivania provando a tirarsi su con la spinta delle braccia.

E’ la gamba sinistra.

“Ora facciamo due passi e ti rimetto in movimento ok?” disse ad alta voce. Si pentì di aver parlato. L’acustica e la raucedine del risveglio riprodussero un suono sinistro.

La voce di una pazza.

Si sentiva strana. E anche i contorni della camera le parevano abnormi.

Quando si dorme male i brutti sogni ti rimangono appiccicati un po’addosso, no?

Doveva solo prendere un bicchiere d’acqua e tutto sarebbe tornato normalePerché Gina non aveva paura. Non poteva averne. Era studiosa di microbiologia. Sapeva catalogare e mettere in ordine qualsiasi evento empirico le si parasse davanti. E adesso poteva affermare con assoluta certezza che quella sensazione di presenza immateriale che sentiva aleggiarle intorno mentre scendeva le scale, altro non poteva essere che un pezzettino di incubo, una superstizione del cazzo che veniva  a farsi un giro fuori approfittando della cattiva digestione e del Natale.

Appena torno e lo racconto a Manolo sai le risate?

Manolo era il suo novio argentino. Prima di partire per l’Italia avevano avuto una piccola discussione, così adesso stava aspettando di essere chiamata per gli auguri per accantonare tutto nella cartella scuse.

Si erano conosciuti a Oxford, per un po’ erano usciti insieme. Gina però non aveva voglia di essere marcata troppo stretta, alcuni atteggiamenti da macho latino l’avevano fatta allontanare. Si erano goduti un po’ di autonomia, ma poi la passione era riesplosa quando si erano incontrati a una festa privata. A Londra, dove Gina si era trasferita dopo aver ottenuto il suo primo vero contratto con un team di ricerca di livello europeo. Il traguardo che aveva inseguito tutta la vita.

Anche se poi, bel traguardo. Nelle mia vita stringi stringi non è cambiato granché. Sempre a vagare di città in città, sempre a studiare anche di notte con la paura di farmi superare da qualche collega. Uno spirito in pena, questo sono.

Gina era in uno stato di abulia che la stava consumando da dentro e che non poteva più nascondere neanche a se’ stessa. La luce era accesa.

“Mamma?”

Quando da piccola doveva scendere quelle scale di notte sentiva un groppo alla gola.

“Maaa?”

C’è qualcuno giù. Sta grattando.

Provò a poggiare la gamba addormentata sullo scalino in pietra e sentì una fitta terribile. Dalla cappa di silenzio che avvolgeva tutto non poteva che essere che notte avanzata. Al centro del parquet, al posto del vecchio tavolone, dove avevano appena cenato, il tavolo che era al centro della sala da pranzo da quando lei aveva ricordi di quella casa, e che adesso si era dissolto, c’era una bimba. Una bimba piccolissima. Giocava con delle paperette di plastica. Le faceva ruotare sul parquet. Poi le accarezzava.

La madre sarà qui in giro. Per forza. Dev’essere la figlia della domestica.

Come congettura non aveva senso. Il cuore cominciò a battere ossessivamente.

Devi a stare calma.

Anche l’altra gamba cominciava a indebolirsi e Gina concluse la scalinata carponi.

Colpa tua.

Da quanto tempo non andava a farsi una bella corsetta? Fumo, alcool.

Guardati, stai strisciando.

Si sentiva gravata da catene invisibili. Anno prossimo ci voleva un bel cambio. La bimba era così assorta nel suo gioco che non la degnava di uno sguardo. Mentre si avvicinava notò qualcosa di molto strano. Per un attimo ebbe voglia di gridare ma era certa che non l’avrebbero sentita. La casa era sul dorso del monte Somma, a mezzo chilometro dalle altre abitazioni.

Il corpo della bimba era trasparente. Niente organi. Poteva vedere distintamente la schiena e, dietro, i piedi dell’alberello di plastica che suo padre trovava sempre la pazienza di mettere su. Nel silenzio della notte le campane della chiesa batterono l’una.

“Allora deve essere un sogno” sussurrò a se stessa.

La bimba, che aveva due grosse guanciotte e un cespuglio di capelli scuri, la guardò contraendo le labbra in una lunga B. Non aveva pupille.

“Baaaa”

La lallazione le fece venire un tuffo al cuore.

E’ tenera.

Aveva voglia di abbracciarla. La bimba contrasse di nuove le labbra. Stavolta parlò.

“No che non è un sogno” disse “è solo come il tuo cervello mi rappresenta. Io non ho corpo. Sono uno spettro. Lo spirito del Natale passato. Del tuo Natale.”Quella voce le infuse una calma improvvisa. Ascoltò il suo respiro, un respiro lunghissimo e profondo.

“Sono qui per il tuo benessere” continuò “c’è una cosa che devo mostrarti.”

Gina aveva tanto bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lei. Forse quella voce piccola e buona era venuta da un altro posto per portarle quello di cui sentiva più disperato bisogno. Un po’ di pace. Una direzione. Allungò la mano verso la bimba, verso le piccole salsicciotte che erano le sue dita. Quando si toccarono fu assalita da un colpo di sonno. Chiuse gli occhi. Fece uno sforzo disumano per non addormentarsi. Si sentì galleggiare in un sogno cosciente. La voce dello spirito era dentro di lei.

(sono con te, non ti devi preoccupare di niente, va bene?)

Nel sonno Gina annuì.

(allora coraggio)

Quando aprì gli occhi la grande cucina era scomparsa. Conosceva quel posto, ci era andata da piccola tante volte con suo padre. Erano in montagna. Da lì, da un’ampia terrazza che si affacciava sulla pianura, si poteva vedere l’estendersi pulsante di vita e caos della provincia di Napoli. Quel posto che ogni volta la respingeva e la richiamava a sé. Era una mattinata perfetta. La voce dello spirito la condusse verso due giovani che parlottavano.

(stai guardando?)

Mentre si avvicinavano riconobbe il ragazzo, la sua espressione colma di fervore e tristezza.

Michele.

Sentì un’emozione antica montarle dentro.

“Guarda che io sono contento” sussurrava il ragazzo “vai, segui la tua strada. Però sappi che basterà chiamarmi, io ti seguirò, quando vorrai, il mio cuore è uno col tuo.”

Riconosceva l’imbranataggine e la dolcezza di quel ragazzo. La giacchetta elegante, e quella luce negli occhi che lo faceva ancora più bello. Poi si riconobbe da fuori. La giovane Gina. Con tutta la vita davanti ma più incasinata di quanto qualsiasi innamorato potesse mai sospettare. Ricordava quelle parole.

“Questo posto è bellissimo. Tutto quello che fai è bellissimo. Ma non servirà a stare insieme.”

L’aveva guardato con un lungo sguardo che nelle intenzioni doveva essere colmo di significati come un primo piano cinematografico. Ma Michele non capiva. Cercava con gli occhi una qualsiasi speranza per potersi aggrappare. Così fu lei a prendergli le mani e unirle.

“Tu sarai un marito e un padre perfetto, lo so già. Ma non con me.”

Il ragazzo impallidì. Il suo sguardo vagò in giro come perso per sempre in un abisso. Il volto di un cuore spezzato. Poi fu sola. Lei e la montagna. Un attimo rubato allo scorrere del tempo. Sotto di lei i palazzi e le case della provincia si espandevano come un unico organismo vivente, all’infinito.

(…)

La prima cosa che vide, con sollievo, quando aprì gli occhi, fu il vecchio tavolo. Mentre riprendeva coscienza del suo corpo si chiese perché quello spirito avesse voluto riportarla proprio lì. Sentiva che il ricordo di tutto sarebbe svanito in pochi attimi, ma c’era qualcosa che doveva fissare, un messaggio importante che le veniva indirizzato da un altro luogo.

Michele.

Sollecitò i muscoli delle gambe. Ora poteva muoverli tranquillamente. Rimase a terra ancora un momento. Era una vita che non pensava più a lui. Lo spirito del Natale. I lineamenti della faccia della bimba erano gli stessi di Michele. Spesso, in quegli anni aveva pensato chiamarlo. Ma non l’aveva mai fatto. Pigrizia. Indecisione. Paura.

Adesso però è tardi.

Forse quello era lo spirito di un altro Natale passato. Un passato alternativo che aveva soffocato per sempre. Si alzò in piedi in un attimo. Tra poco la memoria avrebbe cancellato tutto. Lo sentiva. Ma non la risoluzione di quella notte.

Vicino alla finestra c’era la bimba, insieme a una donna in pantofole.

“Sempre gli stessi scherzi, e nennè? Ogni Natale la stessa storia!”

Si guardarono, per un attimo, lei e la donna. Vide, come in uno specchio deformato, un’altra versione di sé.

“Scusateci assaje.”

I due spiriti attraversarono le pareti tenendosi per mano.

Devo chiamare Manolo. Subito.

Poi, poiché provava un gran bisogno di riposo, si diresse dritta al suo letto, senza neppure svestirsi, e cadde immediatamente in un sonno profondo.

NO COMMENTS

Leave a Reply