Quelle foto mai scattate…

Quelle foto mai scattate…

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   C’era una volta una statale, un castello e la luna.

La statale in questione era la 658, il castello quello di Melfi e la luna quella solita. Certo era luna piena, ed era sorta da poco. Avevamo da non molto lasciato la cittadina per tornare al nostro alloggio, un B&B nei pressi di Lagopesole, altro luogo con un castello scenografico almeno quanto quello di Melfi, e ci eravamo appunto immessi sulla statale 658 in direzione sud. Non era molto tardi e il cielo non era ancora troppo scuro. A un tratto dando un’occhiata a sinistra eccola lì, la luna. Sbucava esattamente alle spalle del castello, illuminato sopra la collina. Magnifico, bellissimo, da fotografare, ma… ma in quel momento ero alla guida, e quella statale proprio non consente di accostarsi un momento in corsia di emergenza per provare a scattare una foto.

Quante volte vi siete trovati in una situazione simile a questa? Magari non avevate la macchina fotografica con voi, oppure si era da poco scaricata la batteria, o più semplicemente la “foto della vita” risultava in un nulla di fatto per mille altri motivi che nulla avevano a che fare con la fotografia.

L’esempio classico è dato proprio dalla luna che sorge, una difficoltà tecnica quasi insormontabile a livello di valori di esposizione, con un cielo e una terra che richiederebbero sempre e comunque tempi che farebbero diventare la luna una palla bianca informe (e per questo motivo già tanti anni fa si ricorreva spudoratamente alla esposizione multipla per rendere quanto era visibile e perfettamente percepibile a occhio nudo, come ho fatto pure io, in maniera anche più truffaldina, l’anno scorso). Molto spesso succede che, anche avendo con sé il cellulare migliore (ma il discorso vale anche per le fotocamere sofisticate, eh…) si riesce a riprodurre solo al 90% la scena che si ha davanti, e quasi sempre qualcosa non torna.
In altri casi, la difficoltà è di ben diversa natura. Qualche giorno fa si è verificato un evento eccezionale, una eclissi totale di luna con il satellite quasi al suo perigeo. Anche attrezzati per bene, c’era una differenza di esposizione tra le varie fasi dell’eclissi per cui non era affatto facile restituirle in maniera corretta. Ma la difficoltà enorme in questi casi è altra: le variabili atmosferiche in agguato. Nel mio caso sono stato fortunato, e ho potuto scattare tutte le fasi dell’eclissi (fino all’oscuramento totale, poi mi sono “sfasteriato” e sono andato a dormire, ormai alle 5 del mattino…) anche grazie al diradarsi completo delle nuvole. Qualcun altro magari non si è svegliato, oppure s’è anche premurato di mettere la sveglia e poi si è ritrovato con il cielo coperto.

Personalmente, ho una lunga e preziosa collezione di immagini mai scattate che sono, però, rimaste impresse nella memoria, e più delle altre contribuiscono alla pulsione continua a cercare di fare sempre meglio. Se non ci si fa prendere dallo sconforto, dalla frustrazione, e si riconosce l’immagine “impossibile” come qualcosa di realmente valido, quella foto, quello scatto mai nato diventa parte di un archivio della memoria che risulta utilissimo. Ormai tante foto non ci provo nemmeno più a scattarle, ben sapendo che il risultato a livello tecnico non sarebbe all’altezza delle aspettative. Ricordo ai lettori che la fotografia, in napoletano giustamente definita ‘a tale e quale, è “tale e quale” al soggetto fintanto che i limiti tecnici dello strumento non si mettono in mezzo (al di là di una miriade di altre cose), e che il nostro sguardo ha una capacità di registrazione, principalmente in ambito tonale e in condizioni complesse, quasi sempre superiore alla registrazione meccanica della fotocamera. In qualche caso l’impossibilità è stata a posteriori (foto rovinate dallo sviluppo, oppure che hanno preso luce – una ventina di rullini di ritorno dalla Sardegna ancora mi bruciano per essersi bruciati da un’infiltrazione dal dorso della macchinetta…); in altri casi, invece, le foto non si scattano perché, purtroppo, il tempo di reazione nostro combinato a quello della fotocamera diventa un impedimento insormontabile.

Di recente mi è capitato di vedere, a Ravello, una bambina che camminava su un marciapiede grigio, sotto un tunnel dalle pareti abbastanza scure, vestita di colori sgargianti e con un ombrellino arancione che agitava avanti e indietro. Sarebbe stata una foto meravigliosa, alla Bob Sacha o forse alla Franco Fontana nella serie di scatti di New York. Per come ero equipaggiato in quel momento, solo con una compatta, per quanto sofisticata, quella foto sarebbe stata al massimo “alla Ernst Haas”, una bella chiazza di colore in movimento, pittoricamente molto bella, ma non quello che avrei voluto. E comunque forse non avrei avuto il tempo tecnico. Un po’ rimpiango i tempi in cui giravo con la Kodak Instamatic pronta all’uso nella tasca del giaccone, caricata a 400 ASA e cubo flash, vagando nei corridoi dell’università occupata sentendomi più Weegee che Salgado o Cartier-Bresson, consapevole che avrei solo dovuto cacciarla dalla tasca e puntarla sul soggetto per avere una foto nel momento giusto.

Già con la prima evoluzione successiva, una fotocamera per l’epoca (si era nel 1990…) parecchio sofisticata, con autofocus a ultrasuoni e flash incorporato, tempi lenti fino a 1/3 di secondo mi sembrava di poter fare tantissimo in più, ed era vero, ma, un po’ l’obiettivo non era forse all’altezza, un po’ l’autofocus si mangiava un po’ di tempo di troppo, i risultati non erano adeguati alle attese. Facevo sì quei bei tramonti (bleah!!!) e scatti al fogliame autunnale che prima non mi venivano mai bene, oppure foto da vicino messe a fuoco come si deve (miracolo!!), ma la velocità operativa si era andata a prendere un periodo di aspettativa… C’è voluta una successiva evoluzione (la mitica Kiev A4m a telemetro acquistata a Porta Nolana dai polacchi che vendevano materiale ex sovietico nei primi anni ’90) e molte altre foto perse per riuscire a riprendere un minimo di prontezza. Di quel periodo ricordo ancora con eccezionale lucidità l’immagine di un gatto che camminava indolente tra tanti piccioni che riposavano… Lui, il gattone nero, ai piccioni non ci pensava proprio, ma essi per precauzione si aprivano a dargli spazio per poi richiudersi dopo il suo passaggio. Successe a Napoli, a via Caccavello, proprio alle spalle di castel Sant’Elmo, verso il 1991. Non ricordo per quale motivo non scattai, forse era uno dei pochi giorni che non avevo la macchina con me (dubito), oppure semplicemente l’ho presa e nel frattempo la situazione si è modificata, non so più. Comunque sia, nonostante i miei sforzi e ripetuti passaggi in loco, quella situazione non mi si è più presentata davanti. Ma sta lì, nella memoria, sonnecchiante. Aspetta solo il momento per ripresentarsi, anche in altre forme, e permettermi di riprovarci.
Ammesso che abbia portato la macchina adatta con me, e che sia carica. E con abbastanza spazio sulla scheda…

Gianfranco Irlanda

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