La città senza confini

La città senza confini

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Vesuvio e Città Metropolitana di Napoli dal valico di Chiunzi © Gianfranco Irlanda

Nel brano degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles a un certo punto c’è una frase emblematica, “di notte sogno città che non hanno mai fine”… non so se fosse un desiderio o il paventare una sensazione da incubo, ma andiamo con ordine…

Quando nel 1998 partecipai come fotografo a un progetto che faceva capo alla facoltà di architettura e che si intitolava “Ai confini della città: il recupero delle aree dismesse a est e ovest di Napoli”, mi trovai a dover decidere quasi arbitrariamente dove questi “confini” fossero collocati. Se da un lato il compito era semplice, visto che a ovest Napoli si trova a lambire il mare con la spiaggia di Coroglio e l’area industriale era costituita principalmente dall’imponente e ben nota Italsider, dall’altro lato la questione era molto più complessa.

Essendo cresciuto a Ercolano, la questione del confine di un comune rispetto a un altro per me è sempre stata una questione di attribuzione di strade, angoli, marciapiedi, numeri civici, riconoscere certi segnali, individuare delle invisibili linee tracciate arbitrariamente, ad esempio per dire se si era a San Giovanni a Teduccio, quindi a Napoli, oppure a Portici o a San Giorgio a Cremano nel momento in cui si cammina nella zona di Croce del Lagno (per chi non lo sapesse, è dove si trova il Museo Ferroviario di Pietrarsa). L’abitato che si snoda ai piedi del Vesuvio, circondandolo e stringendo il vulcano come una morsa, è a tutti gli effetti un tutt’uno, e poco si comprende delle differenze tra i vari comuni che si susseguono. Comuni, potrei dire città, ma ora come ora fa tutto parte della Città Metropolitana di Napoli, quindi ragionare sulla Città di Ercolano piuttosto che su quella di Torre del Greco diventa più una questione identitaria che altro. In effetti le differenze ci sono, spesso sono profonde, ma sono anche impalpabili e spesso incomprensibili a un casuale osservatore.

Questo capita con tante altre grandi metropoli, certo, ma solo nel napoletano abbiamo una conurbazione che sfugge alle regole e fa diventare metropoli anche altri centri urbani, in una sorta di moltiplicazione frattale in cui tutto diventa centro e tutto contemporaneamente periferia di qualcos’altro… Se ci pensiamo, in effetti forse solo a Napoli (ma una sensazione del genere, molto ma molto più lieve, l’ho avuta anche a Istanbul) abbiamo pezzi di periferia, a livello sociale ed economico, che si ritrovano ghettizzati alle spalle di pezzi del centro storico, così come possiamo trovare delle situazioni di centralità localizzata in sprazzi lontanissimi da un qualsivoglia centro definito dell’area metropolitana. Quando mi trovavo a Milano anni fa, avevo una sensazione estremamente chiara e definita di dove cominciasse, o dove finisse, a seconda di come vogliamo vederla, l’area del centro, e dove arrivasse la periferia prima che iniziasse qualcosa d’altro.
A Napoli tutto questo non succede, e lo vediamo bene se ci affacciamo dal piazzale di San Martino: anche se ci allontaniamo per decine di km dal centro storico non riusciamo mai davvero ad avere la sensazione di un limes ben definito. Troviamo quasi subito una “periferia”, se così la si può definire, ma è in realtà una fascia di rimescolamento tra un comune e quello confinante, e spesso ci si ritrova al centro di un’altra città senza che questo abbia dissipato la sensazione di essere in una periferia, in una sorta di suburbia urbanissima, dove gli edifici istituzionali, il palazzo comunale ad esempio, hanno l’aria di essere stati presi a caso tra tanti altri edifici ugualmente anonimi e dimessi. Allo stesso modo, come ritroviamo pezzi di periferia nel centro cittadino – o nei centri cittadini, se vogliamo, in questa sorta di costellazione di realtà urbane interconnesse – riusciamo a trovare pezzi di campagna un po’ ovunque, piuttosto che ritrovarla integra e continua da un certo punto in poi, e aree non ben definite ma ugualmente trascurate. C’è, forse, una sorta di democraticità nel modo in cui le zone dell’area metropolitana partenopea sono trascurate e malmesse, e anche laddove ci fosse un po’ di cura in più sarebbe, ed è, una eccezione. Per trovare una situazione di “normalità”, o quasi, bisogna giungere alle montagne, solo lì l’urbanizzazione si arresta e ricominciamo a percepire delle aree differenti, a capire dove finisce, o dove comincia, una città.

Da sociologo sono sempre stato abbastanza convinto che l’ambiente ha un’influenza notevole sugli individui e sui gruppi, e il fatto che non siamo tutti completamente abbrutiti nonostante ci ritroviamo in una situazione così caotica anche a livello urbanistico mi lascia a volte stupefatto. Sicuramente siamo molto stressati, e ancora di più viviamo una inefficienza di fondo che rende difficile mantenere degli standard elevati in tantissime cose (penso solo a quanto possa essere efficiente qualcuno sul lavoro se ci mette un’ora e mezza a fare un tratto di strada che in condizioni ideali richiede al massimo venti minuti). Lo notavo anche rispetto ai milanesi, ci potrà essere una maggiore pressione sul lavoro (ma da quello che ne so è proprio il contrario…), magari ci sono distanze da coprire elevate per un pendolare (ma i mezzi si trovano agli orari previsti…) e anche lì la tangenziale si blocca nelle ore di punta (ma almeno quella non si paga…), ma non credo di aver mai visto un milanese stressato da Milano come città. Noi forse subiamo, a volte anche senza rendercene conto, l’assurda conformazione di un territorio evolutosi praticamente senza pianificazione, composto da una miriade di amministrazioni diverse ognuna andata per la propria strada per decenni. Non so quanto potrà migliorare le cose l’istituzione della città metropolitana, ma spero che si prenda coscienza una volta e per tutte che se non si migliora radicalmente l’ambiente in cui viviamo non si potranno mai migliorare le persone; né si può pretendere che i singoli, lasciati soli a combattere contro inefficienze sedimentate, possano fare qualcosa.

Gianfranco Irlanda

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