Bellezza, verità, utilità: i limiti della fotografia di reportage

Bellezza, verità, utilità: i limiti della fotografia di reportage

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Mi ripromettevo da tempo di scrivere un articolo sulla bellezza in fotografia, e su cosa essa comporta a seconda del contesto. Mi è giunto uno sprone inaspettato in questi giorni alla notizia della vittoria, da parte del fotogiornalista napoletano Salvatore Esposito, di un premio della Getty Images al Visa Pour l’Image di Perpignan, forse la rassegna dedicata al giornalismo per immagini più prestigiosa al mondo. Il lavoro, dal titolo “What is missing”, rappresenta il degrado di alcune zone di Napoli e viene legato alla assoluta mancanza delle istituzioni in quei quartieri. Questo premio (se volete vedere alcune delle immagini le trovate qui) è giunto con un tempismo quasi perfetto se consideriamo i fatti di cronaca a Napoli di questi giorni, e le dichiarazioni che da più parti giungono e suscitano polemiche (da Roberto Saviano a Rosy Bindi e via discorrendo), relativamente alla presenza endemica e inestirpabile o meno della camorra nella città. Faccio i miei complimenti a Salvatore per il premio, dalle immagini si nota un vero lavoro di approfondimento e di scavo nei meandri più bui della società partenopea. Le sue immagini sono molto forti, ben costruite, forse troppo… sono, paradossalmente ma forse neanche tanto, “belle foto”…

Già nel mio articolo precedente sull’uso dell’immagine nella cronaca e nell’informazione in generale avevo sfiorato l’argomento, ma stavolta vorrei soffermarmi un po’ di più sugli aspetti estetici contrapposti a quelli contenutistici.

Che significa fare una bella foto? Cosa è bello nella fotografia? Il soggetto? La composizione? I colori? Il significato? E, soprattutto, cosa fa funzionare una foto? Si adatta al contesto di fruizione, è utile allo scopo per cui è stata scattata?

Molte di queste domande forse non hanno una risposta univoca, e per ragionare approfonditamente in merito forse non basterebbe una tesi di dottorato. Ma su un paio di esse credo sia necessario soffermarsi un po’. Chi fa fotogiornalismo sa bene, o dovrebbe sapere, che un’immagine viene letta a seconda del contesto di fruizione (così come chi riporta affermazioni di qualcuno non dovrebbe isolarle dal contesto in cui sono state pronunciate). Il rischio è che ciò che viene detto, verbalmente o visivamente, possa essere male interpretato se non addirittura assumere un significato diverso o opposto rispetto alle intenzioni. Un po’ penso a Gomorra di Saviano. Etichettato furbescamente come “romanzo”, non diceva cose che non fossero già ampiamente conosciute dalla maggior parte dei napoletani, ma evidentemente era diretto, intenzionalmente o meno da parte dell’editore, a un pubblico più ampio, nazionale. Immagino che abbia contribuito a far conoscere un problema a tanti lettori che lo ignoravano, ma in tante persone potrebbe avere generato l’effetto di rafforzare convinzioni e un immaginario precostituito. Il trasformare il libro in film e poi in serie televisiva, fatta tra l’altro molto bene, aumenta lo scarto con la realtà. Diventa sempre più fiction e sempre meno informazione.

Cosa succede con la fotografia di cronaca? A fare delle immagini troppo riuscite, perfette, memorabili, “belle”, spesso si rischia di remare contro l’intenzione di rappresentare la realtà e, nel caso del degrado, della criminalità, delle problematiche sociali, contro il cercare di combattere il fenomeno, ammesso sempre che questa sia la vera intenzione… Già. L’intenzione. Purtroppo il rischio diventa questo. Si scattano foto a situazioni problematiche perché si vorrebbe testimoniarle e (spero) combatterle, ma troppe volte la fascinazione di quelle immagini rende arduo il compito, se non addirittura genera un risultato controproducente, e da quella fascinazione non sono immuni i fotografi stessi.

I fotografi di reportage di un certo tipo a volte in effetti si fanno prendere la mano dal voler ottenere una foto “bella” a tutti i costi, quella da primo premio, da pubblicazione sulla rivista Photo… ma bisogna chiedersi se la foto sia poi riuscita rispetto alle intenzioni iniziali. Esposito, e tanti altri come lui (per non parlare dei giudici di tanti contest sulla fotografia), troppo spesso non fanno che ragionare e muoversi all’interno di un discorso di enunciazione cristallizzato e precostituito, che rischia di diventare una forma di omologazione estetica che funziona solo in certi contesti. La “bella” foto del morto ammazzato, del tossicodipendente o del criminale con la pistola, diventa purtroppo l’immagine perfetta non per testimoniare una realtà (che non è nuova ormai a nessuno), ma per continuare nella scia di una pseudo informazione di facciata che serve a tante riviste per giustificare la pubblicità nella pagina di destra, quasi a volersi ammantare di una purezza e di una autorità che in realtà tanta stampa, cartacea e virtuale che sia, ha perso da tempo.

Chiudo spesso con un ricordo personale, spero per i lettori, oltre che per me, che non diventi un’abitudine, ma qui calza a pennello. In una delle prime edizioni del Festival della Fotografia di Roma, qualcosa come dodici o tredici anni fa ebbi modo di vedere una mostra di immagini, piuttosto insulse di primo acchito, in uno spazio un po’ reietto della stazione Termini. Erano immagini di persone, bambini, donne, uomini, faccende domestiche. A metà della visione lessi il cartello informativo: si trattava di immagini scattate da bambini immigrati con delle macchine usa e getta, nell’ambito di un progetto di integrazione degli immigrati. Quelle immagini testimoniavano davvero di una realtà, e lo facevano senza mediazioni estetiche, culturali, senza costruzioni se non intuitive dell’inquadratura, senza voler cercare la “bella” foto a tutti i costi.
Credo sia stato il più bel reportage che abbia mai visto. Bello perché riuscito.


Gianfranco Irlanda

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