Occhi neri, sguardo spento dalla vita nella polvere di chi è stato lasciato solo da tutti, vivendo in un eterno oggi, dove le bombe dei giochi politici internazionali hanno distrutto non solo le case ma anche la speranza in un domani diverso.

L’auto sfreccia tra gli stradoni grigi e la polvere, onnipresente compagna di viaggio, si alza tutta intorno l’aria che ti brucia in bocca è il risultato dello scarico dei veicoli misto ai rifiuti bruciati tra un area e l’altra. Manca qualsiasi infrastruttura essenziale. Qui dove un bambino di appena 6 anni ha dovuto vedere 3 guerre e migliaia di missili passargli sulla testa, avendo, oggi, paura anche solo delle luci delle stele in cielo, è impossibile pensare a qualsiasi forma di sviluppo.

Palazzetti grigi arrangiati alla meglio, blocchi di cemento creati da mattoncini messi lì come lego, senza forma ne anima, con centinaia di famiglie accalcate, alternate da qualche spazio vuoto ricordo dello scorso luglio di fuoco. Alternati da market ad ogni nuovo quartiere passato, I clacson e le urla fanno da Colonna Sonora.

Il caffé sale pian piano l’acqua bolle e l’odore riempie il salone, mentre veniamo accolti dai parenti come familiari, lingue diverse senza barriere, comunicando a gesti e sopratutto umanita, porte spalancate li dove di muri ce ne sono gia troppi esterni. Un posto a tavola aggiunto non manca mai, dalla cucina arrivano pentoloni in abbondanza per bis, tris e qualche amico invitato last minute, sempre benvenuto. Fornaci, griglie e pentoloni si vedono un po’ ovunque, dalle strade alle case, ricche di sapori densi di tradizione e prodotti locali, carne frutta e verdure che come la gente intorno non perdono il loro gusto eccellente nonostante tutta la polvere intorno.

La madre guardando i miei tratti del volto mediterranei, i capelli ricci e la barba, mi parla in arabo nel giro di saluti, dicendomi che ha pensato fossi di khanou younis, quartiere dell’estrema periferia, una tra le piu povere e degradate. La guardo e le sorrido, pero in fondo vorrei avere le parole nella sua lingua per spiegarle che se dimenticassi del contesto per un momento, tanto di questa terra ha proprio tantissimo simile con la mia terra madre, tutta la bellezza e la bruttezza di questo tempo sbagliato, tutto il grigio e l’azzurro di chi e’ lasciato solo da tutti e vive in una resistenza quotidiana.

Tra quelle polverose strade ho visto piccoli grossi miracoli di umana bellezza, stelle brillanti in una fitta notte di questo tempo sbagliato.

Sguardi senza eta anneriti e duri ma al contempo brillanti nel sorriso in un attimo di gioco, in due porte arrangiate con gli zaini tra quattro palazzoni, o tra lo spazio di un edificio caduto.

Li dove si vive un eterno ‘inshallah’, se dio vuole, o ‘poi dio ce pensa’, e ‘cose e nient’ di Eduardiana memoria, li dove tutto e’ un tirare Avanti ogni giorno, in una straordinaria forza umana di vite di ordinaria resistenza, li dove non c’e’ ne vita ne morte, li dove e’ un tirare ad arrangiarsi tra mille difficolta, senza potersi mai sedere, ma sempre correndo in salita cercando nuova forza ogni ora.

Mohameed corre tra un pallegio e l’altro, orgoglioso, dietro quel Pallone tra le rare immagini di gioco in questo posto annerito dai brutti giochi della politica internazionale.

Di Gaza oggi si potrebbe scrivere tantissimo, storie e numeri circa giochi politici che sono come mani al collo, di un popolo che vive da oltre un decennio come nella piu grande prigione all’aria aperta del mondo. Senza la liberta di muoversi, pensare, cantare, e sognare.

Vite strappate dalle proprie mani in un eterna incertezza ed emergenza, un limbo di fuoco.

Si potrebbe raccontare di un economia artificiale, oggi, senza ne vita ne morte, con i tassi di poverta e disoccupazione ovviamente tra I piu alti al mondo. di una generazione media di ventenni e trentenni che ha dimenticato la parola domani, ma sopratutto quellla speranza. Si potrebbe parlare di bimbi senza sogni che ti disegnano case con le ruote con la voglia di fuggire alle prossime bombe. Si potrebbe raccontare di una striscia di terra di angoli di grande bellezza come passegiare tra I chilometri di lungomare, blu annerito di una terra lasciata senza I minimi servizi idrici e fognari cosi come di trattamento rifiuti, di un paese in eterna emergenza dove ogni piano di sviluppo resta un sogno lontano a causa delle probizioni Israeliane vigenti sulla striscia . Si potrebbe raccontare di giornate che iniziano docciandosi con acqua salata, per poi caricare una tanica con la quale ci si lava viso e denti, e poi un altra ancora da bere, così come si ricaricano tutte le batterie possibili dei dispositivi elettronici se si e’ fortunati di essere tra le 6 ore circa in cui vi e’ energia elettrica. Così come si potrebbe raccontare di studenti universitari della mia generazione che nel caso cadano nella sfortunata giornata con le ore di energia la notte studiano usando le risorse del web di notte dormendo di giorno.

Ma tutto cio, la storia e le immagini di questo decennale conflitto ha grande spazio su giornali e libri.

Dello sguardo annerito della generazione di Mohameed che corre dietro quel Pallone, 6 anni, 3 guerre, finora, e 0 sogni, conseguenza di quell’eterno conflitto non c’e’, invece, spazio su libri ne’ alte commissioni. C’e’ una vita oltre la morte, una difficilissima vita, pero in essa tutta la bellezza e la bruttezza di questo tempo.

C’e’ quel Pallone di cui troppi pochi sanno, che ha tanta voglia di urlare la propria voce, di bambino cresciuto troppo presto, I propri sogni spezzati, a quel mondo dinanzi la tv e nelle piazze dietro una bandiera. Quel Pallone non ha bandiere, ma e’ quello che perde di piu in tutto cio.

L’insegnante chiede ad alcuni che hanno gia qualcosina di Inglese di scrivere cosa vorrebbero essere da grandi, Mohameed scrive ‘what I would like to be, is to be, just that’, ‘cio che vorrei essere e’ essere, solo cio’, chiede di non essere piu un numero o una bandiera ma una persona, La sua persona.

La forza di quel sorriso, la brillantezza di quello sguardo nero, in quel quartiere arrangiato, in quella partita tra la polvere, ha una luce di immensa bellezza.  Quella di chi non puo mai stancarsi, di chi vive imparando a godere della gioia di un attimo in vite di quotidiana costante resistenza. Di chi deve indurirsi ed annerirsi per tutto il nero che questo tempo gli butta addosso, di chi e’ lasciato sempre solo a correre scalzo tra strade polverose Calpestato da tutti fuori, dentro ed intorno e trova sempre una forza in piu. Al contempo in tutto cio ho tastato tutta la bellezza di questo mondo di chi nonostante tutto ti insegna il valore di un sorriso, di una mano tesa ed una porta sempre aperta , di un ballo che unisce tutti nell’attimo di un gioco, in una terra in cui un posto in piu a tavola non si nega mai ed una marenna si divide sempre.

Il caffé bolle e da una periferia all’altra, da un lato all’altro del mare penso a tutta la bellezza e la bruttezza di questo mondo. Nel grigio di quei palazzetti, la polvere di quelle strade e la luce di quel sorriso.

Piccoli eroi quotidiani fanno miracoli di luce in posti dominati dal grigio, I salti dei ragazzi che fanno parkour, i movimenti di gruppi di ballerini e quelli di attori, qualche cantante, un rapper ed il rosso di quel naso da clown e quello di quel Pallone rosso che va colorando quei mattonino, piccoli grandi eroi quotidiani.

In quegli sguardi di quest annerita generazione di bimbi e ragazzi stretti in una vita di ordinaria resistenza, in quella tazzulella e cafe sempre pronta tra mille difficolta, in quel Pallone che corre tra la polvere senza mai fermarsi, in qualche gruppo di teatranti e clown, in quei volti di scugnizzzi resistenti ci ho visto un volto della mia Napoli.

Di chi non ha niente attorno, cui viene tolto tutto, ma crea tantissimo, e sviluppa un mondo interiore immenso. Di chi ha pochissimo e da tantissimo, di chi crea colori nel grigio.

Perché in fondo come in altri contesti insegno Peppino Impastato, se non guardiamo la bellezza, a cosa serve tutto il resto, le manifestazioni, le bandiere ed i cortei, ed io ho voluto camminare per Gaza, guardando alla bellezza della vita nonostante la morte, dei colori nonostante il grigio.

L’auto sta per partire per riportarci a casa, Yousef mi urla, mi giro, si gira, ed inizia al contempo un piccolo coro in un accento mezzo arabo e partenopeo che dopo poco suona cosi ole ole ole ole diego diego, li nel cuore del campo di jabalia, con lo sguardo annerito che si accende orgoglioso mostrandomi la sua consumata maglietta del Barcelona tra polverose strade e brillanti persone.

Mentre l’auto sfreccia riportandoci a casa, ripensando ad amici che ci hanno hanno chiesto di pensare ad una canzone della nostra terra da cantare alla prossima, mi risuonano nella testa quattro strofe guardando il tramonto Gazawo dipingere di colore le grigie costruzioni del campo di Jabalia:

Jesce journo ‘ncopp’ ‘e suonne ‘e chi nun ce sta e non sente più il mare.

Peppe Iovino

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