Soriano? Napoli meriterebbe Edmundo e un presidente che sa comunicare

Siamo diventati "uomini di libertà"

Soriano? Napoli meriterebbe Edmundo e un presidente che sa comunicare

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Edmundo

Ricordo quando arrivò Edmundo al Napoli. Anno del Signore 2001. Il Napoli stava retrocedendo e la premiata ditta Corbelli-Ferlaino, dopo un estenuante ballottaggio tra il brasiliano e Martin Palermo, decise di regalare alla piazza napoletana il colpo ad effetto. Per l’occasione fu fatta per ‘O Animal una presentazione al San Paolo stile-Maradona. Accorsero oltre 30.000 tifosi trainati da una campagna di stampa di quotidiani, tv e radio. Perché fondamentalmente Ferlaino, grazie anche ad un esperto artigiano della comunicazione quale Carlo Iuliano (mai compianto abbastanza per le sue grandi doti), sapeva usare egregiamente i media. Edmundo arrivava da quella che, più di oggi, era periferia del calcio: giocava nel Santos, in Brasile. E da quelle latitudini si andavano a pescare solitamente le giovani promesse, non calciatori di 30 anni. Si, Edmundo a Napoli ci arrivò a trent’anni, ma furono pochi i napoletani a storcere il naso. Il Napoli di Mondonico quell’anno retrocesse. Punito, tra tanti episodi, soprattutto da una punizione di Roberto Baggio che visse a Brescia (secondo il sottoscritto) gli anni più belli e magici della sua straordinaria carriera di funambolo e leggenda del calcio. Quello stesso Baggio che a inizio campionato il filosofo Zeman non volle al Napoli perché non idoneo ai suoi ferrei schemi del 4-3-3. Arrivò David Sesa.
Perché vi racconto questa storia? Perché oggi Napoli e i napoletani (sembrano la maggior parte) si fasciano la testa per il mancato arrivo di Soriano. Ma non solo per lui. Più di tutto è che quest’anno il Napoli non ha acquistato calciatori mediaticamente altisonanti. Valdifiori e Reina erano già stati assimilati dalla piazza perché acquistati (troppo?) presto. Allan, Hysaj e Chiriches invece non scaldano i cuori. In attacco sono rimasti tutti. Un presidente più “figlio di puttana” probabilmente ne avrebbe venduti un paio e acquistato un croato, un belga o un argentino per esaltare la piazza e i media. Fu fatto passare Edmundo come un fenomeno appena 15 anni fa, figuriamoci cosa si poteva fare oggi con i mezzi economici del Napoli.

De Laurentiis è un pappone, un infame, un pezzente, un pezzo di merda“. Se si gira sui social abbondano sulle foto di Aurelio tutte queste “belle parole“. E fioccano i like e i retweet come in una moda dalla quale non si può sfuggire.  Ha commesso errori De Laurentiis? Certamente. La sua gestione familiare, il suo annunciare cose che non realizza, la sua protervia naturale. Ma più di tutto hai il difetto di non saper comunicare. Lo ha dovuto bacchettare persino il presidente della Samp Ferrero, che proprio un moderato non è, per le dichiarazioni che Aurelio ha reso alla radio ufficiale, nelle quali considerava Soriano ormai un giocatore del Napoli da gennaio.  Ecco, criticare alcune scelte societarie va bene. Ma in città si respira qualcosa di altro. Un accanimento che grazie ai social, ai passaparola, alle chiacchiere dei bar diventa moda. Eppure  stiamo parlando pur sempre dell’uomo che ha portato il Napoli con maggiore costanza in Europa (sei anni di fila), di quello che ha strappato negli ultimi anni (solo il suo Napoli) trofei alla Juve. Si tratta del presidente della nostra squadra, la squadra che dovremmo amare a prescindere. Certo, si odia pure per amore. Ma bisogna pure amarsi. Sennò resta solo odio.

Il rapporto di un amore che in realtà non è mai scoccato fino in fondo, tranne in rare e isolate occasioni, tra la città e DeLa. Si è distrutto, quel flebile e incostante amore, quella notte di Bilbao. È vero, Aurelio avrebbe dovuto rinforzare prima e meglio la squadra e poi andarsi a giocare lo spareggio Champions. Di certo lo scorso anno non aiutarono gli annunci di siti e quotidiani dell’acquisto dei vari Fellaini, Kramer, Gonalons e Mascherano in procinto di vestirsi d’azzurro. Come allora, anche oggi, c’è distanza tra le attese e il risultato. Una distanza che si colma non solo al calciomercato, ma, come faceva Ferlaino, con la comunicazione. Aurelio sarà bravo a fare cinema, ma la sua nomea di “furbo romano” che vuole far fesso un popolo che si considera (scioccamente) furbo più di tutti, poco si concilia con il fare calcio a Napoli.  Da questa situazione che danneggia il Napoli se ne esce o con una presa d’atto del presidente nel migliorare il suo rapporto con i napoletani, oppure con l’ingranare dei risultati della squadra di Sarri.

Certo, a chi oggi si accanisce contro quest’uomo, ricorderei di essere più miti e moderati nei giudizi. E magari di giudicare non solo i particolari del presente, ma i contesti in cui si opera. Siamo il Napoli, non la Juve. “Vincere è l’unica cosa che conta” è frase di Boniperti, da juventini. Questo distacco verso la squadra, questa smania di vincere non solo non mi fa riconoscere i “vecchi” tifosi del Napoli, ma non mi fa riconoscere i napoletani. Siamo gente che la sconfitta la mette nel conto, con dignità, ogni giorno che mettiamo il naso fuori di casa. Lo abbiamo dimenticato.
Preferiamo i “comandanti”, gli Achille Lauro seduti a bordo campo con la tazzina di caffè. Preferiamo i Lavezzi ai Cavani. E più forte di noi. Però in questo il napoletano lo riconosco: prediligiamo la forma alla sostanza, la bellezza fugace di un’emozione alla fredda certezza. Forse, come diceva Bellavista, preferiamo il dubbio al punto esclamativo. Eppure sul conto di De Laurentiis il punto esclamativo sembra essere calato irrimediabilmente dopo la parola “Fine”. Stiamo diventando “uomini di libertà“.

Valentino Di Giacomo