Il Lato Oscuro che ci accomuna tutti

Il Lato Oscuro che ci accomuna tutti

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Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni per le strade di Napoli, tra spari, inseguimenti, omicidi premeditati e non, terrorismo di strada, mi fa venire in mente una serie di paralleli che potrebbero sembrare forzati, se non addirittura inopportuni e fuori luogo, ma credo ci sia una verità di fondo per chi la vuole cogliere ed analizzare ulteriormente.

Non credo sia il caso di spingermi in qualche analisi sociologica affrettata e che si risolverebbe inevitabilmente in aria fritta, ma vorrei cercare di entrare, diciamo così dalla finestra, nella logica dei nostri tempi, almeno quella logica legata all’uso di determinati beni di consumo, e come queste abitudini possano risultare illuminanti nel momento in cui cerchiamo di comprendere determinati fenomeni, che magari a queste abitudini sembrano non particolarmente connessi.

Quello che una volta si poteva definire capitalismo, ma che adesso preferisco definire la macchina del consumo, intesa come quell’insieme di produzione di beni e servizi che non serve semplicemente a soddisfare i bisogni ma a crearne sempre di nuovi, in modo da poter perpetuare il meccanismo consumistico all’infinito (e ad alimentare sé stessa, alla fin fine), tende ad andare incontro, nel suo rivolgersi all’uomo massa (termine che sembra non passare mai di moda), al “minimo sforzo” del consumatore, ad assecondarlo. Cerca in tutti i modi, per non perdere clienti o per acquisirne sempre di nuovi, di abbracciare anche la potenziale clientela “analfabeta”. Non parlo semplicemente di coloro i quali davvero non sanno leggere e scrivere, per quanto sull’analfabetismo funzionale di una gran fascia della popolazione, in Italia, ci sarebbe da dire molto. Il cliente analfabeta è quello che non ha l’erudizione minima per poter accedere a un approccio utile, definiamolo anche questo funzionale, con l’oggetto di consumo. Qual è allora l’approccio della produzione, della macchina del consumo? L’oggetto deve essere semplice da usare, il consumatore non deve scervellarsi troppo, anzi. Se potenzialmente pericoloso deve essere il più possibile innocuo (quanto meno per l’utilizzatore…), e deve garantire una soddisfazione immediata senza che si ingenerino frustrazioni anche minime. Il consumatore in pratica deve essere imboccato col cucchiaino, e se questo non è d’argento almeno lo deve sembrare.

Qualche tempo fa, con un’amica biologa, si ragionava sulla possibilità che il meccanismo del mercato globale tendesse ad andare contro ai meccanismi della selezione naturale. In effetti, se ci ragioniamo un attimo, potremmo trovare delle prove. Le automobili odierne, tanto per fare un esempio, necessitano di poco sforzo nella guida, tendono a fare buona parte del lavoro e, soprattutto, a preservare il guidatore in caso di incidente. Questo vuol dire che il guidatore, che spesso l’incidente lo provoca, avrà più possibilità di sopravvivenza rispetto all’ignara vittima che tranquillamente passava col verde, nel momento in cui il guidatore stesso avrà bruciato un semaforo rosso… Il guidatore stesso proverà un senso di onnipotenza, dimenticando che chi sta facendo tutto il lavoro è la macchina, ovvero le persone che l’hanno progettata e costruita affinché egli, guidatore/consumatore, possa continuare a consumare in futuro. Dei passeggeri e dei terzi non gliene frega poi molto alla casa produttrice, in quanto quelli non sono consumatori se non potenzialmente. Insomma, l’evoluzione del mercato sta facendo sì che una gran massa di criminali alla guida di auto potenti e ingombranti abbia la meglio. Fortunatamente la maggior parte di questi fa il gradasso fintanto che la strada è dritta, per poi farsela addosso alla prima curva un po’ più impegnativa, là dove neppure la migliore autovettura può decidere il raggio di sterzata e l’anticipo della stessa, lo stacco dei freni, per riuscire a prenderla allegramente senza ritrovarsi in una scarpata.

Allo stesso modo, anche se in un senso molto meno cruento, succede con altri beni di consumo: le macchine fotografiche. Mi direte, che c’entrano le macchine fotografiche? C’entrano eccome, perché anch’esse rispondono, e contribuiscono, a questo accorciamento della curva di apprendimento generalizzata, facendo sì che tutti si possano sentire grandi fotografi (basta uno smartphone un po’ più evoluto, eh, non c’è bisogno della reflex…) senza dover fare chissà quale sforzo. Dobbiamo leggere un manuale se vogliamo tirare fuori il meglio dallo strumento (leggere?? un MANUALE???), ma senza nemmeno fare un minimo di sforzo possiamo accendere la fotocamera, metterla nella classica posizione verde del totale automatismo e ottenere delle foto decentissime. Poi quando ci viene lo sfizio e la impostiamo in manuale, allora ci rendiamo conto che era la macchina che faceva le foto, non noi, e che per fare di più dovremmo leggere, studiare, approfondire…

Evitando sillogismi (probabilmente sbagliati dalle premesse), mi viene da pensare che questo meccanismo di riduzione progressiva della curva di apprendimento stia diventando sempre più pervasivo in ogni aspetto del consumo, e ciò comporta un abbassamento a spirale dell’attenzione, della pazienza, della capacità di andare al di là delle apparenze e della superficie delle cose. Il consumo stesso deve essere effettuato rapidamente, non si può aspettare, bisogna essere al passo coi tempi, con le mode, con l’ultimo ritrovato tecnologico, in una corsa sempre più affannosa e disperata in cui restiamo, e inevitabilmente, sempre più indietro.

Chi sono le maggiori vittime di questo processo? Da quello che posso notare, sono sempre i soliti noti. Le fasce di popolazione meno scolarizzata, disagiate, che possono godere di meno anticorpi familiari, chiamiamoli così, nei confronti delle sollecitazioni pressanti del mercato. Mancando la capacità di attendere, di procrastinare il godimento effimero del bene di consumo, meccanismi che si innestano su un terreno fertilissimo fatto da tanti altri elementi e fattori, che non possiamo trattare in questo articolo, il consumatore di una certa fascia di popolazione si sente attratto irresistibilmente (e spesso culturalmente impossibilitato a dire di no) dalla via più semplice…
A costo di fare un esempio fuori luogo, ne “L’impero colpisce ancora”, il personaggio di Yoda, maestro Jedi isolatosi sul pianeta Dagobah, parlando del Lato Oscuro della Forza alla domanda del discepolo Luke se esso sia più forte, risponde che è “non più forte. Più facile. Più seducente.”

Temo che il mercato si innesti, di prepotenza a volte ma spesso subdolamente, in questa possibilità della via più facile, non opponendovisi ma assecondandola. Chiudo con un ricordo personale. Diversi anni fa mi capitò di fare un servizio sul carcere minorile di Nisida. Uno dei ragazzi detenuti, con una condanna per rapina a mano armata, si espresse in questi termini, che traduco alla lettera dal napoletano: “quando il venerdì, il sabato sera esci con una ragazza, devi spendere cento euro, no? Se non spendi almeno cento euro non sei nessuno”.

A voi le riflessioni.

Gianfranco Irlanda

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