10 fatti linguistici dai quali si capisce che siete napoletani.

10 fatti linguistici dai quali si capisce che siete napoletani.

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A differenza di Massimo Troisi in “Ricomincio da Tre”, io vivo lontano dalle braccia di Partenope da ormai diversi anni per motivi di lavoro. Sono emigrato.

Una delle prime cose che mi dicono qui al Nord non appena apro bocca (senza dire il mio nome, altrimenti la ci vuole ancora meno) è : “Sei napoletano?”, “Si” “Eh si sente…”. Il tono sconsolato e allusivo della frase è di difficile riproduzione grafica, ma il senso di xenofobia dialettale è evidente. Io per tutta risposta dico sempre: “Ma tu sei di qui? “Si, certo, perché?” ” Eh si sente pure a te…” Tralasciando gli aspetti politico-sociali del fenomeno, ho riflettuto a lungo su come facessero a capire che sono napoletano solo dal mio modo di esprimermi.

Secondo me questi sono i dieci motivi per cui, cari fratelli napoletani, capiranno da come parlate che siamo napoletani.

1) Punessa, Ceneriera, Ruoto ed altri fratelli domestici.

Si cari amici, queste splendide parole, non sono, ahi noi, italiano comprensibile a tutte le latitudini. Quella cosa che cerchiamo sempre, e che puntualmente non troviamo, quando fumiamo è per il resto degli italici  un banale Posacenere. Che dire poi della Punessa, amica, fidata sostenitrice quanto e più di noi dei nostri eroi azzurri, si no comme se mantene ‘o poster ‘e Diego da oltre 20 anni nella vostra cameretta? La punessa, utile e puntuale metafora dell’amico sessualmente poco dotato, è in realtà un ispida puntina.

Poi c’è lui, la luna bidimensionale di ogni domenica a tavola, sua maestà il Ruoto. Sono convinto che gli uomini primitivi a Napoli abbiano inventato prima il ruoto e poi la ruota. Ruoto diventa per gli italiani “teglia da forno di forma circolare”, più asettico di una denuncia scritta da un appuntato dei Carabinieri.

2) Le doppie a caso.

Si sa, siamo un popolo generoso, ci piace donare. Alla Totò: “Ma si, fai vedere che abbondiamo…”

Riusciamo ad essere prodighi anche con le consonanti. Chi di voi non dice: SaBBato, FaBBio, la CChiesa, naufraGGio, plaGGio, FaBBiana. A secondo del livello di cultura tutti facciamo “errori” di pronuncia di questo tipo. Io, nonostante io abbia una laurea in Lettere, in fondo penso che Fabbiana mia cugina e Fabiana la mia amica del Nord, non abbiano lo stesso nome, so’ due Sante diverse

3) A noi C piaSCe.

E’ forse il vero confine Sud dell’Italia (salvo rare eccezioni). La pronuncia della della C intervocalica in SC. Per noi la la Pace non ha la C forte del Cesso, è la PaSCe, la nostra non è una VoCe fredda, ma una melodiosa e calda VoSCe. A noi quando una cosa Piace,  ci PiaSCe in maniera quasi languida.Questo  dolce e musicale tratto fonetico, tuttavia, non è solo nostro, lo condividiamo anche con amici nordici, Romani e con i “padroni dell’ italiano: i Toscani.

4) Scusi quanDo costa?

Abbassate il sopracciglio, non tutti hanno studiato o parlano un buon italiano. Questo tratto fonetico è tra i più diffusi (per me fastidiosi). Nonostante tutto mi piace pensare che non sia frutto solo dell’ignoranza. Lo vedo come una specie gioco d’azzardo: quando non sai Se ci va la T o la D, ti butti, te mine, hai comunque il 50% di possibilità di vincita…

5) La Sci(i)enza

E’ uno dei tratti fonetici del napoletano che più mi affascinano, anche se è in notevole regressione. La pronuncia forte della i grafica dopo (sto per dire una brutta parola tecnica)  la consonante palatale sorda: noi pronunciamo c(i)elo e non ‘celo’, per noi un leghista è proprio un defic(i)ente, contro di noi i le squadrette cacciano la sc(i)enza e lo fanno solo contro di noi. Questo tratto ormai poco diffuso avrebbe, a mio avviso, il compito di discernere le parole che hanno la i da quelle che non ce l’hanno, eviteremmo di vedere orrori ortografici come beneficienza e deficente usati da alcuni politici nordici.

6) il Voi

Uno delle forme di cortesia più controverse della politica linguistica del fascismo è (altra parolaccia) l’allocutivo Voi. Quella che per noi è una formula normale e maggiormente rispettosa dei ruoli e dell’età del nostro interlocutore (se do del Lei alla nonna di un mio amico mi risponde “lei? ma essa chi?”), fu reso obbligatorio dalla politica linguistica del Regime. Ci fu, infatti, una feroce battaglia contro “l’effeminato” Lei in favore del “più virile” Voi.  La cosa curiosa è che durante quella proibizione, gli intellettuali napoletani antifascisti, tra cui Benedetto Croce, usarono solo il Lei, per rivendicare la propria libertà linguistica.

7) Mi ha aggiunto LEI/LUI A ME

Come nel punto 2, l’abbondanza è parte del nostro DNA.  E’ evidente che ME e A ME nella stessa frase è quantomeno pleonastico. Fateci caso, però, dire “mi ha aggiunto lei a me” non serve per rafforzare la nostra posizione di innocenza davanti ad una moglie/fidanzata gelosa? Provate a dirlo in modo diverso, ci leggerete dal CTO.

8) Scendere sempre e comunque.

Per noi napoletani, almeno per molti, la mondanità è una vera “discesa in campo”. Non importa se abiti al Vomero o Pianura, se vivi al settimo piano o in un basso del pallonetto, tu quando esci di casa per andare a bere una birra o mangiare una pizza o a giocare a pallone con gli amici: tu scendi.

9) Il Pesce.

Ogni riflessione è del tutto superflua…

10) Come ormai avete  capito il 10 è solo Diego, ma anche da come parlate di Lui, del Napoli e per Napoli, se saprete difenderli come Lui ha fatto con i nostri colori, vi riconosceranno, e confermatelo con orgoglio, che siete napoletani.

Gennaro Prezioso.

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