A cena con Diego e quel tempo che non ritornerà

A cena con Diego e quel tempo che non ritornerà

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“Ti ricordi?”. Quante persone incontrandoTi Te l’avranno detto, Diego. Tu magari sorridi, ne sei felice, ma poi chissà che razza di maledizione deve essere avere tra i Tuoi piedi sempre la stessa gente che Ti fissa come una zanzara nell’ambra. Passato, passato, passato. Come se per Te il domani debba essere sempre un’appendice, una propaggine inutile di una vita che ha per condanna di non avere più scatti, evoluzioni. Pure qua, a casa Tua, fanno così. A parte i soliti imbecilli che ripetono sempre la stessa frase: “E’ stato un grande calciatore, ma come uomo…”. Poi però si fermano lì e magari non sanno continuare, perché non lo sanno e non posso saperlo neppure io cosa significa essere uomo nel corpo di Diego Armando Maradona. Ma i peggiori non sono neppure quelli, Diego caro. No i peggiori sono quelli che dicono: “E’ stato un grande calciatore, ma non sia mai che torni a Napoli…”, poi continuano, a volte, mettendoci un ruolo: per fare l’osservatore, l’allenatore, l’uomo-immagine. Si, come se avessi bisogno di una qualifica ufficiale, scritta, bollata per essere Tu l’ambasciatore dei nostri colori.
Ecco, Diego mio, in fondo la Tua maledizione è quella di essere stato per Napoli una specie di Dio, mano a parte. Un Gesù venuto in questo inferno a riscattare anni di umiliazioni. Un Gesù che scompare di notte, all’improvviso: da che Ti avevamo sempre davanti ci siamo trovati da un giorno all’altro ad immaginare in quale diavolo di posto potessi essere. Qualche immagine negli anni Ti mostrava a Buenos Aires, Siviglia, negli Stati Uniti, a prendere a pallettoni i giornalisti, a morire grasso e irriconoscibile in una schifezza di clinica. E poi, proprio come per Gesù, attendevamo ogni volta la Resurrezione, il ritorno. Sei tornato una sera per salutare Ciro, forse quel giorno i napoletani hanno capito che non era più una resurrezione. Da Dio sei diventato uomo pure Tu, con i capelli bianchi, qualche ruga, lo sguardo più profondo e un po’ più spento. Eppure a Te non è stato concesso di essere uomo, non a Napoli. Vogliono il Dio da adorare, quello che le Bibbie in formato Dvd e Vhs tramandano alle nuove generazioni.

Ti ricordi?”. No, io questa frase non Te la volevo dire. Hai voluto dopo la Tua ultima conferenza stampa a Roma che “quel ragazzo biondo che ha fatto la domanda” venisse a cena con Te. Ti ho atteso per ore ad un tavolo, Ti ho visto e non sapevo cosa dirTi. Come ad un esame, come di fronte a una donna che ti chiede appuntamento per lasciarti, io non sapevo cosa dire pure se fossi riuscito a prepararmi il miglior discorso della vita mia. Volevo dirTi tante cose, Diego. Non ci sono riuscito. Ti ho visto, stavo per parlare e mi sembrava sempre più scema la cosa che stavo per dirTi. Sapevo solo che non volevo iniziare dicendoTi “Ti ricordi?”.

È stato come in quei film, quando l’attore muore e passano in sequenza tutte le immagini della propria vita. Ecco, a me è passata tutta la vita in un momento solo guardandoTi negli occhi. E allora ho semplicemente pianto, senza parole. Hai iniziato a piangere pure Tu, chissà quanta vita comune ci siamo passati solo attraverso lo sguardo, ognuno versava le sue lacrime, vedeva le sue immagini che forse si penetravano a vicenda in dissolvenza.
In tre secondi mi è passato attraverso i Tuoi occhi quell’enorme nastro azzurro che il giorno del secondo scudetto ne imitava la forma partendo dal balcone di casa e legandosi ai pali della luce, i braccioli della poltrona dove mi poggiavo al fianco di mio nonno o di mio padre ascoltando la partita alla radio, i miei fratelli ed io sul tettuccio dell’Alfa Sud a via Caracciolo, io che gioco a pallone in cortile con una radiolina sull’asfalto mentre cercavo di emulare la stessa azione del Tuo gol mentre il radiocronista la raccontava, la corsa verso casa tra il primo e il secondo tempo della semifinale di Coppa Uefa, nonno che torna a casa con un pallone autografato (da lui, ora lo so) con le firme di tutti i giocatori, quella sera di inverno a Cavalleggeri quando mi fu regalato il primo completino “Buitoni” con la maglietta di lana, il risveglio del giorno della befana con la maglietta “Mars” appesa in cucina, le sedie sui tavoli in cortile mentre cercavo di imitare le Tue punizioni, la palla di scotch quando fuori non si poteva uscire, le lacrime quando perdesTi contro il Camerun all’esordio del “mio” primo mondiale, Tu piccolo piccolo dalla curva B mentre tenevo la mano di mamma, io che sul campetto dopo un fallo mi buttavo a terra e incrociavo i due stinchi come Te, le lacrime dopo che andasti via mentre consumavo le videocassette che parlavano di Te, le parolacce e le botte al compagno di scuola che Ti diceva “drogato”, le notti che Ti sognavo da bambino e palleggiavamo al San Paolo, tutti i sogni, li ho visti tutti. In tre secondi, tutto, tutto.
Tu piangevi, perché Diego? Perché? È veramente una maledizione questo passato, o una cosa bella? Ci siamo abbracciati, abbiam fatto una foto e poi è passato il tempo come se nulla fosse successo, come se mai avessimo pianto.
Vedi Diego, perché forse tutto il tempo che abbiamo ricordato ci ha fatto emozionare. Oggi non ci riusciamo più come prima. Pure Napoli non sa emozionarsi più, almeno allo stadio, fuori dal San Paolo non lo so, ci devo pensare bene. Sui blog, sui siti, sui giornali passa sempre in secondo piano la giocata “emozionante”. Abbiamo il “Pipita”, uno dei più grandi attaccanti mai avuti (me l’hai detto pure Tu) e ai napoletani sembra un impiegato che marca il cartellino, non è più un gol, pure se bello. Oggi Napoli parla di “progetto”, di Benitez, di diagonale, di plusvalenze, bilanci, acquisti. Non c’è più neppure un coro per un calciatore, pure se fortissimo.

Ecco, con quelle lacrime forse ho capito che dovremmo rieducarci ad emozionarci ancora. Perché in fondo il calcio questo è. Dovremmo ricordarlo sempre, sempre. Dobbiamo guardare avanti, emozionandoci. Pure tu, Diego, pure Tu. Guarda avanti, da uomo, pure se per me sei Dio. Cerca l’emozione, sempre, sempre. Volevo dirti questo, ma ho solo pianto e forse è stato buono così.

Valentino Di Giacomo

 

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