Tra qualche giorno si inaugura la mostra degli allievi del mio corso di comunicazione fotografica, dopo un percorso più travagliato del solito. Solo una metà degli iscritti ha portato a termine il lavoro, ma questo è abbastanza usuale, sebbene sia sempre un po’ sconcertante. Quando si arriva a dover pensare, realizzare e mostrare un lavoro coerente le cose, per un fotografo, iniziano a farsi difficili. Lo sono per un professionista, figuriamoci per un allievo alle prime armi.

Fare “belle” foto è alla portata di tutti, ormai. Per foto “belle” intendo ben esposte, dritte e con un obiettivo che permetta di non dover stare a pensare troppo all’inquadratura. Poi, un passaggio in Photoshop o in Lightroom, un ritaglio e via, ecco la “bella” foto. Con le fotocamere odierne spesso non è necessario nemmeno passare per un programma apposito, basta lavorarci in macchina, e lo stesso accade con gli smartphone più evoluti. Ma per un progetto fotografico, ahimè, una bella foto ogni tanto non basta.

La cosa che spesso manca, l’elemento cardine che poi fa vacillare anche delle serie di tante “belle” foto, è l’idea portante, la struttura comunicativa che ci permetta di dire qualcosa.
Avere, in pratica, qualcosa da dire. Nel momento in cui si ha qualcosa da dire allora il più è fatto, ma troppo spesso gli allievi, abituati a indicazioni e limitazioni molto stringenti, una volta liberati da questi gioghi didattici, invece di scorrazzare liberi sentono troppo spesso ancora il bisogno di una guida, un suggerimento sulle tematiche da affrontare, oppure semplicemente si rendono conto di essere ancora confusi. Il blocco da foglio bianco è tipico in tutte le forme di creatività, ma nel caso della fotografia la cosa si accentua perché ciò che si vuole dire non trova una corrispondenza immediata nella lingua di tutti i giorni, bisogna aver maturato degli strumenti che consentano all’idea di prendere una forma visiva, e non come idioletto, ovvero non una espressione che sia così individuale da risultare inintelligibile a terzi, ma cercando di fare propri determinati schemi e determinate abitudini linguistiche che sono proprie della fotografia intesa come mezzo di comunicazione sociale. Solo una volta che si padroneggiano questi schemi ci si può permettere di reinterpretarli in una maniera personale. Ecco, giungere al progetto senza questo tipo di padronanza, o con una padronanza ancora acerba, significa avere già delle grosse difficoltà. Non starò qui a disquisire su come si acquisisca questa padronanza, è un fatto di esperienza, di abitudine alla lettura delle immagini che ci abitui a leggere e interpretare la realtà che ci circonda.

Fatto ciò, l’allieva o l’allievo dovrebbero decidere per una resa a livello formale dei loro lavori. Fin dalle prime lezioni cerco di instillare una delle poche “norme” che secondo me vanno seguite in maniera pedissequa in fotografia: una estrema coerenza formale.
Scattare dieci foto col flash e due senza, o viceversa; presentare dei lavori in una mostra di cui nove sono in bianco e nero e uno a colori; fare uso di filtri per un paio di foto su venti; scattare alcune foto con un supergrandangolare e poi piazzarci vicino tre scatti fatti col teleobiettivo; presentarsi con undici foto di ritratto e tre di paesaggio; eccetera. Tutto ciò è un male, anzi, Il Male…
Altro che il lato oscuro di Guerre Stellari, qui ci si rimette la ancora nascente reputazione e anche si inficia la possibilità che qualcuno si interessi al nostro lavoro… semplicemente perché non c’è un lavoro solo, così. Ce ne sono due o tre diversi ammucchiati insieme, e il nostro interlocutore, spettatore, o giudice di un concorso non saprà e non potrà capire dalle immagini quali contorti arabeschi mentali ci hanno portato a mettere assieme delle immagini così mischiate e incoerenti.

Se c’è qualcosa che rimpiango (ma fino a un certo punto) dei tempi in cui si scattava solo in pellicola è che le pellicole obbligavano necessariamente a seguire una certa coerenza. Si acquistavano tre o quattro rulli di quella particolare pellicola, e quindi le foto erano tutte scattate, per dire, con la Tri-X pan piuttosto che con la Velvia, e sarebbero state sviluppate tutte assieme (si spera, almeno) oppure portate tutte allo stesso laboratorio per lo sviluppo e la stampa; così facendo avremmo avuto tante foto con la stessa grana, lo stesso contrasto e soprattutto tutte a colori o tutte in bianco e nero di partenza, non come risultato di un “ah, adesso questa provo a farla in bianco e nero in Photoshop perché magari viene meglio”, e così via. L’industria stessa ci obbligava a seguire una coerenza. Ma un altro fattore determinante che pure mi fa rimpiangere la pellicola (e non fino a un certo punto) era il suo costo e l’impossibilità di sapere quello che si stava facendo riguardando le foto subito dopo lo scatto.

Se è pur vero che un professionista che lavorava in studio magari aveva la necessità lavorando con il flash di controllare le luci, dove cadevano esattamente le ombre e dove i riflessi potevano essere fastidiosi, e per questo si scattava una Polaroid di prova prima di iniziare una ripresa, all’amatore spesso questo procedimento era negato, sia per questioni di costi, sia per questioni di ingombri di attrezzatura da portare con sé.

Non poter vedere esattamente ciò che sarebbe uscito in foto obbligava a dover pensare, qualcosa che troppo spesso perdiamo nel momento in cui scattiamo una foto. Si opera troppo di istinto, lasciando fare moltissimo allo strumento, e reagendo a posteriori. Qui siamo oltre il Male, qui siamo nella zona morta dell’intelletto. Le singole foto, così come un intero progetto fotografico, devono essere necessariamente immaginate, viste prima di procedere allo scatto, per dirla alla Ansel Adams, le foto vanno previsualizzate.

Certo non è un processo facile, per riuscirci, specie quando gli strumenti fanno di tutto per indirizzarci a modo loro, è necessaria una cosa che piaceva molto anche a un altro famoso fotografo, anch’egli come Adams noto per il suo bianco e nero, ma per soggetti molto diversi: Helmut Newton. Quella cosa si chiama disciplina. Ed è la stessa cosa che permette, col metodo e con lo sforzo, non tanto facendosi guidare dall’ispirazione, di creare, e che ci consente di affrontare un foglio bianco avendo la possibilità di riuscire a riempirlo con qualcosa di interessante e di riuscito.

Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

NO COMMENTS

Leave a Reply