Nel romanzo Baudolino di Umberto Eco il protagonista e alcuni suoi amici e compagni di studi nella Parigi del dodicesimo secolo, ispirandosi a racconti di viaggio e a cronache dei secoli precedenti inventano o reinventano luoghi favolosi, con città tempestate di gemme e abitate da esseri fantastici, per scoprire poi nell’arco di un lungo viaggio che i posti sognati erano incredibilmente deludenti.

Quando ero piccolo, e stiamo parlando di quando la televisione aveva solo due canali, uno dei miei passatempi era sfogliare le enciclopedie di famiglia, ancora prima di doverlo fare per qualche ricerca scolastica. Era intrigante e stimolante l’idea di un sapere ordinato in maniera alfabetica e che dava l’illusione di racchiudere tutto lo scibile o quasi. Le enciclopedie certo all’epoca non erano molto prodighe di immagini, ma Universo, che troneggiava con i suoi volumi rossi dalle scritte dorate su una mensola del tinello, sfoggiava addirittura tutte foto a colori.

Le immagini a volte erano approssimative, con colori spesso sbiaditi o improbabili – se qualcuno ha mai visto una cartolina degli anni tra i ’50 e i ’70 sa di cosa parlo – ma sicuramente accendevano la fantasia, e così facevano anche le cartine e i nomi elencati, primi fra tutti i toponimi. Un nome di un luogo da solo a volte basta a far venire la voglia di partire, in qualche caso senza sapere dove realmente si sta andando. Anche la descrizione enciclopedica, nel suo essere relativamente fredda, lasciava molto spazio all’immaginazione.

Nomi evocativi o misteriosi, come Alto Volta, Baden Baden, Carcassonne, Irkutsk, Potsdam, Quebec, Rocamadour, Selva di Teutoburgo, Zabriskie Point… ma anche gli italici Acquapendente, Barletta, Castelluccio, Isola delle Femmine, oppure Ronchi dei Legionari, San Lupo… magari un luogo nascondeva una delusione che si sarebbe svelata solo all’arrivo, oppure quella foto insulsa che accompagnava la voce non faceva altro che alimentare la voglia di conoscere meglio quel luogo, di correggere con l’esperienza la mancanza di informazioni visive. Questa forse è stata una delle motivazioni che hanno fatto nascere in me la voglia di diventare fotoreporter: il desiderio di documentare con le immagini posti che nessuno aveva mai visto tranne gli autoctoni, e di cui spesso nessuno aveva mai sentito parlare.

Dopo anni passati a cercare luoghi nascosti, e a verificare dal vivo la bellezza di posti resi mitici dalla inaccessibilità o dalla scarsa rappresentazione, mi rendo conto che tutta la forza dell’immaginazione sta venendo poco a poco a mancare. Moltiplichiamo l’immaginario con un eccesso di fantasy e di storie che diventano sempre più assurde e sempre più artificiali, perché, come recitava il titolo di un film della serie 007, “Il mondo non basta”. Sicuramente non basta più a scatenare l’immaginazione. Forse l’aspetto più triste e preoccupante di ciò che viene chiamato comunemente globalizzazione è la mancanza di barriere, intesa come assenza di una siepe leopardiana che possa generare fantasia e stimolare la voglia di conoscere cose ignote. Semplicemente, l’ignoto ci è ormai precluso, non per difetto ma per eccesso di rappresentazione.

Decenni addietro, non molto diversamente da quello che accadeva ai tempi di Baudolino, bisognava fare un minimo di sforzo anche solo per cercare un libro, magari in una biblioteca minore, che parlasse più estesamente di un luogo poco noto. Adesso basta farsi un giro su internet per avere accesso a una quantità fin troppo elevata di immagini e di notizie su un luogo, anche se spesso le notizie variano da fonte a fonte, e per farci un’idea precisa e non settaria di quello che stiamo indagando dovremmo conoscere un paio di lingue in più. Persino i capolavori dell’arte, che magari eravamo stimolati ad andare a vedere dal vivo da una foto imperfetta o semplicemente in bianco e nero, ci vengono sbattuti in faccia in altissima risoluzione, magari sotto casa, senza dover fare nemmeno lo sforzo del viaggio per visitare un museo o una remota pieve tra le montagne.

Ultimamente la barriera che dobbiamo affrontare risulta quindi essere l’eccesso di informazione e di immagini, e tante volte la loro discutibile accuratezza, piuttosto che la loro scarsità.
Guardando un luogo o un monumento attraverso le immagini inoculate in rete da gente incapace, spesso al sottoscritto passa la voglia di andare a vederlo dal vivo, piuttosto che il contrario. Allo stesso modo, provo una certa riottosità snob a dover condividere con torme di turistucoli armati di tablet sempre puntati davanti a sé l’esperienza di luoghi che conoscevo da piccolo come inaccessibili o quasi, e che magari sognavo di fotografare con uno zelo da far impallidire i fortunati colleghi del National Geographic Magazine.

La scomparsa della Frontiera, quindi? Dove andare a cercare ormai le mandrie di bisonti che scorrazzano quasi indisturbate per le praterie, dove si annida più il tempio coperto di vegetazione e di liane, che protegge ancora un idolo dimenticato? Forse dovremmo iniziare a ribaltare la prospettiva. Conosco gente di Napoli che è stata in almeno tre continenti in un numero incredibile di luoghi e non è mai salita sul Vesuvio, romani che magari hanno visitato tutta l’Asia e l’Africa e non sono mai stati a Fossanova o ad Anagni, e milanesi che non hanno mai attraversato a piedi Lorenteggio in vita loro.
Probabilmente la nuova frontiera del nostro immaginario dovremmo tracciarla sotto casa, ogni volta che mettiamo il piede fuori dalla porta, e cercare di vivere i luoghi che troppo spesso attraversiamo, dandoli per scontati, come se fossero il nostro personale Paese delle Meraviglie, scoprendo che, magari, è proprio così.

Gianfranco Irlanda

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