Siamo tutti Zampognari – Elegia del suonatore di zampogna

Siamo tutti Zampognari – Elegia del suonatore di zampogna

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Carmelo Zappulla in 'O zampugnaro Innamorato

Qualche tempo fa il termine zampognaro era usato in senso dispregiativo, per indicare un bifolco o un cafone, spesso se ne servivano al nord, soprattutto in termini razzisti, per indicare i terroni, i meridionali. Ma visto il periodo noi di Soldato Innamorato vogliamo rendere omaggio e merito ad una figura poetica e romantica, purtroppo in via di estinzione.

Lo zampognaro era di solito un musicista di campagna, un contadino o un pastore, presente e indispensabile nei paesi in tutti i momenti più importanti dell’anno. Era lui che suonava alle feste, che animava i balli estivi, che accompagnava processioni e rituali, sacri e profani, una sorta di suonatore Jones di Spoon River.
Durante il periodo natalizio il suonatore di zampogna si recava in città, in compagnia del suo antico strumento, in cerca di soldi e fortuna. Di solito gli zampognari suonavano in coppia, formata da una specie di piffero, la “ciaramella”, e da una sorta di cornamusa, la “zampogna” vera e propria, caratterizzata dalla presenza di più canne sonore. Con il termine “zampognaro” venivano indicati entrambi i suonatori, indipendentemente dallo strumento suonato. Gli strumenti di soliti erano costruiti dagli stessi suonatori o da altri contadini o artigiani che si trasmettevano da generazioni l’arte della zampogna.

Stiamo parlando però del Regno delle due Sicilie, perché gli zampognari sono per lo più campani, lucani, calabresi, siciliani, al massimo abruzzesi o ciociari. La presenza della zampogna in altre regioni d’Italia è dovuta alla passione di singoli, ma non è né tipica né tradizionale. E nemmeno possono essere considerati affini alla zampogna i diversi tipi di cornamusa presenti in Italia settentrionale. I vari cornamusari, suonatori di musette, pive e baghet non possono avvicinarsi neanche lontanamente alla potenza evocativa ed al ruolo storico dello zampognaro.

Sebbene di recente la coppia di “pastori” Gelmini-Salvini stia tentando di appropriarsi, per convenienza politica contingente, anche di questa tradizione, la “coppia” di zampognari rappresenta una presenza fissa del presepe napoletano, dove di solito viene collocata nei pressi della capanna della Sacra Famiglia.
Nel Regno di Napoli, durante la “Novena di Natale” questi singolari pastori-musicisti abbandonavano il proprio paese, di solito qualche borgo sannita o lucano, più raramente paesini irpini e cilentani, per recarsi già per l’Immacolata in città, a Napoli.

Qui per le strade cittadine, nei luoghi di ritrovo, nelle case dei ricchi, nobili e borghesi, cercavano di raggranellare qualche soldo, suonando motivi natalizi tradizionali. Poi per Natale tornavano a “lu paese”.
Ben presto poeti, scrittori, musicisti, autori cominciarono a chiedersi e a fantasticare su come gli zampognari passassero il resto delle loro giornate, su come vivessero il passaggio dalla semplicità della vita rurale alle luci e al lusso di quella cittadina, quale effetto questo breve esilio, questa emigrazione a tempo determinato, avesse sulla loro vita sentimentale. Fu così che nacquero capolavori indimenticabili come “’A nuvena” di Salvatore Di Giacomo e “O Zampugnaro ‘nnammurato”, di Armando Gill, in cui venivano descritte le pene di due zampognari che soffrivano rispettivamente per la lontananza dalla moglie incinta e per un amore impossibile con una bella signora napoletana. Non manca sullo sfondo l’immagine della giovane fidanzata che al paese aspetta invano il suo amato suonatore, traviato dalla città.
La figura è misteriosa e affascinante, magica e semplice, nobile e umile nello stesso tempo. Per questo ancora oggi restiamo incantati le poche volte che ci imbattiamo nei sopravvissuti di questa tradizione.
Per questo a Salvini e alla Gelmini diciamo: GLI ZAMPOGNARI SIAMO NOI.

Giuseppe Ruggiero

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