Noi e gli altri. Lo sporco mestiere del fotogiornalista

Noi e gli altri. Lo sporco mestiere del fotogiornalista

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Non certo per indifferenza, ma perché orientato a distaccarmi dalla cronaca già da un po’ (ho smesso i panni del fotoreporter di professione nel 2007, anche se con un certo rammarico), avevo evitato di recente di affrontare le tematiche relative alle varie emergenze che segnano l’attualità di questo periodo. Purtroppo è bastata una fotografia a smuovermi, una foto triste, oltre che drammatica, ma soprattutto è stato il ripresentarsi (quasi ciclico) delle polemiche che accompagnano sempre la rappresentazione o non rappresentazione delle tragedie. Tragedie sempre altrui, sia ben chiaro: quando le tragedie ci riguardano di persona non stiamo lì a lambiccarci se qualcosa è opportuno o meno a livello mediatico. Abbiamo altro a cui pensare.

La foto in oggetto è quella del piccolo Aylan, un profugo di tre anni annegato, steso su una spiaggia turca, mentre insieme alla famiglia sfuggiva a una non vita, a una situazione di criticità che noi figli dell’occidente opulento probabilmente non riusciamo a immaginare. Forse non vogliamo immaginarla…
Non è la prima volta che accade, né purtroppo sarà l’ultima, sia come emergenza umanitaria sia come momento polemico nei confronti della foto di cronaca e dell’uso che se ne fa.

Dalla sua invenzione, la fotografia ha ambiguamente rivestito un doppio ruolo, paradossalmente contraddittorio: rappresentare meccanicamente, ovvero “oggettivamente” la realtà, e manipolarla fino a falsificarla. Nel momento in cui scattiamo una foto, necessariamente dovremmo avere un soggetto davanti all’obiettivo che andrà a formare un’immagine (nel caso della fotografia digitale le cose si complicano, ma per il momento lasciamo stare). Sembra semplice. Stiamo registrando la luce riflessa. Niente di più. Ma… Il “ma” viene da un fattore spesso trascurato, ovvero dalla necessaria presenza dell’operatore, ovvero del fotografo, con la sua esperienza (o inesperienza), la sua sensibilità, ma anche il suo punto di vista sulla situazione, le sue idee, le sue motivazioni, in breve la sua ideologia, se vogliamo usare un termine che di per sé può essere fuorviante. Ma ci aggiungerei il mestiere, la professionalità, la competenza, e anche, se vogliamo, l’umanità.

Le immagini delle tragedie che hanno accompagnato la storia della fotografia dal suo nascere, soprattutto immagini di guerra, sono state scattate per gli scopi più diversi. Propaganda, sensibilizzazione, dovere di cronaca, supporto alle vendite un po’ stanche di qualche testata, mobilitazione dell’opinione pubblica tutta, solleticamento della morbosità del lettore. Spesso agiscono su tutti questi livelli per diverse fasce di pubblico (dovrei chiamarli consumatori? be’…), e funzionano per ciascuno in modo diverso. Una stessa foto può essere pornografica per qualcuno, toccante per altri, suscitare indignazione per la situazione del soggetto rappresentato oppure sdegno per la sua presenza su una rivista “per famiglie”; qualcuno può trovare offensivo che venga pubblicato un seno nudo, con il rischio che possa essere visto da un bambino, ma non che si mostrino immagini di violenza, e viceversa. Le regole, anche quelle non scritte, variano a seconda del luogo, della cultura, o anche della fascia di popolazione. C’è però qualcosa da dire di generale.

Il mestiere del fotogiornalista è, nonostante le apparenze, un bruttissimo mestiere. Si viene messi davanti alla crudezza di una situazione (spesso rischiando in prima persona), non solo senza possibilità di girarsi dall’altra parte, perché si farebbe male il proprio lavoro, ma soprattutto con la necessità di renderla nel modo migliore affinché quella situazione possa essere compresa. Non stiamo parlando di intrattenimento, anche se una testata che si può anche mascherare da veicolo di informazione spesso lo pratica, ma di mettere la notizia davanti agli occhi dell’altro, di noi che stiamo a casa e quella situazione magari tendiamo a ignorarla, troppo spesso intorpiditi e instupiditi da milioni di altre notizie e stimoli e distrazioni e pensieri, con gli occhi e la mente che registrano allo stesso modo il morto ammazzato per una lite o una rapina nel paese vicino, la pubblicità del frollino per la colazione, il servizio sul divorzio dell’attrice famosa o quello sul doping del ciclista e così via.

Come può un fotografo riuscire a rendere partecipe un pubblico imbesuito e distratto? Renderlo partecipe, non semplicemente scioccarlo o inorridirlo o disgustarlo. Con una cosa che si chiama mestiere. Con la capacità comunicativa che una foto, e solo la foto, riesce ad avere. La fissità che si contrappone al flusso di parole e immagini che vengono prontamente sostituite da altre. La foto, nella sua testimonianza granitica, riesce laddove tanti articoli non possono, scavalcando la pigrizia che ci impedisce di leggere un articolo che magari non ci rassicura, anzi, magari ci indigna e ci smuove nel profondo talmente tanto che preferiremmo ignorarlo, perché vorremmo inconsciamente che certe cose non succedessero. E invece eccola lì, l’immagine emblematica, quella che da sola riesce a raccontare non solo una situazione, ma un’epoca, un modo di pensare, di vivere. E da sola può smuovere le coscienze.

Riemergono alla memoria immagini crude e meno crude… Robert Capa e il miliziano colpito a morte durante la guerra di Spagna; la foto del bombardamento al napalm scattata da Nick Ut, che ritrae la giovane Phan Thị Kim Phúc, vincitrice del Pulitzer nel 1972, e che insieme ad altri reportage dal Vietnam ha contribuito alla mobilitazione della popolazione contro la guerra; la foto della bimba sudanese che sembra assediata da un avvoltoio nell’altrettanto premiata immagine del 1993 di Kevin Carter, fotografo sudafricano che non ha retto agli orrori che aveva visto e alle polemiche suscitate dalla foto stessa e si è tolto la vita alcuni mesi dopo. Mi rimbomba nella memoria l’immagine simbolo del National Geographic Magazine, il ritratto della allora dodicenne afgana Sharbat Gula, fotografata da Steve McCurry nel 1984, attualmente talmente iconica da sembrare scontata, ma che non bisogna dimenticare pure rappresenta un dramma, essendo una testimonianza dell’esodo dall’invasione sovietica dell’Afghanistan. Ma forse l’immagine più forte, e allo stesso tempo più “bella”, se posso esprimermi così, che mi viene in mente, tra tutte quelle di denuncia che ho visto, è quella di William Eugene Smith del 1971 che da sola ci parla di un dramma familiare, di una comunità e di una nazione, senza per questo spingere sulla morbosità o sugli aspetti tragici, anzi con la dolcezza infinita di una madre che ama la propria figlia, ed è l’immagine simbolo della tragedia di Minamata, in Giappone, in cui si sono verificati per decenni contaminazioni di mercurio nel ciclo alimentare dovuti a sversamenti incontrollati. La foto ritrae una ragazza affetta da contaminazione di mercurio mentre viene lavata nella vasca dalla madre. Tomoko Uemura in Her Bath è una foto estremamente commovente, una Pietà che nulla ha da invidiare a Michelangelo.

La domanda che sorge spontanea è: quale funziona meglio, l’immagine drammatica di Ut, quella atroce ma efficacissima di Carter, oppure quella in cui la tragedia è tutta nello sguardo di ghiaccio di una ragazza adolescente? Oppure la foto di Smith, nel suo essere pietosa e quasi caravaggesca? Ut correva, scappando, insieme alla ragazza, Smith ha vissuto due anni a Minamata, Capa in Spagna era a in prima linea a rischiare la pelle coi miliziani. Tutte quelle immagini sono servite a qualcosa: come leva sulla politica, a raccogliere fondi, a far partire volontari, ad agire sulla coscienza individuale e collettiva.
Non c’è una scelta, non c’è nemmeno una graduatoria. Ogni immagine testimonia del momento e della situazione, così come viene vista, o vissuta, dal fotografo incaricato di riportarla a un pubblico più vasto. Certo, è più facile poi fare
merchandising a posteriori con una foto meno cruda e più accattivante, ma questo non toglie valore alla stessa, se riesce a smuoverci dal nostro torpore.


Fino alla prossima emergenza.


Gianfranco Irlanda