Quando visitiamo una città poco conosciuta, di solito, siamo molto indirizzati, nella lettura e nell’esplorazione del luogo, dalle immagini che avremo “assorbito” in precedenza, dalle foto sulle riviste o dai siti online prima di decidere il nostro itinerario, a quelle sulle guide turistiche quando cercavamo di informarci, non ultime le immagini di accompagnamento alle cartine rilasciate degli uffici del turismo. Spesso ci facciamo trasportare verso quei luoghi che abbiamo già incamerato e fatto nostri per accumulo, e questo guiderà quasi invariabilmente le nostre esplorazioni, almeno all’inizio, della città che stiamo visitando.

Come pensare che so, a Roma senza il Colosseo, Londra privata del Big Ben, oppure a Parigi senza farci spuntare da qualche parte la Tour Eiffel, come ben rappresentato nel film French Kiss, in cui una spaesata Meg Ryan non riesce mai a vedere realmente la Tour che vorrebbe fosse ben più presente, perché così aveva immaginato la città.

Immagino che lo stesso accada ai turisti che visitano Napoli, nel momento in cui alcune attrattive, molto iconiche, certo, vengono pompate e sottolineate visivamente a discapito di tante altre. Castel Nuovo, piazza del Plebiscito con il suo colonnato e la chiesa di San Francesco di Paola, il lungomare di via Caracciolo, oppure altre attrattive come il Cristo Velato, o i teschi del cimitero delle Fontanelle. Diventerebbe impensabile e quasi mortificante per un turista tornarsene a casa senza aver visto (e almeno nei limiti del possibile, fotografato…) almeno le principali attrattive del luogo, che poi di solito sono semplicemente quelle più scenografiche.

Anche a un Napoletano medio in fondo, i luoghi principali della città sono per così dire una sorta di vessillo da erigere nel momento in cui gli viene chiesto cosa visitare o cosa c’è da vedere in giro, in una sorta di “agenda setting” turistico da cui diventa difficile uscire. Difficile soprattutto perché alcune delle cose che potenzialmente potrebbero essere maggiormente caratterizzanti sono difficili da cogliere e ancora più difficile è spiegare come arrivarci…

Premetto che io non sono napoletano al 100%, essendo cresciuto in provincia (anche se molto più vicino al centro di Napoli di tanti che nel comune di Napoli risiedono…), e ho sempre visto ed esplorato la metropoli partenopea con gli occhi dello straniero che però ha delle radici profonde nel luogo. Quando iniziai a seguire i corsi universitari, nell’ormai lontano 1988, avevo delle ore di spacco, e quelle ore le iniziai a sfruttare per girovagare nei vicoli di quella Napoli che non conoscevo bene, intendo quella del Centro Antico e zone limitrofe, spingendomi anche altrove. All’epoca non portavo con me la macchina fotografica ovunque, come avrei iniziato a fare un paio di anni dopo, e quindi purtroppo non ho testimonianze di questi primi giri, ma quando finalmente cominciai a usare una fotocamera, una telemetro sovietica (no, non era una Zenit…) comprata sulle bancarelle dei mercatini di ex aderenti al Patto di Varsavia, volli rifare quei giri e ritornare sui luoghi di quelle prime esplorazioni.

Non avevo una guida turistica con me, e nemmeno le immagini tradizionali mi conducevano nell’esplorazione. Avevo però delle immagini che mi avevano affascinato, immagini che erano talmente presenti dentro di me che finii inconsapevolmente per fare delle foto quasi uguali. Le immagini provenivano da quello che per me è forse il testo che mi ha spronato verso la professione di fotoreporter, e cioè il libro fotografico “La Napoli di Bellavista” di Luciano de Crescenzo, una esplorazione dello scrittore e regista, in veste di fotografo, nella sua Napoli, una Napoli degli anni Settanta che ormai sembra completamente perduta. Il sottotitolo del libro “Sono figlio di persone antiche” ben si adattava alla mia personale esperienza, avendo nella memoria e nelle orecchie i racconti del tempo di guerra di mia madre, che l’aveva vissuta anche nei momenti tragici, ma che erano sempre racconti velati di nostalgia e percorsi da una sottile vena di commedia, come nella migliore tradizione del teatro di Eduardo de Filippo.

Quando mi mossi nelle esplorazioni fotografiche, nei primi anni Novanta, quella Napoli era ancora ben presente, anche se relegata in alcune “sacche” che si stavano restringendo. Non cercavo il Cristo Velato; cercavo, magari inconsapevolmente, il banco dell’acquafrescaia “Zi’ Nennella”, in piazzetta Teodoro Monticelli, dove più tardi avrei scoperto esserci l’unico palazzo civile di epoca angioina sopravvissuto a Napoli, palazzo Penne; trovavo vicoli che non avrei mai immaginato, come vico Paparelle al Pendino, o transitavo per strade dalla mitica toponomastica come vico Scassacocchi. Passavo tutti i giorni davanti al più commovente dei luoghi mitici della Napoli di una volta, l’Ospedale delle Bambole, che ancora resiste anche se in forma un po’ diversa, dove si poteva leggere il foglio di degenza di una bambola, affetta magari da Sindrome della Bambola Triste. Oppure mi trovavo a percorrere via Santa Maria Antesaecula, nel rione, ex borgo, della Sanità, che aveva visto i natali del principe Antonio de Curtis, ovvero Totò. Più avanti negli anni mi sono ritrovato a percorrere tramite le immagini i luoghi e le memorie di un altro archivio vivente, ormai non più tra noi, quel Vincenzo Leone che fu giovane scugnizzo ai tempi delle Quattro Giornate di Napoli e che mi ha fatto scoprire la sopravvivenza di un Vomero ancora in qualche punto ristretto zona agricola nonostante l’incombere dei palazzi di dodici piani e dei pilastri degli svincoli della tangenziale.

Esiste una geografia della memoria, in una città antica come Napoli, che difficilmente si ritrova in altri luoghi, soprattutto perché, tranne alcune zone, come quelle interessate dal Risanamento di fine Ottocento o della “city” di epoca fascista, ha mantenuto una struttura e una forma urbis pari pari ai tempi della Neapolis greca, trasformandosi per accumulo e solo raramente per abbattimento e ricostruzione. Anche laddove questo tipo di intervento è stato condotto, si pensi appunto al periodo del risanamento, esso venne compiuto solo sulle strade principali o quasi, lasciando che la Napoli descritta dalla Serao sopravvivesse ancora nei vicoletti e nelle strade e piazzette secondarie. Stiamo certo assistendo a delle lente trasformazioni della geografia umana, ma queste si ibridano alla presenza millenaria, difficilmente agiscono per scalzarla via. Le testimonianze fotografiche aiutano non poco a leggere le trasformazioni, o, come nel caso di Napoli, le persistenze (se non, in certi casi, l’immobilismo) nella forma e nella identità di un luogo.


Gianfranco Irlanda

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